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    lunedì, 23 giugno 2008

    Vecchio valzer viennese

    Spagna-Italia 0-0 (4-2 dcr)

    Ci voleva l'Italia per vedere una partita brutta agli Europei. Partita fra interpreti di alto livello, se proprio vogliamo consolarci. Con l'impressione che da questo quarto di finale sarebbe potuto uscire la seria favorita dell'Europeo. Alla fine gli spagnoli hanno fatto gli spagnoli: possesso palla e paziente ricerca delle conclusioni (tante). E gli italiani hanno giocato a scacchi di conseguenza, alla ricerca dell'abituale controffensiva (poche, ma buone).

    Donadoni ha avuto la sua chance. Come è normale (e tutto sommato giusto) che sia, il suo lavoro sulla panchina azzurra è finito. Ha portato i campioni del mondo al torneo continentale, con qualche inciampo. Ha puntato sul 4-3-3 alla prima giornata e si è dovuto rimangiare tutto, senza convincere negli incontri seguenti.

    Qualcuno dirà della solita maledizione dei rigori (e in effetti nelle grandi manifestazioni sono più le sconfitte dell'Italia che le vittorie), scomodando la sfortuna e qualche psicologo. Ma la sensazione è che il destino, se esiste, stesse bussando per esigere il credito di Berlino.

    Tutti questi campionati europei hanno premiato il coraggio e la voglia di vincere rischiando. L'Italia non lo ha fatto (e non è mai sembrata messa granché bene in campo) e, nonostate le buone occasioni da gol, è stata inferiore alla Spagna.

    La Russia gioca un calcio da fantascienza, la Germania va sempre avanti, la Turchia non si arrende mai. Indovinate l'intruso, se fra le quattro semifinaliste ci fosse stata anche l'Italia.

     

    pensato da: eric7 alle ore 00:03 | link | commenti (3)
    categorie: palle, tempo scaduto
    lunedì, 28 aprile 2008

    Ode al bassetto. Ovvero "O Baixinho"

    Nei primi due anni di elementari non ero quello che si definiva un bambino agile. Non che fossi grasso, ero solo legnoso. Inabile a muovermi con scioltezza in qualunque attività fisica. C'è voluta un po' di piscina per slegarmi e permettermi di giocare a pallone, e non solo, come e magari meglio degli altri.

    Dopo pranzo le suore ci concedevano un po' di libertà. Per noi maschietti si trattava di giocare a pallone. Vista la scarsa mobilità, mi appostavo davanti alla porta avversaria, segnando sempre di rapina. Un tocco da pochi passi e gol. In gergo calcistico lo chiamano opportunismo. Una parola che ho incominciato ad apprezzare molto presto e in cui, trant'anni dopo, posso dire di essermi cullato con eccessiva nonchalance.

    Tornando al calcio vero, diciamo che vedevo in Paolo Rossi un esempio assai influente. Fatto sta, che a fine anno scolastico, me ne uscii coi compagni di scuola, autoeleggendomi capocannoniere della 2a elementare. La cosa provocò qualche reazione degli altri, zittiti però dall'elenco e dalla descrizione dettagliata di ogni rete segnata negli ultimi mesi. Acquistata scioltezza, crescendo scelsi altri modelli che non fossero Pablito, prima di finire per scelta a fare il portiere.

    L'infantile dedizione con cui negli ultimi Romario ha contato tutti i gol della sua carriera, andando a rispolverare anche partite sfuggite agli almanacchi, con l'obiettivo di raggiungere le 1.000 reti segnate da Pelé, mi ha ricordato i tempi delle elementari.
    Ora, a 42 anni e dopo circa 25 stagioni, 1002 gol e una Coppa del Mondo, il "Baixinho" si è finalmente rititrato.

    Ma ancora non ho capito chi sia stato davvero. Un prodigio capace di sparire, ricomparire e segnare con la palla attaccata ai piedi. O solo un uomo dall'ego molto più smisurato del suo già enorme culo. Lui era una sorta di eresia, per il calcio europeo. Un tappo, tendente all'ingrasso cicciotto e col baricentro più basso mai visto sui campi di gioco, antitesi del football atletico, roba che in confronto a lui Maradona era un decathleta. Eppure rapidissimo e potente, e con la capacità di creare un tocco di palla diverso per ogni centimetro del suo piede.

    A me sembra straordinario. Ma non saprei dove piazzarlo in un'ipotetica classifica. Forse è solo perché Romario appartiene a un strano periodo della memoria di alcuni di noi. La fase di mezzo. Non è troppo lontano nel tempo per essere mitizzato come gli eroi dell'infanzia e dell'adolescenza. Ma neanche è troppo vicino per avvicinarlo ai Cristiano Ronaldo e ai Messi che al suo confronto sembrano e sono già dei fenomeni e per di più con una vita davanti. Insomma, è come se Romario fosse ancora cronaca, non ancora storia.

    Però mi piace ricordarlo (che è anche un modo per capirlo) con le parole di Carmelo Bene, in una paradossale chiacchierata fra sport e cinema, tempo e spazio, con Enrico Ghezzi, "Discorso su due piedi".  

    Perché Romario è il più grande? Perché è capace di una cosa, del quid che più conta: l'immediato. E' capace dell'immediato... Nemmeno gli avversari la vedono la palla con Romario. Dove passi la palla, i centrali, i difensori, non lo vedono... Questo è l'immediato di Romario: quando sull'1-2 segna, bruciante al limite dell'area, lì siamo nell'immediato... non è più l'azione... E' fermo. E' immobile.

    Abbondiamo, va... Top 20 - Top 10 - Top 11 - La tecnica

    pensato da: eric7 alle ore 14:08 | link | commenti (1)
    categorie: maestri, palle, tempo scaduto, colpi di testa, finte e controfinte, fantasisti
    sabato, 19 aprile 2008

    Prima o poi si cambia

    I New York Knicks hanno cacciato Isiah Thomas, giocatore delizioso, ma allenatore-general manager senza polso e disastroso. Meglio per loro. Anche se ci vorrà un po' per rimettersi in piedi.
    Per un turista che capita nella Grande Mela sarà un po' più difficile andare al Madison all'ultimo momento e trovare i biglietti della partita quasi a buon mercato. Ringrazierò per sempre Thomas dell'opportunità che mi ha offerto ;-)

    Madison Square Garden






















    pensato da: eric7 alle ore 02:38 | link | commenti (3)
    categorie: palle, arance, tempo scaduto, stellestrisce, giochi di mano
    martedì, 15 aprile 2008

    I papaveri di Roubaix

    E' una strana domenica, col cielo sospeso e un Paese che si rimette in fila ai seggi. Una mamma e una bambina camminano per una strada praticamente deserta. Tutti gli altri stanno a tavola, a votare o in gita. Vedo da lontano il rosso che la bambina tiene in mano. E quando le sorpasso lo riconosco. Papaveri. E' periodo.

    Da piccolo adoravo i papaveri. Sembravano così belli visti da lontano. Un po' farfalle. Fiori leggeri che poi non rispettavano le attese. Fiori di campo, semplicemente. Mia madre racconta che da bambina se ne mangiò un po', pare ne sia venuto fuori un trip andato a male. Con tanto di vomito. Mi piace pensare che il racconto sia vero.

    I papaveri mi ricordano le domeniche pomeriggio coi miei, negli anni 70. Quando una passeggiata all'aria aperta, in un certo senso in campagna, era andarsene alla periferia di Roma, scansando qualche cantiere coi palazzi in costruzione. Gite fuori porta low cost, insomma. Adesso quella periferia Ovest non la saprei riconoscere: quella parte di città si è ormai rovesciata sul raccordo anulare.

    Erano domeniche di radio a transistor, qualcuna anche stereo. Poi vennero i primi hi-fi e si stava con gli sportelli della macchina aperti. Fuori il pallone dal bagagliaio, il campo a scelta, d'asfalto o d'erba di primavera (prima che mi diventasse antipatica e allergica). Tutto il calcio minuto per minuto. Era bello attaccarsi a quei pezzi di racconto e, di conseguenza, imitare le reti appena ascoltate.

    Per tre anni di seguito, la radio il pallone i papaveri e la periferia portarono il nome di Francesco Moser. Precisamente dal 1978 al 1980, le tre vittorie alla Parigi-Roubaix. Facevo un tifo sfegatato per Moser. Già da qualche tempo, dai primi ricordi sportivi di un bambino. Non è un caso che mio fratello si chiami Francesco. Avevo cinque anni. Avevo "chiesto" ai miei un fratello. Avevo deciso il nome. Ma non fu facile convincere chi voleva chiamarlo Christian (Christian sì, il nome del santo no, curiosa famiglia di comunisti eravamo). E lui se ne stette in clinica senza nome, per un paio di giorni.

    Domenica, giorno di papaveri ai miei occhi e nella memoria, è stato anche il giorno della Parigi-Roubaix numero 106. Ha vinto Tom Boonen. Gran campione da gare in linea, se uno credesse ancora al ciclismo. E' uscita fuori la media più veloce dal 1965. L'altr'anno si corse sotto un sole estivo. Pare quasi che anche l'ultima corsa che riconcilia con la fatica atavica del ciclismo, col suo pavé e la voglia di dire "ma chi me lo ha fatto fare di mettere il culo e gli zebedei su un sellino per lavoro", abbia abdicato.

    Ecco, io al ciclismo non credo più. Come ad altre cose. E' un pezzo di vita che se ne va. Come altri. 

    pensato da: eric7 alle ore 11:23 | link | commenti (3)
    categorie: maestri, dueruote, tempo scaduto
    lunedì, 07 aprile 2008

    Irriconoscibili

    Non ho più l'ispirazione di un anno fa. Non che abbia esaurito gli argomenti. Sarebbe triste per uno che afferma di aver desiderato fare il giornalista sportivo. E che in qualche modo ancora lo spera (ma il conto alla rovescia va a zero, e stavolta non lo fermo).

    Diciamo che non riconosco più la scintilla. E, in un Paese dominato dal calcio, è ancora più complicato trovare angolazioni diverse per raccontare lo sport. Ma un po' sono cambiato anche io. E, alla fine, più che lo sport davvero non riconosco me.

    Di certo un tipo che si fatica a scorgere, rispetto allo scorso anno, è Lewis Hamilton. Se a fine corsa non fosse la sua faccia quella che spunta da casco e tuta ignifuga, penseresti che al volante della McLaren ci sia un impostore. O semplicemente un pilota di 22 anni, senza esperienza di Formula 1.

    Invece è proprio lui. Certo stiamo sempre parlando di uno che ha vinto il primo gp della stagione, in un weekend così imbarazzante per la Ferrari, che in quanto a stupidaggini e problemi tecnici la Rossa ha sistemato le statistiche chissà per quanto tempo.

    La gara seguente, in Malesia, l'inglese ha concluso con un anonimo quinto posto. Roba che quando ha tagliato il traguardo, Raikkonen stava per stappare lo champagne. In Bahrain, alla terza prova, Hamilton si è piantato in partenza, dimostrando che il mondo della Formula 1 non è quello dei videogiochi a cui era abituato. La mancanza di certi controlli elettronici allo start gioca dunque brutti scherzi.

    Quasi quasi viene da pensare che è vero che copiava gli assetti di Alonso, lo scorso anno, e regolava la macchina sfruttando i dati del campione spagnolo. Così, quando il poco simpatico ex campione del mondo si è fatto furbo (mettendosi definitvamente contro la squadra) l'inglese è andato in tilt come sul finale dello scorso campionato.

    In gara, domenica, Hamilton è riuscito a tamponare l'odiato ex compagno di team, pregiudicando ulteriormente il proprio risultato, senza quasi accorgersene. Tanto che l'atteso momento di rivedere i due ragazzini viziati a duello è stato svuotato di ogni gusto dalla sbadataggine del pilota McLaren.

    Oggi Lewis Hamilton è irriconoscibile. Sembra un miraggio. Un errore di valutazione. Di quelli che punteggiano la vita.

    pensato da: eric7 alle ore 18:02 | link | commenti (2)
    categorie: quattroruote, tempo scaduto
    martedì, 01 aprile 2008

    Roma-amoR (banale ma non troppo)

    Dicono che sei bello. Dicono che sei bravo. Dicono che come te... Insomma, sei qualcosa di speciale. In effetti, giochi un calcio corale, pensi all'estetica, a vincere attraverso una manovra onesta, gradevole a volte spettacolare.
    Per il secondo anno consecutivo, sei tra le migliori otto squadre d'Europa, seconda in Italia, finalista di Coppa Italia (presumibilmente). Questa è la Roma di Luciano Spalletti. Se sei passato per il fallimento economico e il disastro tecnico, c'è da stare allegri. Orgogliosi.

    Vinci in casa del Real Madrid, vedi l'Inter che cammina in ginocchio in campionato, insomma ti illudi di poter apparecchiare la tavola in una casa che non è tua. Poi incontri il Manchester United, che ti si aggrappa ai pantaloncini e ti riporta dritto con gli scarpini sul terreno. Quinta sfida in un anno, in cui loro stavolta sono costretti a vincere, anche se, da come si erano presentati, sembrava lo facciano controvoglia.

    Come attaccarsi a una storia d'amore già finita. Lei ti aveva considerato come un uomo strepitoso. Costruire il mondo a vostra immagine e somiglianza, chissà quante volte l'avevate sognato. Ecco, credere in questa Roma è come credere di poter chiudere ancora gli occhi insieme. Ma tu non sei più all'altezza di quella donna che è volata a vivere la sua vita libera. E i giallorossi, per quanto abbiano un gran bel cuore, ancora non possono aspirare a certe vette.

    pensato da: eric7 alle ore 16:31 | link | commenti (7)
    categorie: palle, tempo scaduto
    mercoledì, 19 marzo 2008

    Five Little Monkeys Jumping on the Bed (ovvero, tanto per non titolare sul derby romano)

    Dopo due settimane negli Usa, ho capito cos'è davvero il jet-lag. Il problema di vedere una partita di Serie A con 8 fusi orari di differenza è che dopo non puoi smaltire la delusione, andandotene a letto. Figurarsi il derby romano. Figurarsi se è un derby perso nel tempo di recupero.

    I Mondiali a volte ci hanno abituato a incontri alle 8 di mattina (Giappone e Corea) o in piena notte (Messico), però una partita di campionato è diversa. Sai che in Italia è sera, e che dopo le chiacchiere televisive si va a nanna.
    Invece, se stai a Los Angeles, sono le 3 del pomeriggio e ti tocca vivere tutto il resto della giornata in una sorta di ipnosi straniata, con un loop mentale del tiro di Behrami che finisce in rete.

    Risultato giusto, intendiamoci. Meglio la Lazio, tatticamente e per determinazione. La Roma dimostra superiorità tecnica quando finalmente trova spazio nel pressing biancazzurro. Ma dura poco e rimane spesso in potenza. E poi i giallorossi avevano già dato (anzi avuto), anni fa, con l'autogol di Negro. Il gollonzo di Taddei è un sogno quasi incoffessabile da veder segnare in un derby, un rimpallo che finisce morbido a dare una mano di velluto all'angolino destro di Ballotta. Ma stavolta era davvero troppo, anche per questa Lazio.

    I tre del divano di Los Angeles abbandonano la partita alla spicciolata. Alex fugge al lavoro sul 2-2, dopo essersi già preso mezzora di permesso. Gli do la notizia, pronunciando la sola parola "Behrami", mentre sta dando gas al suo scooterone. Pierpaolo fugge silenziosamente al fischio finale. Io, dopo il 3-2, abbandono il mio posto sulla moquette. Mi aspetta un pomeriggio da baby-sitter. Intrattengo il piccolo Marco, di due anni, con cartoni didattici americani e filastrocche in inglese. Intrattengo lui, e distraggo me. E canto: "Five Little Monkeys Jumping on the Bed". E Behrami è un po' più lontano.

    pensato da: eric7 alle ore 23:17 | link | commenti (8)
    categorie: in viaggio, palle, tempo scaduto, stellestrisce
    domenica, 16 marzo 2008

    Dialoghi da un pissoir

    "Hai trovato il giocatore che ti interessava?". La domanda è innocente, e comprensibile, visto che siamo alla Hall of Fame del football. Lo è di meno il contesto. Due uomini, uno accanto all'altro davanti a un orinatoio. Sì, richiudevo giusto la patta dei jeans, quando il signore, invece di rimanere concentrato sulla sua attività, si rivolge a me.

    Paul Watzlawick in "America, istruzioni per l'uso" racconta con leggera ironia e comprensione gli Stati Uniti a chi ci mette piede per la prima volta. Tra le curiosità, il fatto che gli americani non riescano a fare a meno di attaccare bottone con gli sconosciuti. Non accettano che due estranei possano condividere uno spazio in comune senza comunicare. Finora, tra pulmann e aerei, ero sempre riuscito ad alzare un muro, e tutto sommato non mi stupisco che accada anche in un bagno.

    Si tratta di uno degli assistenti di sala, il suo lavoro è spiegare, illustrare, insomma rendere il più piacevole possibile la mia permanenza. Da quello che ho visto alla Hall of Fame del basket, e a giudicare dal passo e dai capelli bianchi, si tratta di pensionati che arrotondano.

    A differenza di Springfield, i video che spiegano la storia del gioco sono in americano stretto. Ma la pallacanestro è uno sport globalizzato, e cerca di farsi capire da quanto più pubblico possibile. Anche qui ci sono i cimeli: palloni e divise con addosso un secolo di vita, biglietti, caschi e anche un bidone di Gatorade.

    Se il basket è divenuto cosa dei neri (almeno quello praticato), coi suoi ritmi jazz, ora sempre più hip hop, alla Hall of Fame del football si respira tutto l'epos e la retorica che gli americani hanno affidato a questo sport. Così, giocatori/allenatori/presidenti che ogni anno vengono imbarcati su questa arca della gloria sportiva vengono addirittura ricordati con un busto.

    Sono le sole sedici partite di campionato, i playoff e il Super Bowl a eliminazione diretta che rendono il football perfetto per essere raccontato come una epopea. C'è The Catch, la ricezione che cambia la storia, c'è The Perfect Season o The Perfect Game, The ice bowl (finale giocata a 30 sotto zero). Un mito nato in provincia e poi, con il professionismo, spostatosi in città. Lo sport inteso come spettacolo (o come circo, a seconda dei punti di vista) prevede infatti che si giochi lì dove c'è pubblico.

    Incontro ancora l'assistente di sala. Stavolta mi racconta del suo viaggio in Italia, nel 1963. Annuisco e svicolo. La terza voltra che ci incrociamo gli sorrido e vado a spendere qualche dollaro nel negozio del museo: un paio di magliette per i giorni in cui starò in California.

    All'uscita, giro a largo rispetto alla biglietteria. Devo evitare la signora della segreteria. All'entrata, appena ha sentito che ero italiano, m'è venuta incontro a parlare delle sue vacanze a Firenze, Roma e Positano. Ora che ci penso, potrebbe essere la moglie del signore del piano di sopra. Esco velocemente. Prima che qualcun altro mi descriva il suo viaggio di nozze nel Bel Paese, corro ad aspettare il taxi in mezzo ai cumuli di neve.

    Siccome c'erano dei lavori in alcune sale, ho ricevuto un ingresso gratuito per rifare la visita completa nei prossimi mesi. Non si sa mai che mi trovi a ripassare da queste parti.

    pensato da: eric7 alle ore 17:15 | link | commenti (2)
    categorie: maestri, culture, palle, ovali, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano
    lunedì, 03 marzo 2008

    Guardare lo sport, cercare se stessi, trovare un cugino

    Fai ciò che ti piace. Non quello che vogliono o si aspettano gli altri.

    Così, andare a trovare un cugino che ha messo su famiglia a Los Angeles diventa solo l'ultima tappa di un viaggio di tre settimane negli Stati Uniti.

    Perché alienarsi in una megalopoli infinita, quando l'America è nelle tue coordinate mentali? Certo, da questo viaggio mancherà il rock, però dentro ci ho messo un bel po' di sport. Per la casa di Elvis, facciamo la prossima volta.

    Fai ciò che ti piace, suggerisce chi ti ha amato davvero, e in qualche modo ti ama ancora. E io so cosa mi piace, anche se non ho più chi mi ama. E, pensandoci bene, neanche me stesso.

    Per farla breve. Il 5 marzo sarò a Boston, per Boston Celtics-Detroit Pistons. Partita di stagione regolare Nba, che con molte probabilità sarà anche la finale della Eastern Conference.

    Chi è cresciuto con la Nba degli anni '80 poteva tifare solo per tre squadre: Los Angeles Lekers, Philadelphia 76ers e Boston. Io ho preso i Celtics di Bird. E, in questi anni di declino, ho ripiegato su Detroit, che negli ultimi tempi ha vinto un titolo e un paio forse li ha buttati.

    Dunque, non potevo chiedere nulla di meglio. E ,una volta scoperto che a marzo era in programma una partita del genere, tutto il viaggio è stato costruito intorno a questa data. I 300 dollari meglio spesi nella mia vita.

    Già che ci sono, due giorni dopo farò un salto a Springfield, alla Hall of Fame del Basket, il museo che raccoglie i cimeli dei migliori giocatori del mondo. Loro ci entrano dopo le attente valutazioni di una giuria di esperti. I turisti, pagando il biglietto. Probabilmente un'americanata. Vado a giudicare.

    E per non farmi mancare niente, tre giorni dopo si vola nel freddo dell'Ohio (non che a Boston le temperature siano più tiepide). A Canton, si è giocata la prima partita di football americano della storia. E proprio Canton ospita la Hall of Fame del football. Altra americanta, lo so. Preferisco perseverare.

    A quel punto si scende nel deserto della California. Per guardare il panorama e parlare con se stessi. A cercarsi. Ma è solo un luogo comune e retorico. Non sarà così. Perché non si cambia. E tre settimane sono solo dolore diluito. Ma questa è un'altra storia.

    pensato da: eric7 alle ore 00:01 | link | commenti (1)
    categorie: palle, arance, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa
    lunedì, 25 febbraio 2008

    Dolori

    Per ammazzare il tempo durante le frequenti influenze nei primi anni delle elementari, bisognava aguzzare l'ingegno. Naturalmente, lo sport era centrale. Così, sparso qualche ostacolo da aggirare sul pavimento, cronometro in mano e pantofole ai piedi, m'ero inventato lo sci casalingo. Ostacoli vicini per lo slalom, più distanziati per la discesa. Dal punto di vista del movimento fisico, si trattava di pattinare, con qualcosa somigliante più a quello che poi è diventato il passo pattinato dello sci di fondo.

    Mi piaceva un giovane italiano assai promettente. A 18 anni infila qualche podio e nel febbraio del '79, con una manciata di gare alle spalle, vince la sua prima prova in Coppa del mondo. Bravo nelle prove tecniche, viene provato anche nella discesa libera. Servono punti per la combinata. Finiti i tempi della Valanga azzurra, chi gestisce la nazionale pregusta di farne il rivale dello straordinario tiranno silenzioso, Ingmar Stenmark.  

    Leonardo David cade nei campionati italiani e sbatte la testa. Sente fastidi, ma va avanti. E un paio di settimane dopo viene mandato in pista a Lake Placid, negli Usa, nella discesa pre-olimpica. Cade poco prima del traguardo. Si rialza, supera la linea e sviene. Rimarrà a vegetare nel letto di casa, circondato dall'amore della famiglia, per cinque anni. Per poi addormentarsi, finalmente e definitivamente.

    L'immagine di quello sguardo in vita, ma senza vita, me la porto dietro da quando ero piccolo, ed è qualcosa che fa ancora male. Domani saranno 22 anni da quando Leonardo David ha smesso di soffrire. Non so perché, ma me lo ha fatto tornare in mente la recente vicenda di Ronaldo. Intendiamoci, non è un dramma sfasciarsi un altro ginocchio, a 31 anni, e con un conto in banca miliardario.

    Però, c'è qualcosa che dà fastidio nell'accanimento con cui è stato chiesto a Ronaldo di andare in campo. Un giocatore, purtroppo, dalla forma fisica impresentabile. Patetico nelle poche partite spese in campo quest'anno, aggrappato a una classe immensa, che gli aveva permesso, quasi miracolosamente, di segnare nove gol nella precedente mezza stagione.

    Il Milan qualche colpa ce l'ha, anche se da quelle parti si sono autoassolti. Ha confidato nel proprio fantascientifico staff medico, capace tenere in piedi una squadra ultratentenne, e vincente. Un conto, però, è allungare la carriera di un calciatore, un altro è pensare sano un giocatore con dieci chili in più rispetto al peso forma, con le articolazioni usurate, i muscoli deboli e la tendenza agli stravizi.

    Perché dietro al Fenomeno si è voluta nascondere una campagna acquisti che prometteva Ronaldinho. Roba misera, dunque. Perché Ancelotti aveva detto "mi bastano dieci minuti da Ronaldo, non 90". Una sorta di accanimento terapeutico a cui lui non ha avuto la forza di sottrarsi, se non manifestando dolori che i dottori di Milan Lab, addirittura infastiditi, non erano in grado di spiegare.

    E tutto sommato a Ronaldo è andata bene. Se si pensa al connazionale, naturalizzato croato, dell'Arsenal, Eduardo. A 25 anni, con un conto in banca lontano da quello del milanista, si trova da sabato con una caviglia staccata dal resto del corpo. Le immagini hanno fatto il giro del mondo. E per fortuna che la tv inglese, con lo stesso riserbo applicato il giorno degli attentati terroristici a Londra, non hanno trasmesso i replay del fallo. Si è distinto solo il sito di New of the world, pura spazzatura.
    Un entrata criminale. Oltre le intenzioni forse. Però, quello che nessuno dice, è che quando fai un contrasto duro nel calcio, ne sei consapevole. Si entra anche per intimidire, e per intimidire devi far male, e chi ha dato due calci a un pallone lo sa.

    Il Milan dovrebbe chiedere scusa a Ronaldo. Ma il giocatore Taylor dovrebbe essere fermato per lo stesso tempo in cui Eduardo starà lontano dai campi. Sei mesi? Un anno? si vedrà quando torna a giocare. E se dovesse mettere fine alla carriera, dovrebbe terminare anche quella di chi ha commesso il fallo. E' un incidente sul lavoro. Che Eduardo abbia perdonato Taylor rientra solo nella civiltà dei rapporti umani.

    pensato da: eric7 alle ore 20:53 | link | commenti (2)
    categorie: palle, tempo scaduto, sciolina