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    Sugli spalti

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    lunedì, 07 luglio 2008

    Quando c'era lui

    Talmente bello da essere noioso. Proprio come quelle bionde con gli occhi azzuri: così perfette che non riescono a chiuderti lo stomaco in un pugno, fino a non farti mangiare. Insomma, non te ne innamori.

    Detto che Michael Schumacher è stato il pilota più forte della storia, vincente e determinato, scaltro e furbo, mi chiedo se c'è qualcuno che può ammettere di essere stato innamorato del tedesco. Alla fine ti restano in mente la spietata umanità di Senna, il coraggio cieco di Mansell, l'abilità furba di Prost, la simpatia innata di Piquet, l'incoscienza di Villeneuve.

    Eppure, davanti ai compiti in classe imbrattati dagli attuali studenti di Formula 1, viene quasi da rimpiangere la tirannia di Schumacher. Anche perché, dopo sei titoli mondiali, negli ultimi anni era stato reso più umano, tirato giù di peso dal piedistallo da Alonso. Che sembrava avviato a ripeterne l'eredità.

    Sembrava. Perché lo spagnolo non aveva fatto i conti col giovane Hamilton. Che a sua volta non aveva capito quanto la realtà della F1 fosse diversa da un videogioco. Regalando un mondiale a Raikkonen, uno che in valigia aveva l'eredità del tedesco, ma metteva in pista lo stesso entusiasmo di un impiegato delle poste quando gli allunghi la bolletta del telefono.

    Tutto questo per dire che anche l'anno secondo del post Schumacher regala un mondiale equilibrato. E se già avevamo visto tre piloti in testa al campionato, beh era successo giusto lo scorso anno. Bello l'equilibrio. Rende tutto imprevedibile. Poi guardi Hamilton tamponare i colleghi ai box, Raikkonen che annaspa sulla pista bagnata per una strategia prima rischiosa poi conservativa, Massa battere il record mondiale di testa coda in una sola gara e finire ultimo come un Melandri qualsiasi in sella alla Ducati.
     
    Roba che se ci fosse stato lui (Schumi) adesso avrebbe già ipotecato il titolo. Sia se avesse guidato la Ferrari o la McLaren. Adesso è talmente equilibrato che quasi quasi rimpiangi l'ordine di quando c'era lui. Anche perché, quando c'era lui, pure le previsioni del tempo erano affidabili.

    pensato da: eric7 alle ore 00:00 | link | commenti (3)
    categorie: quattroruote, finte e controfinte
    lunedì, 07 aprile 2008

    Irriconoscibili

    Non ho più l'ispirazione di un anno fa. Non che abbia esaurito gli argomenti. Sarebbe triste per uno che afferma di aver desiderato fare il giornalista sportivo. E che in qualche modo ancora lo spera (ma il conto alla rovescia va a zero, e stavolta non lo fermo).

    Diciamo che non riconosco più la scintilla. E, in un Paese dominato dal calcio, è ancora più complicato trovare angolazioni diverse per raccontare lo sport. Ma un po' sono cambiato anche io. E, alla fine, più che lo sport davvero non riconosco me.

    Di certo un tipo che si fatica a scorgere, rispetto allo scorso anno, è Lewis Hamilton. Se a fine corsa non fosse la sua faccia quella che spunta da casco e tuta ignifuga, penseresti che al volante della McLaren ci sia un impostore. O semplicemente un pilota di 22 anni, senza esperienza di Formula 1.

    Invece è proprio lui. Certo stiamo sempre parlando di uno che ha vinto il primo gp della stagione, in un weekend così imbarazzante per la Ferrari, che in quanto a stupidaggini e problemi tecnici la Rossa ha sistemato le statistiche chissà per quanto tempo.

    La gara seguente, in Malesia, l'inglese ha concluso con un anonimo quinto posto. Roba che quando ha tagliato il traguardo, Raikkonen stava per stappare lo champagne. In Bahrain, alla terza prova, Hamilton si è piantato in partenza, dimostrando che il mondo della Formula 1 non è quello dei videogiochi a cui era abituato. La mancanza di certi controlli elettronici allo start gioca dunque brutti scherzi.

    Quasi quasi viene da pensare che è vero che copiava gli assetti di Alonso, lo scorso anno, e regolava la macchina sfruttando i dati del campione spagnolo. Così, quando il poco simpatico ex campione del mondo si è fatto furbo (mettendosi definitvamente contro la squadra) l'inglese è andato in tilt come sul finale dello scorso campionato.

    In gara, domenica, Hamilton è riuscito a tamponare l'odiato ex compagno di team, pregiudicando ulteriormente il proprio risultato, senza quasi accorgersene. Tanto che l'atteso momento di rivedere i due ragazzini viziati a duello è stato svuotato di ogni gusto dalla sbadataggine del pilota McLaren.

    Oggi Lewis Hamilton è irriconoscibile. Sembra un miraggio. Un errore di valutazione. Di quelli che punteggiano la vita.

    pensato da: eric7 alle ore 18:02 | link | commenti (2)
    categorie: quattroruote, tempo scaduto
    venerdì, 15 febbraio 2008

    Post sul post-San Valentino. Dello sport

    Anticipare un avversario in uscita e poi venire abbattuto. Rialzarsi, darsi la mano e fare finta di niente. E poi dire: "Cazzo che botta".

    Palleggiare, tirare a canestro, ginocchia piegate e difesa. Uscire dal campo di basket coi polmoni spaccati dalla fatica.

    Impiccare il quadricipite su una salita e scoprire che Roma non è città per andare in bici.

    Sapere tenere a malapena in mano una racchetta e ammirare quanti punti può fare chi ti sta di fronte, mentre tu hai un black out mentale. Meglio ripiegare su intere giornate di ping pong...

    Nuotare, nuotare, nuotare. Andare lontano, anche se non hai il fisico.

    Ma anche...

    Il tacco di Bettega per Paolo Rossi: Italia-Argentina 1-0 del 1978.

    Il tiro di Michael Jordan a sei secondi dalla fine contro Utah nel '98.

    Italia-Ungheria di pallanuoto nel 1978: un pareggio che valeva il titolo mondiale.

    Mennea a Mosca sui 200: l'eco dei televisori sintonizzati sullo stesso canale in tutto il campeggio.

    Bubka e Vigneron al Golden Gala di Roma: 3 record mondiali in un'ora.

    La prima vittoria di Alberto Tomba al Setriere. Aveva il numero 25. Ero a casa malato.

    La rimonta di Joe Montana nel Super Bowl dell'89: 82 yards, 8 lanci completati su 9 e touchdown a 34 secondi dalla fine. Erano le 4 del mattino. Il giorno dopo, 4 all'interrogazione di chimica.

    Svegliarsi prima dell'alba per vedere i match di un animale chiamato Tyson.

    Italia-Brasile del 1982. Una delle ragione per cui vale aver vissuto. Sportivamente parlando.

    Francesco Moser. Il motivo per cui imposi ai miei di chiamare mio fratello Francesco. Anche se nelle prime ore di vita, in clinica, si chiamava Cristian.

    La dinale di Coppa Davis Italia-Cile del 1976: non sapevo chi fosse un certo Pinochet.

    Pantani sull'Alpe d'Huez. E non una volta.

    Roma-Dundee United, semifinale di Coppa dei Campioni, 25 aprile 1984: quando tu e 11 giocatori che non conoscevi potevate avere un sogno comune.

    Gilles Villeneuve. In ogni corsa.

    Vedere per la prima volta il verde-campo dello stadio Olimpico. In televisione non verrà mai così...

    Volevo raccontare perché si ama lo sport. Non finirei mai di descrivere i volti di un amore.
    pensato da: eric7 alle ore 00:09 | link | commenti (1)
    categorie: palle, arance, quattroruote, dueruote, ovali, tempo scaduto, finte e controfinte, lanci salti corse
    domenica, 21 ottobre 2007

    Eppure...

    Il guaio dei primi della classe, coccolati dai prof e un po' furbetti, è che il giorno in cui ne hanno bisogno, nessuno che gli passa il compito. Anzi, i compagni li guardano e godono nel vedergli sudare la fronte. Così è andata a Lewis Hamilton, aiutato dai presidi (spy story), dagli insegnanti (giudici di gara) e pure dai bidelli (commisari di pista che li rimettono in pista). Gufato da colleghi e mezzo mondo.

    Alla fine, la soddisfazione di scrivere "io l'avevo detto" (appena ieri). Come previsto, infatti, Alonso ghignante (se la godrà per qualche annetto) ha usato l'astuzia e lo ha provocato, correttamente, alla prima curva. E l'inglese ha abboccato. Poi, il problema al cambio, che lo ha tagliato fuori dalla zona punti. E dire che avevo preparato da due settimane il post su Hamilton campione (mai fare programmi, dovrei averlo capito dalla vita).

    Il mondiale lo ha perso la McLaren, perché nonostante la parità tecnica con la Ferrari, aveva avuto un grande vantaggio in affidabilità, e quindi in punti. Ma quando una squadra inglese sceglie di ingrassare due galli in un pollaio fino all'ultima gara, si suicida. Si sa. In questo, la Williams ha fatto storia e la McLaren è stata, tristemente, all'altezza.

    Il campionato lo ha perso la McLaren e lo ha vinto la Ferrari, che non si è mai arresa. Nonostante un bel po' di errori di gestione, ha finito in crescendo. Il tempo di capire tutte le potenzialità della macchina. Questa la differenza tra avere e non avere Schumacher in squadra. Personalmente, però, mi sono divertito più quest'anno che in tutti i campionati vinti dal tedesco.

    E poi, il finlandese. Raikkonen mi piace da quando ha esordito con la Sauber, passando poi alle Frecce d'argento. È veloce e solido, e inumanamente freddo. Finora era famoso per il piede veloce, la tendenza a mettere sotto pressione la macchina, due mondiali già persi all'ultima gara e l'amore per l'alcol (cosa che ultimamente me lo rende ancora più simpatico).

    Da tempo, ormai lo chiamano "Kimi on the rock" per la tendenza all'ubriachezza fuori dalla pista: una volta cade dal ponte di una barca, un'altra fa i numeri davanti ad alcune cubiste, un'altra ancora paga da bere a tutti gli avventori per dimenticare un litigio con la moglie, un'altra ancora patente ritirata dopo un party a fine Gp di Budapest.

    Sarà un caso se, nell'intervista post Gran premio, il suo primo riferimento sia andato proprio ai festeggiamenti?
    Intanto, è ora di aggiornare la sua biografia. Almeno la parte sportiva.

    pensato da: eric7 alle ore 20:47 | link | commenti (8)
    categorie: quattroruote, tempo scaduto, colpi di testa, fantasisti
    sabato, 20 ottobre 2007

    Se va come deve

    Possibile che andrà come deve? Possibile che la logica, l'aritmetica e la tecnologia abbiano la meglio? Se tutto va come deve, domani sera Lewis Hamilton sarà il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1. Ma gli imprevisti: il motore che ti lascia a piedi, le gomme che si deteriorano, una gomitata alla prima curva dal compagno di squadra?

    Alla fine, prima di incoronare questo fuoriclasse che pare mostruoso, capace di vincere o finire secondo in piste mai viste prima, se non alla playstation, controllato e paraculo quanto basta a ricordare ad Alonso che nelle sue vene scorre pur sempre caldo sangue spagnolo, la sensazione è che possa succedere qualcosa.

    Un guaio meccanico o elettronico a una McLaren perfetta per tutta la stagione, una scorrettezza come ne abbiamo viste anche troppe: Senna a Prost, Prost a Senna, Schumacher a Hill, Schumacher a Villeneuve. Tutti campioni straordinari, sportivi, che però al momento di lasciare il titolo al rivale non hanno avuto grossi problemi ad accompagnarlo fuori pista.

    L'ultima volta che si è arrivati a uno sprint a tre era il 1986. Mansell, Prost e Piquet: 70, 64, 63 punti. Praticamente l'inglese doveva solo  controllare i rivali. Invece, l'unica cosa che riuscì a tenere a bada fu la macchina su tre ruote, quando il pneumatico posteriore sinistro gli esplose, e lui sembrava stesse guidando una stellina, quelle che si accendono in mano ai bambini a Capodanno, per quanto il cerchione scintillava sull'asfalto. La spuntò il francese con due punti di vantaggio sul brasiliano.

    Altri tempi. Altri piloti (Mansell generoso all'autolesionismo, Prost calcolatore e opportunista ma bravo davvero, Piquet scanzonato quasi come Valentino Rossi, solo in versione volgare). Altre macchine. Altri sorpassi.

    Anche se alla fine anche il 2007 è stato un gran bel campionato. Equilibrato, spettacolare il giusto, duellato, troppo spesso in mano ai giudici. Male che vada domani in Brasile non succede niente, Lewis Hamilton stravince e diventa semplicemente il campione iridato più degno. Eppure...

    pensato da: eric7 alle ore 17:50 | link | commenti (2)
    categorie: quattroruote, tempo scaduto, fantasisti
    domenica, 07 ottobre 2007

    I dolori del giovane Lewis

    Il guaio di dare in mano ai bambini certi giocattoli troppo impegnativi. Il ragazzo prodigio ha sbagliato proprio dove era impossibile sbagliare: nella curva che introduce ai box, 80 all'ora. Un po' come non centrare l'ingresso dell'autogrill, mentre già sogni la toilette e un buon caffè.

    Così, a Shangai, Lewis Hamilton ha buttato via il primo match point per il titolo mondiale di Formula 1, volendo stravincere. Di certo la scuderia non lo ha aiutato, non richiamandolo ai box per verificare i probabili problemi ai pneumatici, mentre continuava a perdere secondi giro dopo giro. Lui, poi, dice di non essersi accorto di niente. Improvvisava curve sempre più improbabili, s'è fatto passare da Raikkonen, eppure afferma di non essere riuscito a scorgere i guai alle gomme a causa degli specchietti sporchi.
     
    Sembra una scusa puerile e forse lo è. E, tutto sommato, pare ancora accettabile per quello che, nonostante il sangue freddo e un campionato prodigioso, è un pivellino di 22 anni, tradito per la prima volta dalla macchina proprio il giorno in cui volava verso il titolo mondiale.

    Non che il suo maggior contendente abbia comportamenti da uomo maturo. Dice che il campionato è stato deciso lontano dalle piste, riferendosi a una manovra dell'inglese dietro la safety car lo scorso Gp. A 26 anni, pur se due volte iridato, Fernando Alonso non riesce a togliersi di dosso la faccia da bambino viziato, quello abituato ad averle sempre vinte dai genitori. Non è lontano dalla ragione, intendiamoci. Ha fatto fare il salto di qualità alla McLaren, ma in squadra lo hanno trattato da subito alla pari del ragazzino, mentre lui, abituato alle cure di Briatore, pretendeva un umile scudiero.

    Poi, per vendicarsi, è andato a testimoniare contro il suo team nella spy story. A quel punto, nella scuderia inglese, è diventato persona non grata. Da separato in casa ha atteso che la buona sorte finisse di soffiare a favore di Hamilton. Un po' per giustizia, un po' per divertimento, trovate qualcuno che non abbia accompagnato sulla ghiaia il pilota di colore, per poter vedere concludersi solo all'ultimo Gp forse il mondiale più equilibrato degli ultimi vent'anni.

    Eh sì, perché c'è il terzo incomodo, Kimi Raikkonen. Anche lui è rimasto in corsa per il titolo, ma deve sperare che gli altri peschino ancora la carta degli imprevisti, fra due settimane in Brasile. Lui è così freddo e distaccato, che non avrebbe problemi a infilare il dito nella torta preparata per la McLaren, per assaggiarla. E magari papparsela tutta, senza emozioni apparenti. Mentre gli altri due ragazzini sgomitano e frignano per spegnere le candeline. Improbabile, ma può succedere, quando fattore meccanico ed elemento umano si accapigliano.

    pensato da: eric7 alle ore 20:25 | link | commenti (2)
    categorie: quattroruote, finte e controfinte
    domenica, 16 settembre 2007

    Diapositive

    Si può essere felici come bambini dopo aver perso 108-13? Sì, se sei un Paese di calciatori di classe che da 40 anni cerca un centravanti per la propria nazionale di calcio, e - non si sa come - riesci a mettere in piedi una squadra di rugby, arrivata alla Coppa del Mondo. Contro la Nuova Zelanda c'era solo da stabilire se gli All Blacks avrebbero superato i 100 punti. Ci sono riusciti, naturalmente. Ma il Portogallo, oltre a due calci, è riuscito a segnare una meta. A fine partita è festa. Per i favoriti che continuano gli "allenamenti" in vista della fase finale della manifestazione. Per i tifosi lusitani, che esultano liberi e felici come se avessero vinto una finale. È sport. Ogni tanto vive di cose semplici.

    Poi ci sono i motori. Nella più brutta settimana della storia dell'automobilismo (a parte quelle luttuose), il duello tra Hamilton e Alonso è da brividi. L'inglese ha iniziato a Monza, bruciando la Ferrari di Massa all'esterno della staccata della prima variante, poi Raikkonen passandolo all'esterno sempre allo stesso punto. Oggi a Spa ha affiancato il compagno di squadra dopo lo start, finché lo spagnolo non lo ha invitato a passeggiare per un po' sull'erba sintetica. I due poi hanno proseguito a braccetto a braccetto a 300 all'ora, finché la fisica non ha avuto la meglio sul coraggio. Poi doppietta Ferrari, ma questa è un'altra storia. Tre episodi, però, che solitamente avvenivano in 17 gran premi, non in otto giorni. È un campioanto splendido nonostante le miserie della spy story. Il pomeriggio non si dorme, perché quando c'è equilibrio tecnico c'è spettacolo.

    Ditelo a Valentino Rossi. Con moto e gomme finalmente all'altezza, mette fine all'abbuffata di vittorie di Stoner. Certo, il mondiale non è in discussione e, forse, l'australiano si accontenta di mettersi per una volta alla finestra. Vale vince in Portogallo su Pedrosa, con una staccata di coraggio raro e sontuoso. Impenna al contrario e infila lo spagnolo solo sulla ruota anteriore. Ecco uno che abdica. Ma solo per un po'.

    pensato da: eric7 alle ore 23:10 | link | commenti (2)
    categorie: quattroruote, dueruote, ovali, finte e controfinte
    giovedì, 13 settembre 2007

    L'unica tentazione di Dennis

    In un film la parte del cattivo sarebbe la sua. Antipatico, presuntuoso, arrogante. Un ex meccanico che ha messo in piedi un team di Formula 1, è diventato ricco (il 648º  al mondo, secondo il Sunday Times) e vincente. Potrebbe essere un Enzo Ferrari nato quarant'anni dopo. Ma lui non ha lasciato che la leggenda fosse alimentata dal sogno romantico di un Paese impolverato e da una regione ricca di energia e sangue. Lui s'è messo a lavorare e basta. Senza carisma, solo sudore.

    Nato nel '47, a 16 anni lascia la scuola e va a fare l'apprendista meccanico. Negli anni '70 mette in piedi alcune scuderie nelle formule minori. A 34 controlla la McLaren. Negli anni '80 chiama un ingegnere geniale (John Barnard) e, a suon di miliardi e garanzie tecniche, chiama i migliori piloti del momento: Lauda, Prost, Senna. Non vince, domina. Negli anni '90, dopo un po' di astinenza da successi, si fa sposare dalla Mercedes, torna al titolo mondiale, e cede la maggioranza della McLaren. Oltre a ricevere onoreficienze da Sua Maestà.

    In realtà è solo un tipo pratico. Modi spicci, linguaggio analitico e manageriale, e una esplicita allergia ai giornalisti di ogni latitudine. Non è uomo da compromessi. Agli italiani, naturalmente, non è simpatico. Troppo diversa la visione del mondo. Eppure tra la storica, meravigliosa massima di Enzo Ferrari ("La vittoria più bella è sempre quella che deve venire") e la sua "Essere competitivi, vincere ogni Gp, ma soprattutto continuare a farlo indipendentemente dalla mancanza di un singolo, anche il più importante", non c'è molta differenza. Se non quella che separa Modena dal cuore dell'Inghilterra.

    Antipatico, presuntuoso, duro, arrogante come chi si è fatto da solo. A Monza, dopo la doppietta McLaren, ha pianto fra le braccia della moglie. La tensione per un mondiale equilibratissimo, i dispetti tra i suoi piloti e la spy story ai danni della Ferrari. Se non fosse così cattivo come si fa dipingere, penseresti a una recita. Lui che ha sempre raccomandato di nascondere la gioia di una vittoria nelle quattro mura dei box ("E' solo il nostro lavoro. Quando smetti di essere professionale, sprofondi in un vortice") Forse stavolta ha solo mostrato una debolezza, almeno dal suo punto di vista: le emozioni di un uomo.

    Domattina, quando la Federazione dell'automobilismo giudicherà l'eventuale (e probabile) coinvolgimento suo e/o della sua squadra nello spionaggio, si saprà se, proprio come un uomo, ma misero, è caduto anche in un'altra grave debolezza. E tentazione. Leggere (o lasciare che altri lo facessero) quello che non avrebbe mai dovuto leggere. Qualcosa che non gli apparteneva. Le parole, le idee e i progetti di altri.

    pensato da: eric7 alle ore 00:13 | link | commenti
    categorie: quattroruote, tempo scaduto, giochi di mano
    lunedì, 11 giugno 2007

    Cavalieri e programmatori

    Stoccata, parata, controstoccata. Casey Stoner e Valentino Rossi danzano come provetti moschettieri per portare a casa la vittoria nel Gran Premio della Catalogna di MotoGp. Mentre il cadetto Daniel Pedrosa, alle loro spalle, prende appunti. In attesa del prossimo esame. Rossi riscrive le regole della staccata, mettendo in discussione quelle della fisica, ma alla fine Stoner vince il duello.

    Del motociclismo, ho sempre pensato che sia talmente spettacolare e avvincente da risultare paradossalmente noioso. Un po' come la pallavolo. Molto rumore per una vittoria. Naturalmente è solo una provocazione. Perché non si può negare lo spettacolo di uomini che corteggiano, carezzano e posseggono il loro mezzo, una moto.

    Con rassegnazione mi sono avvicinato al GP del Canada di Formula 1. Poco più di trecento chilometri per assistere a un evento storico  annunciato: la vittoria di Lewis Hamilton. Ventidue anni, 5 podi in cinque gare, primo posto in classifica mondiale. Come mai nessuno nella storia dei motori. Al sesto tentativo il successo. In un circuito che aveva visto solo nella playstation.

    Rassegnazione? Presto detto. Hamilton è un predestinato. Freddo, sicuro, equilibrato, veloce. Talmente forte che tra dieci anni Schumacher potrebbe sembrare un pivello del volante coi suoi sette titoli iridati. In realtà, pare mostruosamente programmato. Un pilota in provetta. Poi pensi a Valentino Rossi.

    All'incoscienza degli esordi, pari all'innata velocità. Alla maturità che lo ha mantenuto leggero e reso professionale. Insomma, un genio mozartiano di fronte a campioni clonati. Capace di mettere in sella anche cuore e pancia, e andare oltre i limiti di un mezzo inferiore alla concorrenza. Un campione, ora, anche umano, perché improvvisamente diventato battibile.

    Per noi che invece preferiamo poggiare le chiappe sulle più stabili quattro ruote, tutto sta nell'attesa di un momento pronto ad accedere.  Scegliamo quell'unico sorpasso, invece di tanti. Ma spesso non capita. Tutta colpa dell'esasperazione tecnologica che livella l'istinto e separa i team ricchi da quelli poveri. E così vincono i calcolatori alla Niki Lauda, senza essere Lauda, che lo era diventato con l'esperienza e la morte vista negli occhi.

    Prendete Alonso. Presuntuoso e veloce, spietato e opportunista. Si è già messo due titoli mondiali in tasca, battendo con le sue stesse armi sua maestà Schumacher. Ora ha il nemico in casa, uno che sembra più forte di lui. Vai a guidare la McLaren, pensi di diventare l'idolo degli inglesi guidando una macchina inglese, e gli inglesi si ritrovano un fuoriclasse potenzialmente mostruoso. Mai solleticare il nazionalismo albionico.

    Come si dice "sbroccare" in spagnolo? Non lo so. Ma almeno abbiamo scoperto che anche Alonso appartiene ancora al mondo di noi dotati di sangue caldo. In gara ha infilato una serie di errori da principiante (o da pilota giapponese. Chi ricorda Nakajima o Katayama?). Ha lanciato la sfida in partenza, alzando il volume della radio. Peccato si sia distratto giocando con la manopola. Poi ha continuato, tra una chicane tagliata e l'altra.

    Va anche detto che la gara è stata a suo modo spettacolare. Almeno per gli americani, che nell'automobilismo vedono la continuazione delle feroci corse con le bighe di Ben Hur. Un po' meno per noi europei che amiamo sorpassi e strategie, meno vedere incidenti e processioni (peraltro di stagione in questi tempi) dietro la safety car.

    Per fortuna, oltre alla noia e a piloti programmatori, la tecnologia ha portato in Formula 1 anche un bel po' di sicurezza. E Robert Kubica potrà raccontare di quel giorno finì di muso contro un muretto a 270 all'ora, arrotolandosi in tutti i modi sulla pista. Certo, la testa e il braccio sinistro immobili hanno ricordato momenti terribili. Proprio 25 anni fa, e proprio nel Gran Premio del Canada, morì il giovane Riccardo Paletti, pilota della Osella. In partenza, lui che arrivava da dietro si schiantò con una vettura ferma in prima fila. Era il 1982, anno maledetto

    pensato da: eric7 alle ore 01:19 | link | commenti
    categorie: strategie, quattroruote, dueruote
    sabato, 26 maggio 2007

    "Io gli volevo bene"

    Uno sguardo, a scavarsi nel profondo. Un terremoto per la ragione. Un colpo di fulmine. Ecco cos'era. Bastò solo un gran premio a Enzo Ferrari, per innomorarsi di Gilles Villeneuve. Ecco cos'è stato per una generazione, decisamente più giovane, e facile all'entusiasmo, del vecchio Drake.

    Il canadese aveva esordito nel mondiale di Formula 1 sulla McLaren, in Inghilterra, nel '77. Un mese dopo, era a Maranello a conoscere quella leggenda spigolosa, fatta uomo di motori. Lui si presentò in jeans e camicia. Poca esperienza ed eccessiva esuberanza. Gilles ne ruppe di Rosse. Eppure, Ferrari, per cui ogni creatura meccanica sfasciata era cattiva pubblicità e insulto alla bellezza, lo difese sempre.

    Al secondo gran premio con la scuderia di Maranello, in Giappone, prende il volo e si schianta sugli spettatori, uccidendone due. Polemiche per la sua irruenza, per i sorpassi coraggiosi (secondo alcuni) o sconsiderati (per altri). Nel 1979, in Olanda, compie un giro su tre ruote, prima con la gomma scoppiata, poi con la sospensione distrutta. Il ritorno ai box ne definisce il ritiro. Seguono polemiche per il rischio corso e fatto correre ai colleghi, girando in pista a perdere brandelli di macchina.

    Imprevedibile, folle, eppure corretto. A Digione, sempre nel '79 Gilles fa a ruotate per tre giri con la Renault di René Arnoux. Sorpassi e controsorpassi, staccate con pneumatici che fumano e colorano l'asfalto di gomma, scodate e traiettorie mai più interpretate, né prima né dopo. La pista non esiste più e le due macchine si attraggono. Danzano fantasiose, giocano a scambiarsi di posto, come neanche la più fervida fantasia di bambino può scompaginare. Diventa il più incredibile duello della storia della Formula 1.

    Villeneuve fu comunque capace di vincere. Solo sei volte. Cosa che ne ingigantisce la memoria. Nell'81 trionfa a Montecarlo, con un sorpasso ad Alan Jones nel gomito di St. Devote. Due settimane dopo, in Spagna, tiene dietro cinque avversari fino a tagliare il traguardo, in un trenino abile, dispettoso e beffardo. Poi basta. L'anno dopo, guida la macchina migliore. Ma troppo fragile.

    La sua corsa finisce in prova a Zolder, in Belgio, nel 1982, per un'incomprensione durante un doppiaggio. La Ferrari s'impenna, rimbalza più volte come una palla meccanica e si sfarina sulla pista. Lui, soprannominato l'Aviatore per gli incidenti sempre eccessivi, spicca l'ultimo volo, incollato al sedile dalle cinture di sicurezza. Il casco non c'è più e lui chiude le ali, posando il capo su un palo di legno.

    Chissà. Se non ci fosse stato quel maledetto palo. Se non ci fosse stato quel maledetto doppiaggio. Se due settimane prima, non avesse interrotto ogni rapporto col compagno di squadra Didier Pironi, che lo aveva sorpassato all'ultimo giro del Gp di San Marino, contravvenendo ai timidi ordini dei box (ma la vendetta del destino era dietro l'angolo. In agosto, Pironi distrusse la Ferrari e le proprie gambe, sempre in prova, in Germania, mentre sembrava avere la strada spianata verso il titolo mondiale. Il francese pagò definitivamente il conto nel 1987, morendo in una gara di motonautica).

    A 25 anni dalla morte di Villeneuve, rimane un amore immenso. Incontrare Gilles è stato farsi rubare il cuore da di chi parla alla vita con piglio entusiasta e guizzo incosciente. Da chi lascia sgorgare energie da se stesso, dà tutto e, così, si dà agli altri. Tanto diverso da quelli che studiano traiettorie e meditano a lungo a un sorpasso, e poi magari si accontentano della posizione che hanno. Per questo amiamo persone del genere, e finiamo per affidarci a loro. E per questo, per un motivo o per l'altro, le perdiamo.

    "Io gli volevo bene", disse Enzo Ferrari.

    pensato da: eric7 alle ore 03:07 | link | commenti (2)
    categorie: quattroruote, colpi di testa, fantasisti