Non mi piace che la gente parli di me. Preferirei si occupassero di altro. Anzi, se devo essere sincero, non vorrei proprio essere considerato. I giornalisti, che mi conoscono, neanche mi chiedono più un'intervista. Anche se, riuscendoci, saprebbero di aver fatto davvero uno scoop.
Mi rendo conto che da quando avevo 20 anni gioco in mezzo al campo di una delle più forti squadre del mondo. Sono piccolo, corro tanto, segno spesso, ho capelli rossi ma neanche quelli, nonostante sia inglese, mi fanno passare inosservato. Anzi, ho l'impressione di essere notato proprio perché sembro il brutto anatroccolo del Manchester United.
A volte mi avrete visto col fiatone. E' perché soffro d'asma. Me l'hanno diagnosticata a 22 anni. Da allora devo usare un inalatore prima di ogni partita, e a volte anche a fine primo tempo. Mi capirete, dunque, se ho poca voglia di parlare. Perché a me piace seguire il gioco a distanza, per poi ritrovarmi il pallone tra i piedi e concludere in porta.
Martedì sera, infatti, ho segnato il gol che ha portato il Manchester United nella finale della Champions League. L'ho fatto alla mia maniera, con un tiro da fuori area. A 34 anni, ho già portato a casa 17 trofei, ho giocato oltre 500 partite coi Red Devils. Ora mi piacerebbe vincere di nuovo la Champions.
Perché l'altra volta (quella volta in cui rimontammo il Bayern Monaco in due minuti a fine partita) non ero in campo. Se ricordate bene, ero quello a cui tutti i compagni porgevano la coppa. Però si vedeva che ero l'intruso: in giacca e cravatta sembravo un ragazzo il giorno della cresima o alla consegna della laurea.
Sono Paul Scholes. Occhi disattenti mi hanno scambiato per un faticatore del centrocampo. Secondo il padrone di casa di questo blog, sono il miglior giocatore della mia squadra, e tra i migliori del mondo, da una decina d'anni a questa parte. Sarà perché anche lui soffriva d'asma, e a volte anche ora. Sarà perché, in un certo senso, siamo cresciuti insieme, io in campo, lui davanti alla tv.
Poi un giorno le nostre strade un giorno si sono divise, è la vita. Tanto più dopo aver eliminato per due anni di seguito la sua Roma. Dopo la finale di Mosca col Chelsea torneranno a separarsi ancora. Ho corso tanto, e comincio ad avere bisogno di riposo. Io aspiro a una vita tranquilla, dopo il calcio, dentro la mia anonima casetta inglese fuori Manchester. Ora so che anche lui ha voglia di andare.
Nei primi due anni di elementari non ero quello che si definiva un bambino agile. Non che fossi grasso, ero solo legnoso. Inabile a muovermi con scioltezza in qualunque attività fisica. C'è voluta un po' di piscina per slegarmi e permettermi di giocare a pallone, e non solo, come e magari meglio degli altri.
Dopo pranzo le suore ci concedevano un po' di libertà. Per noi maschietti si trattava di giocare a pallone. Vista la scarsa mobilità, mi appostavo davanti alla porta avversaria, segnando sempre di rapina. Un tocco da pochi passi e gol. In gergo calcistico lo chiamano opportunismo. Una parola che ho incominciato ad apprezzare molto presto e in cui, trant'anni dopo, posso dire di essermi cullato con eccessiva nonchalance.
Tornando al calcio vero, diciamo che vedevo in Paolo Rossi un esempio assai influente. Fatto sta, che a fine anno scolastico, me ne uscii coi compagni di scuola, autoeleggendomi capocannoniere della 2a elementare. La cosa provocò qualche reazione degli altri, zittiti però dall'elenco e dalla descrizione dettagliata di ogni rete segnata negli ultimi mesi. Acquistata scioltezza, crescendo scelsi altri modelli che non fossero Pablito, prima di finire per scelta a fare il portiere.
L'infantile dedizione con cui negli ultimi Romario ha contato tutti i gol della sua carriera, andando a rispolverare anche partite sfuggite agli almanacchi, con l'obiettivo di raggiungere le 1.000 reti segnate da Pelé, mi ha ricordato i tempi delle elementari.
Ora, a 42 anni e dopo circa 25 stagioni, 1002 gol e una Coppa del Mondo, il "Baixinho" si è finalmente rititrato.
Ma ancora non ho capito chi sia stato davvero. Un prodigio capace di sparire, ricomparire e segnare con la palla attaccata ai piedi. O solo un uomo dall'ego molto più smisurato del suo già enorme culo. Lui era una sorta di eresia, per il calcio europeo. Un tappo, tendente all'ingrasso cicciotto e col baricentro più basso mai visto sui campi di gioco, antitesi del football atletico, roba che in confronto a lui Maradona era un decathleta. Eppure rapidissimo e potente, e con la capacità di creare un tocco di palla diverso per ogni centimetro del suo piede.
A me sembra straordinario. Ma non saprei dove piazzarlo in un'ipotetica classifica. Forse è solo perché Romario appartiene a un strano periodo della memoria di alcuni di noi. La fase di mezzo. Non è troppo lontano nel tempo per essere mitizzato come gli eroi dell'infanzia e dell'adolescenza. Ma neanche è troppo vicino per avvicinarlo ai Cristiano Ronaldo e ai Messi che al suo confronto sembrano e sono già dei fenomeni e per di più con una vita davanti. Insomma, è come se Romario fosse ancora cronaca, non ancora storia.
Però mi piace ricordarlo (che è anche un modo per capirlo) con le parole di Carmelo Bene, in una paradossale chiacchierata fra sport e cinema, tempo e spazio, con Enrico Ghezzi, "Discorso su due piedi".
Perché Romario è il più grande? Perché è capace di una cosa, del quid che più conta: l'immediato. E' capace dell'immediato... Nemmeno gli avversari la vedono la palla con Romario. Dove passi la palla, i centrali, i difensori, non lo vedono... Questo è l'immediato di Romario: quando sull'1-2 segna, bruciante al limite dell'area, lì siamo nell'immediato... non è più l'azione... E' fermo. E' immobile.
Abbondiamo, va... Top 20 - Top 10 - Top 11 - La tecnica
E' una strana domenica, col cielo sospeso e un Paese che si rimette in fila ai seggi. Una mamma e una bambina camminano per una strada praticamente deserta. Tutti gli altri stanno a tavola, a votare o in gita. Vedo da lontano il rosso che la bambina tiene in mano. E quando le sorpasso lo riconosco. Papaveri. E' periodo.
Da piccolo adoravo i papaveri. Sembravano così belli visti da lontano. Un po' farfalle. Fiori leggeri che poi non rispettavano le attese. Fiori di campo, semplicemente. Mia madre racconta che da bambina se ne mangiò un po', pare ne sia venuto fuori un trip andato a male. Con tanto di vomito. Mi piace pensare che il racconto sia vero.
I papaveri mi ricordano le domeniche pomeriggio coi miei, negli anni 70. Quando una passeggiata all'aria aperta, in un certo senso in campagna, era andarsene alla periferia di Roma, scansando qualche cantiere coi palazzi in costruzione. Gite fuori porta low cost, insomma. Adesso quella periferia Ovest non la saprei riconoscere: quella parte di città si è ormai rovesciata sul raccordo anulare.
Erano domeniche di radio a transistor, qualcuna anche stereo. Poi vennero i primi hi-fi e si stava con gli sportelli della macchina aperti. Fuori il pallone dal bagagliaio, il campo a scelta, d'asfalto o d'erba di primavera (prima che mi diventasse antipatica e allergica). Tutto il calcio minuto per minuto. Era bello attaccarsi a quei pezzi di racconto e, di conseguenza, imitare le reti appena ascoltate.
Per tre anni di seguito, la radio il pallone i papaveri e la periferia portarono il nome di Francesco Moser. Precisamente dal 1978 al 1980, le tre vittorie alla Parigi-Roubaix. Facevo un tifo sfegatato per Moser. Già da qualche tempo, dai primi ricordi sportivi di un bambino. Non è un caso che mio fratello si chiami Francesco. Avevo cinque anni. Avevo "chiesto" ai miei un fratello. Avevo deciso il nome. Ma non fu facile convincere chi voleva chiamarlo Christian (Christian sì, il nome del santo no, curiosa famiglia di comunisti eravamo). E lui se ne stette in clinica senza nome, per un paio di giorni.
Domenica, giorno di papaveri ai miei occhi e nella memoria, è stato anche il giorno della Parigi-Roubaix numero 106. Ha vinto Tom Boonen. Gran campione da gare in linea, se uno credesse ancora al ciclismo. E' uscita fuori la media più veloce dal 1965. L'altr'anno si corse sotto un sole estivo. Pare quasi che anche l'ultima corsa che riconcilia con la fatica atavica del ciclismo, col suo pavé e la voglia di dire "ma chi me lo ha fatto fare di mettere il culo e gli zebedei su un sellino per lavoro", abbia abdicato.
Ecco, io al ciclismo non credo più. Come ad altre cose. E' un pezzo di vita che se ne va. Come altri.
"Hai trovato il giocatore che ti interessava?". La domanda è innocente, e comprensibile, visto che siamo alla Hall of Fame del football. Lo è di meno il contesto. Due uomini, uno accanto all'altro davanti a un orinatoio. Sì, richiudevo giusto la patta dei jeans, quando il signore, invece di rimanere concentrato sulla sua attività, si rivolge a me.
Paul Watzlawick in "America, istruzioni per l'uso" racconta con leggera ironia e comprensione gli Stati Uniti a chi ci mette piede per la prima volta. Tra le curiosità, il fatto che gli americani non riescano a fare a meno di attaccare bottone con gli sconosciuti. Non accettano che due estranei possano condividere uno spazio in comune senza comunicare. Finora, tra pulmann e aerei, ero sempre riuscito ad alzare un muro, e tutto sommato non mi stupisco che accada anche in un bagno.
Si tratta di uno degli assistenti di sala, il suo lavoro è spiegare, illustrare, insomma rendere il più piacevole possibile la mia permanenza. Da quello che ho visto alla Hall of Fame del basket, e a giudicare dal passo e dai capelli bianchi, si tratta di pensionati che arrotondano.
A differenza di Springfield, i video che spiegano la storia del gioco sono in americano stretto. Ma la pallacanestro è uno sport globalizzato, e cerca di farsi capire da quanto più pubblico possibile. Anche qui ci sono i cimeli: palloni e divise con addosso un secolo di vita, biglietti, caschi e anche un bidone di Gatorade.
Se il basket è divenuto cosa dei neri (almeno quello praticato), coi suoi ritmi jazz, ora sempre più hip hop, alla Hall of Fame del football si respira tutto l'epos e la retorica che gli americani hanno affidato a questo sport. Così, giocatori/allenatori/presidenti che ogni anno vengono imbarcati su questa arca della gloria sportiva vengono addirittura ricordati con un busto.
Sono le sole sedici partite di campionato, i playoff e il Super Bowl a eliminazione diretta che rendono il football perfetto per essere raccontato come una epopea. C'è The Catch, la ricezione che cambia la storia, c'è The Perfect Season o The Perfect Game, The ice bowl (finale giocata a 30 sotto zero). Un mito nato in provincia e poi, con il professionismo, spostatosi in città. Lo sport inteso come spettacolo (o come circo, a seconda dei punti di vista) prevede infatti che si giochi lì dove c'è pubblico.
Incontro ancora l'assistente di sala. Stavolta mi racconta del suo viaggio in Italia, nel 1963. Annuisco e svicolo. La terza voltra che ci incrociamo gli sorrido e vado a spendere qualche dollaro nel negozio del museo: un paio di magliette per i giorni in cui starò in California.
All'uscita, giro a largo rispetto alla biglietteria. Devo evitare la signora della segreteria. All'entrata, appena ha sentito che ero italiano, m'è venuta incontro a parlare delle sue vacanze a Firenze, Roma e Positano. Ora che ci penso, potrebbe essere la moglie del signore del piano di sopra. Esco velocemente. Prima che qualcun altro mi descriva il suo viaggio di nozze nel Bel Paese, corro ad aspettare il taxi in mezzo ai cumuli di neve.
Siccome c'erano dei lavori in alcune sale, ho ricevuto un ingresso gratuito per rifare la visita completa nei prossimi mesi. Non si sa mai che mi trovi a ripassare da queste parti.
Al Madison Square Garden ricordano agli spettatori che possono essere espulsi dal palazzo per gesti o linguaggio osceno. New York non è Boston, dunque. Però puoi entrare con lo zaino in spalla, dopo una perquisizione assai sommaria. Ma senza bottiglietta, ti venisse voglia di lanciarla in campo. Ogni bevanda si compra dentro, rigorosamente senza tappo. Come negli stadi italiani.
A differenza degli stadi italiani, la gente si alza e va a fare rifornimento di birra, pizza e panini, e lascia giacche e cappotti sulla sedia (poltroncine, non gradinate), anche se sta via un quarto d'ora. E questo succede tre o quattro volte a partita.
Ora immaginate di avere il posto numero 1 della fila e moltiplicate per cinque o sei persone che la occupano con voi, ed ecco che a forza di farli passare avete smaltito la cena. Sì, perché ti alzi per agevolare il passaggio come da noi a teatro, neanche al cinema, figuarsi allo stadio, dove devi muoverti un po' come un equilibrista e un po' come tarzan. E qui si alza anche il tipo più truce.
Per fortuna, sabato sera al Garden, eravamo pochi. I New York Knicks, l'orgoglio di questa città (insieme agli Yankees, naturalmente), sono una squadra derelitta. Tanto talento, poca testa, molto ego e troppi infortuni, e un allenatore che i giocatori non stanno a sentire quando parla, quell'Isiah Thomas, staordinario playmaker tra gli anni 80 e i 90.
La partita contro Portland non entra nella storia della pallacanestro. Anche se, neanche loro sanno come, i Knicks la allungano fino ai supplementari. Poi i Blazers, altro gruppo dal talento giovane ed esagerato, porta a casa un prevedibile successo, dopo aver troppo scherzato. Almeno, però, potrò dire di aver assistito al career high di Nate Robinson, 45 punti per il nanerottolo di 1.75 che nel 2006 vinse la gara delle schiacciate.
E dire che ero andato al Madison Square Garden solo a fare un po' di foto. Poi, quando ho visto che c'erano i Knicks, sono stato calamitato dal botteghino, "accontentandomi" di un biglietto da 78 dollari. Un po' in alto, ma quasi quasi vedo meglio questa partita di quella di Boston. In seconda fila, sei praticamente in campo. Certo, vedi il sudore sulla fronte dei giocatori, ma ti perdi lo sviluppo del gioco.
Ma, in effetti, mi dico, ho visto due partite Nba dal vivo. Chissenefrega dello sviluppo del gioco!
La Hall of Fame del basket oscilla pericolosamente fra il circo e il museo. Il segreto è allacciare le cinture e lasciarsi portare in giro. Qui, a fine '800, un professore canadese che voleva far fare un po' di sano moto ai ragazzi della Ymca ha inventato la pallacenestro, con due cesti di frutta.
Si comincia dal secondo piano: l'honor ring. Una sorta di pantheon con le foto di chi ha fatto la storia della pallacanestro: allenatori, giocatori, arbitri, giornalisti.
Mi concentro sugli europei. I due italiani, Cesare Rubini e Dino Meneghin, il colonnello Gomelski, colui che ha creato il basket nella vecchia Unione Sovietica, e Drazen Petrovic, per tutti il Mozart dei canestri. Talento e provocazione diabolica portati all'estremo, carriera nella ex Jugoslavia, poi salto in America, e la morte in un incidente stradale, ancora giovane.
Oltre alle foto, cimeli. Palloni, magliette lise dai decenni, scarpe, medaglie, libri. Poi si scende al piano intermedio, e la musica non cambia. In più, tanti video, brevi, così non devi stare venti minuti fermo come nelle mostre "normali". E sono sottotitolati. Tutti. Questione di civiltà.
Come un luna park che si rispetti, puoi misurare la tua capacità di saltare da fermo toccando una parete elettronica, o confrontare la tua altezza con quella dei professionisti (io arrivo a 5 piedi e 9 pollici, 173 cm, ma lo sapevo), o saltare a prendere un pallone sospeso a un braccio meccanico per testare le tue doti di rimbalzista.
Ma l'attrazione è al piano terra. Un campo da basket vero, in vero parquet e veri palloni a disposizione dei visitatori. "Show me if you are a professional player", mi dicono. Dico di no, "sono meglio a soccer". Prendo la sfera e me ne vado a disonorare il gioco, nella metà campo opposta. Un po' più lontano dagli occhi di chi osserva.
Riesco a farmi fare qualche foto, che naturalmente viene sfuocata. Vorrà dire che il ricordo me lo tengo nella memoria, altro che immagini digitali.
Non avevo mai calpestato un parquet. È più morbido di quanto pensassi, così come i palloni. Sono le 3 del pomeriggio e solo i crampi della fame mi convincono a lasciare ed affondare la forchetta in un'insalata gigantesca, come qualunque portata da queste parti.
Il tipo che mi ha fatto le foto dice che ci viene tutti i giorni. Confesso che se non avessi avuto il pulmann che mi riportava a Boston, c'era da rimanere lì e chiedere di fare un altro giro sulla giostra.
Ci hanno provato con le città, poi con i quarterback. Ma con gli allenatori non c’è stato niente da fare.
Due tipi tosti, ma soprattutto amici, loro che di amici tra i colleghi ne hanno pochi. Tom Coughlin allena i Giants con la rigidità e l’occhio glacchio di un generale, Bill Belichick è il tipo che pensa al football per 365 giorni l'anno, famoso per le sue felpe con le maniche tagliate con le quali segue tutte le partita a bordo campo. In comune hanno tre anni ai New York Giants come assistenti allenatori, e giorni e notti a parlare di schemi in una stanzetta che condividevano con altri cinque-sei colleghi. In più, un Super Bowl vinto con una strategia perfetta nel 1990.
Belichick è una specie di genio misantropo, mal visto dai colleghi (soprattutto dopo che un suo uomo è stato beccato a spiare i segnali con cui gli avversari chiamano gli schemi) e capace di far addormentare con le sue risposte soporifere il più agguerrito cacciatore di scoop. Ha vinto tre Super Bowl in 6 anni, circondando la leadership di Tom Brady con giocatori di secondo piano, sezionando i punti deboli degli avversari ed esaltando sempre i propri. Uno che, quando non funziona il piano A, e neanche il B, tira fuori la busta C. Come nella partita che ha portato i Patriots a Phoenix. Gli avversari hanno coperto il miglior ricevitore e anche il secondo e il terzo? Lui va col quarto, e facendo lanciare la palla verso il running back di riserva, quello che di solito il pallone lo porta in mano di corsa e non lo riceve.
Sì, ma come andrà a finire? New England è nettamente favorita. Ma nella partita precedente non è stata tanto convincente (o forse ancora di più, visto che ha vinto in sicurezza). Invece, New York sembra in crescita e con l'entusiasmo di chi doveva uscire al primo turno dei playoff e invece è arrivato fino in fondo. E poi c'è il precedente. Di quelli che ti cambiano la vita, se la moneta cade sul lato giusto. Un precedente, assai fresco.
Ultima partita di stagione regolare. New England insegue la sedicesima storica vittoria, New York è già qualificata ai playoff. In teoria, i Giants dovrebbero far riposare i titolari in vista del turno seguente, preservandoli dagli infortuni. Non i Patriots che si giocano il record, dopo aver macinato ogni avversario. Ma New York invece gioca una partita vera e mette sotto New England. Che, però, in poco più di un quarto di gioco recupera dal 16-28 al 38-28 (finirà 38-35), e infrange il primato di vittorie, punti segnati, lanci da touchdown e ricezioni da touchdown in una singola stagione.
Finisce che i Patriots non hanno fatto altro che il loro dovere, dopo essersi condannati a finire la stagione senza sconfitte. I Giants, dopo aver tenuto testa a quella che sta per diventare la squadra più forte della storia del football (manca solo la partita di stasera per esserlo), ne escono con una delusione temporanea, ma la consapevolezza di essere squadra. Lo dimostrano poi con le tre vittorie in trasferta nei playoff.
Due allenatori amici a confronto. Due quarterback lontani per classe. Due città vicine ma di cultura diversa. Una squadra che deve vincere per forza, per non rimanere solo la più bella delle opere incompiute. Un'altra che deve vincere, perché glielo chiedono una metropoli, mezza America che ha altri miti di football e un’altra mezza che vuole sentire il rumore di un gigante quando cade. I Giants possono limitarsi anche a perdere bene. E penso che andrà a finire proprio così. Per consegnare i Patriots agli annali. E permettermi di scrivere un altro post sul Super Bowl.
Sarà l'aria di casa, saranno l'estate e il capodanno di Rio, fatto sta che finalmente Adriano è tornato a fare centro. Certo, per ora si è limitato a prendere in pieno con la sua Audi uno spartitraffico e di seguito tre automobili incontrate nella carambola. Con queste premesse, però, quando finalmente finiranno le sue vacanze, anche i portieri avversari dovranno tornare a temere le sue proverbiali bordate.
Pare che stavolta non fosse ubriaco, come si sono affrettati a confermare la madre e il procuratore di quello che per un breve periodo è stato l'Imperatore di San Siro, prima di diventare nelle notti milanesi l'obiettivo dei paparazzi, più desiderato dei reali d'Inghilterra. Una cosa è certa: "Adriano dovrebbe pregare di più", ha commentato il presidente del San Paolo, Juvenal Juvencio, che tanto aveva supplicato il collega Moratti a prestargli il calciatore.
Probabilmente Juvencio aveva ben chiaro in mente l'esempio a cui il futuro figliuol prodigo dovrebbe ispirarsi: Kakà, calciatore straordinario, ma soprattutto devoto al signore. Il neo Pallone d'Oro non beve, non fuma, non fa tardi la notte ed è arrivato vergine al matrimonio (almeno così aveva detto prima delle nozze). Non contento, di recente ha affermato: "Una volta lasciato il calcio vorrei fare il pastore evangelico".
Il brasiliano è infatti un fedele della chiesa evengelica "Renascer em Cristo", alla quale (si dice) versa un decimo del suo stipendio. Che Estevam e Sonia Hernandes, i fondatori della "Renascer em Cristo", siano attualmente in galera negli Usa, è un particolare che finora non ha incrinato la fede di Kakà: per il suo Capodanno in famiglia aveva un palco riservato in chiesa.
Di Kakà ce n'è uno solo. Per fortuna dei tifosi del Milan. Ma, per loro buona sorte, ce n'è uno solo anche di Ronaldo. Strappato nello scorso inverno al Real Madrid, che se ne liberò con un sospiro di sollievo galactico, il numero 99 nella seconda parte della scorsa stagione mise a segno 7 gol in 14 partite. Un piccolo miracolo, calcistico, ma nulla in confronto al destino del Milan, che con una squadra cotta e un gioco prevedibile quanto i discorsi degli anziani alla posta e sugli autobus, è riuscito a vincere Champions, Supercoppa Europea e Intercontinentale nel giro di sette mesi.
La stagione 07/08 non era neanche cominciata che il Fenomeno è finito in infermeria per un guaio muscolare. Un infortunio inciampato presto nell'ipocondria, tanto che lo si è visto solo 94 minuti con il Cagliari. Quando di fenomenale Ronaldo ha mostrato un paio di patetiche accelerazioni da far venire il magone, ripensandolo 10 chili e un ginocchio fa, e un paio di cadute ai limiti del comico, di cui una fantasiosamente trasformata dall'arbitro in un rigore a favore. Ultimo avvistamento in campo, a Yokohama, mentre riprendeva con la sua camera digitale i compagni che festeggiavano l'Intercontinentale, in un filmino da far mostrare ai parenti.
E' andato meglio nelle apparizioni mondane, indaffarato in una festa carioca insieme ad Adriano, e poi a Capodanno, dove si dice abbia festeggiato il 2008 con indosso la maglia del Flamengo, la squadra che si è messa in testa di ingaggiarlo a gennaio. Lui però ha già minacciato tifosi e società rossonera di presentarsi al ritiro invernale del Milan nel ridente Dubai in perfetto orario, deciso a riguadagnare un posto da attaccante titolare.
Mentre dirigenza e tecnico cercano di uscire con stile da questa storia d'amore mai consumata, l'unico rimasto a prenderlo sul serio è Filippo Inzaghi. Non contento di aver nascosto coi suoi gol decisivi due campagne acquisti sballate, è stato il primo della rosa milanista a raggiungere l'emirato. Con un giorno di anticipo rispetto a tutti i compagni.
Rivincita, gesto tecnico e o quasi scienza agonistica. Nella vita forse no, ma nello sport qualche volta c'è una seconda possibilità.
Prendete Yuri Chechi, ad esempio. Aveva dominato il mondo degli anelli e si preparava a raccogliere l'alloro di Olimpia, quando alla vigilia di Barcellona 92 si infortunò al tendine d'achille. Quattro anni buttati (nella ginnastica si fatica davvero). E subito reinvestiti, per trionfare ad Atlanta 96. Tavola apparecchiata per il bis a Sydney e nuovo ko. Tornerà per un insperato e toccante bronzo ad Atene 2004.
Per rimanere alle Olimpiadi, la nazionale italiana di pallavolo ha avuto due possibilità, però sempre sconfitta in finale. Sei volte campione d'Europa in nove edizioni, tre volte consecutive campione del mondo dal 90 al 98. Ma solo due argenti olimpici, nel 96 e nel 2004. Mai il titolo, dunque. E niente classica ciliegina su una torta che ha fatto di quella generazione del volley italiano la più grande squadra della storia, anche futura.
Al secondo anno nella Nfl, il quarterback Dan Marino portò i Miami Dolphins al Superbowl, ma poi fu stracciato dalla classe di Joe Montana (uno che non aveva bisogno di seconde possibilità, perché in finale vinceva sempre). Era il 1985. Si disse che il ragazzone aveva davanti una carriera intera per rifarsi. Nei restanti 15 anni, Marino alla partita più importante non c'è più arrivato. E' finito al cinema (era rapito insieme alla mascotte della squadra in Ace Ventura), ma soprattutto ha stabilito ogni record nel ruolo. Senza mai vincere nulla.
Diversamente è andata a John Elway, quarterback dei Denver Broncos. Lui di Superbowl perdenti ne ha messi insieme tre. Sembrava un altro pronto a entrare nella storia dalla parte sbagliata. Ce l'ha fatta a 36 anni. E la stagione seguente lo ha rifatto. A quel punto, con un po' di rivincite in tasca, non gli rimase altro che appendere il casco al chiodo.
Una seconda possibilità non ce l'ha avuta neanche Scott Norwood, il kicker dei Buffalo Bills, che sbagliò il calcio decisivo a pochi secondi dalla fine nel Superbowl contro i New York Giants. Il suo errore è finito in un film.
Il quarterback della stessa squadra di chance, sotto forma di Super Bowl, ne ha raccolte quattro. Jim Kelly è ritenuto uno dei 25 più forti in 75 anni di football. Ma tutte e quattro le volte, per giunta consecutive, è uscito sconfitto.
Passando al calcio, nonostante abbia schierato campioni come Crujiff e Maradona, e sia storicamente uno dei team più forti, ricchi e noti del mondo, il Barcellona ha dovuto attendere 93 anni, prima di vincere la Coppa dei Campioni.
Poi c'è la seconda chance di quando vai a segno, per esempio, dopo una respinta. Quella del portiere o dei legni delle porte. Qui Filippo Inzaghi è un maestro. Come lo era Paolo Rossi. Ma si tratta di opportunismo, senso del gol, intuizione e fortuna. Situazioni fondamentali, e spesso uniche, ma utili a cambiare, spesso definitivamente, le partite. Però, altrettanto spesso casuali.
Ma è nella pallacanestro che la seconda possibilità diventa quasi una scienza. Un fondamentale, come il passaggio, il palleggio o il tiro. Significa capire dove finirà un rimbalzo, evitare di essere tagliato fuori dal corpo di un difensore. Diventa uno di quegli elementi statistici che pesano alla fine di una partita.
Tiri e segni, e riparte l'azione degli avversari. Tiri, sbagli e di solito il rimbalzo lo prendono gli avversari, che possono partire velocemente e segnare senza che ti sei schierato in difesa. Ma se tiri, sbagli e uno dei tuoi prende il rimbalzo, è lui che può segnare o far ricominciare il gioco ai compagni. Istinto e colpo d'occhio, elevate a statistica cestistica. Con 15-20 punti da rimbalzo offensivo, una partita è vinta di sicuro.
A volte, dunque, di second chance si può anche vivere.
Tutti gli italiani dovrebbero essere orgogliosi nel vedere una squadra italiana in grado di vincere una manifestazione del genere". Firmato Silvio Berlusconi.
Così, stamattina, per la finale del Mondiale per club, di fronte a una tale chiamata patriottica c'erano due scelte: tifare per gli argentini del Boca Juniors o non vedere la partita. Naturalmente, con il Natale che s'avvicina e il recente viaggio a Stoccolma in testa, ho optato per una full immersion a Ikea. Non potevo dargliela vinta.
Sono arrivato a casa giusto per il fischio finale, le feste e le interviste. Il Milan ce la fatta. Complimenti a Maldini, 39 anni in cui ha vissuto tutti i trionfi rossoneri, ad Ancelotti, che ne ha dovute sopportare tra commenti presidenziali e campagne acquiste scarsine, a Kakà, diventato col suo modo educato e pacifico il più forte del mondo, a Inzaghi, che ha i piedi fucilati, è antipatico, è vecchio, però ha deciso tutte e tre le finali giocate e vinte dai rossoneri in sette mesi, e non ci sono problemi se non sa stoppare un pallone: quella palla da anni gli finisce prima addosso e poi in rete.
In tutto questo, mi colpisce l'emozione di Arrigo Sacchi, che è a Milano a commentare la partita. Tutto cominciò con lui. Con il football maniacale e visionario di quest'uomo senza nobile passato calcistico. Un provinciale che aveva affittato il vestito buono per la Scala del calcio, una sorta di Ayatollah della tattica che ha spiegato come si potesse vincere attraverso il bel gioco e non l'opportunismo tutto italiano. Ricordo un Sacchi, in un momento di pausa degli allenamenti a Usa '94, da solo in campo a fare le flessioni. Per me, questa è la sua immagine. La disciplina del lavoro, uguale per tutti, gregari e fuoriclasse. E, alla fine, anche questa è una sua vittoria. Sua e di qualcun altro.
Poi, infatti, c'è il Milan che ha vinto più trofei di tutti al mondo: 18. Tredici nell'era Berlusconi. I venti anni che hanno cambiato il calcio italiano e, un po', quello mondiale. Grazie a Sacchi, sì, grazie alla correttezza in campo, alla ricerca della vittoria tramite lo spettacolo, grazie anche allo strapotere dei soldi (soprattutto i primi dieci anni), al potere televisivo e a un patto economico con la Juventus.
Però, nei giorni in cui inizia il processo al sistema Moggi, mi piace ricordare il fatto che le vittorie rossonere, almeno in Italia, sono state molto meno di quelle bianconere. E, se errori e favoritismi arbitrali ci sono stati (e in 20 anni ce ne sono stati), non è mai sembrato un piano deciso dietro le quinte e sistematico. Anzi, tra Milan e Juve, è sempre stato chiaro chi ci rimettesse. Ecco, questo è il motivo per cui, tutto sommato, mi tolgo il cappello.
Qualcuno pensa che Berlusconi sia anche competente, almeno come dirigente calcistico. Ha scelto grandi allenatori e grandi giocatori, ma anche gente mediocre, in campo e in panchina. Mi chiedo: sarà solo un caso se il Milan ha avuto gente seria come Van Basten o Kakà, e l'Inter - tanto per fare un esempio - è riuscita prima a perdere Ronaldo e poi a far perdere Adriano?
Per una volta si può non parlare male di Berlusconi. Almeno del presidente di calcio. Mi sia perdonato. E' pur sempre Natale.