Anticipare un avversario in uscita e poi venire abbattuto. Rialzarsi, darsi la mano e fare finta di niente. E poi dire: "Cazzo che botta".
Palleggiare, tirare a canestro, ginocchia piegate e difesa. Uscire dal campo di basket coi polmoni spaccati dalla fatica.
Impiccare il quadricipite su una salita e scoprire che Roma non è città per andare in bici.
Sapere tenere a malapena in mano una racchetta e ammirare quanti punti può fare chi ti sta di fronte, mentre tu hai un black out mentale. Meglio ripiegare su intere giornate di ping pong...
Nuotare, nuotare, nuotare. Andare lontano, anche se non hai il fisico.
Ma anche...
Il tacco di Bettega per Paolo Rossi: Italia-Argentina 1-0 del 1978.
Il tiro di Michael Jordan a sei secondi dalla fine contro Utah nel '98.
Italia-Ungheria di pallanuoto nel 1978: un pareggio che valeva il titolo mondiale.
Mennea a Mosca sui 200: l'eco dei televisori sintonizzati sullo stesso canale in tutto il campeggio.
Bubka e Vigneron al Golden Gala di Roma: 3 record mondiali in un'ora.
La prima vittoria di Alberto Tomba al Setriere. Aveva il numero 25. Ero a casa malato.
La rimonta di Joe Montana nel Super Bowl dell'89: 82 yards, 8 lanci completati su 9 e touchdown a 34 secondi dalla fine. Erano le 4 del mattino. Il giorno dopo, 4 all'interrogazione di chimica.
Svegliarsi prima dell'alba per vedere i match di un animale chiamato Tyson.
Ora, perché in ogni scuola di Stoccolma (o almeno in quella decina che ho visto) ci sia un campo di basket, proprio non lo so.
La Svezia ha regalato allo sport mondiale fior di campioni. Ma non nella pallacanestro. Lì vanno un po' meglio Finlandia (Hanno Mottola, due anni ad Atlanta nella Nba, o Petteri Koponen, 30a scelta questa estate, ma poi tornato in Europa) e Danimarca (il tatuato Michael Andersen e il talentuoso Christian Drejer nel campionato italiano). Addirittura l'Islanda, con quello Stefansson che gioca a Roma, e prima è stato tra i pro Usa.
Nel tennis degli anni '70, un giorno venne Björn Borg, a fare il tergicristallo da fondo campo. Nonostante questo, vinse cinque titoli consecutivi sull'erba di Wimbledon, come se si trovasse sulla terra battuta. Un mistero tecnico che rimarrà inspiegabile finché gli uomini terranno in mano una racchetta. Poi decise di dire addio a 26 anni, quando normalmente si entra nella maturità sportiva. Nel mentre, si era portato via anche sei titoli del Roland Garros. Dopo arrivò qualche problema con la droga e il matrimonio con Loredana Bertè. Due che con la testa non c'erano mica tanto. Match Svezia-Calabria finito male. Tentativi di suicidio compresi.
Ci fu Mats Wilander, che incantò trionfando al Roland Garros prima di compiere 18 anni. Un regolarista cristallino, degno erede di Borg, si pensò. Pure lui mollò presto. Ben diverso Stefan Edberg. Almeno nello stile. Servizio, corsa a rete a chiudere in volée. Eleganza, carattere sin troppo tranquillo, e qualche vittoria meno di quanto avrebbe potuto. Ma la concorrenza tra fine anni '80 e inizio '90 era davvero straordinaria.
Prima che Alberto Tomba portasse la sua sciata cittadina e caciarona, tutta classe e potenza, lo sci era stato dominato dall'aristocratico self control di Ingmar Stenmark, tuttora detentore del maggior numero di vittorie in Coppa del mondo: 86. Dove c'è neve ci sono gli svedesi, come nello sci di fondo o nel salto dal trampolino. Per non parlare dell'hockey, dove giocano anche negli Usa.
Nell'atletica Patrick Sjöberg ha segnato un'epoca, stabilendo anche il record del mondo di salto in alto a 2.42. Karolina Kluft è una splendida eptatleta, campionessa mondiale e olimpica. Tralascio l'automobilismo e chissà quanti altri ne dimentico. Però, nessun giocatore di basket.
A meno che non vogliano dare la cittadinanza svedese a Scottie Pippen. Il fido scudiero di Michael Jordan agli Chicago Bulls (e straordinario difensore), a tre anni dal ritiro, tornerà sul parquet per giocare una partita di pallacanestro. L'11 gennaio del 2008, con la maglia degli sconosciuti Sundsvall Dragons.
PS: E poi sfatiamolo il mito vichingo. Non è che col mio metro e settantatre sfigurassi in mezzo agli svedesi. Forse è solo per questo che non si è mai visto uno svedese giocare a basket.
"Un po' come accade in certi amori. L'adori, ma solo dopo sai che non era quello della vita". I dieci secondi di panico che gli avevano fatto perdere l'oro a Osaka erano stati una vera delusione. Riducendo il primatista del mondo a uomo da meeting, e non da gradino più alto del podio. Uno che non sa reggere la pressione di un grande evento. La delusione sembrava far dimenticare che Asafa Powell non è ancora 25enne.
Fino a qualche anno fa, non gli piaceva correre. A lungo il giamaicano ha giocato a calcio, con ambizioni professionistiche. La corsa era stare in campo a prendere a calci un pallone. Allenarsi coi compagni, per poi scoprire che dopo uno scatto te li eri lasciati tutti alle spalle. Ecco, Asafa è un atleta da gioco di squadra. Un atleta da sport solidale, non da disciplina dove sei da solo, e un po' narciso, sul palcoscenico. Ma è ancora giovane.
E intanto è sempre di più l'uomo più veloce del mondo. Ai tre 9.77 ottenuti negli ultimi due anni, ha aggiunto a Rieti il nuovo primato: 9.74. Una corsa disarmante, nella sua leggerezza. Merito di muscoli distribuiti con grazia in un metro e novanta centimetri. Fra tutti i record del mondo dei 100 metri che ricordo, quello odierno mi è sembrato il più pieno di armonia e serenità, come se la potenza fosse una dote opzionale. Negli ultimi metri, il giamaicano ha addirittura mollato. Passato il traguardo in scioltezza, quasi si è disinteressato del tempo, mentre i più stupiti sembravano i suoi avversari.
Proprio perché giovane, perché il più forte, Powell va amato. Ha ancora bisogno che si creda in lui. Sa che è bello stupire, mostrando di essere i migliori in situazioni inattese. Ma è anche facile. Per questo, si deve essere migliori quando tutti se lo aspettano. E' il dovere di un uomo. Anche per il più veloce del mondo. Anche per uno che preferiva il gioco di squadra.
Trentatre centimetri e mezzo più su. Questa la differenza tra l'altezza di Antonietta Di Martino e quella dell'asticella superata sulla pedana di Osaka. 169,5 contro 203. Anzi, lei che ci teneva a conteggiarsi quei cinque millimetri in più, è sincera nel confessare di averli persi, forse col lavoro in palestra. Non era la prima volta che raggiungeva la misura di 2,03, che a giugno gli era valsa il primato italiano. Ma stavolta di fronte c'erano un bel po' di avversarie di valore, fra campionesse mondiali, europee e giovani fuoriclasse.
Antonietta la riconosci subito in pedana. E' quella che si porta addosso i colori del Mediterraneo, e anche l'altezza. E' quella che ripete il gesto tecnico nella mente, lo mima, dialoga ripetutamente col suo giovane allenatore in tribuna. Le altre scambiano poche parole coi tecnici, e vagano serie sulla pista in cerca della concentrazione. Ognuna con lo slancio della gente d'origine: gli occhi della russa Chicherova, dal profilo scolpito nel freddo, gli esagerati 194 centimetri della campionessa croata Vlasic, una che da lì in alto per vincere non fa una gran fatica, e te lo fa pure pesare.
Dopo averla vista gareggiare in Italia, per Antonietta si era profilato il sogno di medaglia mondiale. Poi tutte le sue antagoniste sono migliorate, e lei infortunata. La vedevi tra un salto e l'altro fasciarsi e unire le dita dei piedi. A venti giorni dai Mondiali, un sovraccarico al quinto metatarso del piede sinistro (quello con cui stacca per saltare) e una lacerazione fibromuscolare al soleo. Poco allenamento e il dubbio di molti sul risultato di Osaka, manifestato in silenzio. Un pronostico lieve e imprevedibile, per non appesantirle la possibile delusione. Invece, a 29 anni, è salita a 203 centimetri, ha vinto l'argento e iniziato davvero una carriera a un'età in cui molte atlete hanno già dato il massimo.
La parola d'ordine di oggi, e fino a Pechino, è: volontà. Me la segno anche io, anche se non devo andare alle Olimpiadi.
Mi piace l'incazzatura di Alex Schwazer. Adesso no, ma forse un giorno piacerà anche a lui. L'altoatesino, 22 anni, medaglia di bronzo nei 50 km di marcia ai Mondiali di atletica di Osaka, ai quali si era presentato col miglior tempo dell'anno. Scontroso all'arrivo, poi in lacrime. Senza un filo di sorriso sul gradino più basso del podio. In questi casi, sorridono sempre tutti. Il primo, campione. Ma anche gli altri che vedono consegnati agli albi d'oro il proprio nome e la fatica.
Prendete Andrew Howe, un predestinato della nostra atletica. Lui ancora non sa cosa farà da grande. Non il triplista, dove si diverte ma mette a rischio le caviglie. Forse il velocista, ma servono allenamenti dedicati, e programmi che permettano di recuperare tra una gara e l'altra nelle grandi manifestazioni. Per ora, fa il salto il lungo. Dove è il secondo al mondo. Per ora, è gioia e rabbia liberatoria. Anche se davanti a lui c'è uno più vecchio solo di due anni, che sembra il suo sosia panamense, che fa incetta di ori. Howe dall'alto dei suoi 22 anni è contento.
Alex Schwazer no. Anche se ha il futuro davanti a sé. Nella 20 km di domenica, si era allenato, tanto per prendere confidenza con il caldo umido di Osaka. Ed era finito decimo. Aveva fatto finta di niente, ma in fondo gli era rimasto il dubbio di poterla vincere. Nella 50 km, la gara che già gli aveva dato il bronzo due anni fa ai Mondiali di Helsinki, è rimasto in attesa. Per paura del clima. E i primi di due se ne sono andati. Non gli è bastato il miglior tempo negli ultimi 20 km, né il migliore nell'ultimo. Sul traguardo ha scagliato il cappellino in terra.
Bella presunzione, quella di essere il migliore e non averlo dimostrato. Alex sa di avere un nuova possibilità, fra poco meno di un anno a Pechino. Stesso caldo, stessa umidità. Alex sa che ce la farà. Fosse a Pechino, fosse dopo.
Ci sono molti modi per buttare via tutto. Fatica e sacrifici, sogni e aspirazioni. Presunzione e depressione: ai Mondiali di atletica di Osaka, due atleti hanno scelto due maniere differenti. Con gli stessi risultati.
Ivano Brugnetti, 30enne milanese, è stato medaglia d'oro nella 20 chilometri di marcia alle Olimpiadi di Atene e al Campionato del mondo del '99. La marcia, uno sport antico e dall'apparenza improbabile, con il suo passo spigoloso nell'aspetto e ritmico nel risultato. Una disciplina in cui l'Italia che fatica ha sempre trovato successo.
Domenica mattina era tra i favoriti della sua gara. Anche se nella marcia il risultato è una puntata labile, influenzato dal clima, dalle forze spinte allo stremo e dal giudizio tecnico della giuria, che vigila sul rispetto dello stile. Di solito le gare vivono di ritmi più o meno alti, ma sempre in gruppo. Chi vuole provare a vincere, accelera dopo i tre quarti.
Non Brugnetti, che al quinto chilometro se n'è andato in solitudine. Staccando tutti. Un suicidio tattico. Per la fatica e, soprattutto, per l'esposizione in solitudine, quasi narcisistica, all'occhio dei giudici. Per questo, molto meglio nascondersi nell'anonimato del gruppo. Come gli consigliavano gli allenatori lungo il circuito.
Ma lui fa di testa sua e, come prevedibile, colleziona due ammonizioni, rallenta, si fa riprendere dai migliori e poi becca il terzo e definitivo avviso, facendosi squalificare. Una possibile medaglia butatata via. Un suicidio, lucido e quasi provocatorio.
Non molto diversamente è andata ad Asafa Powell. Non il velocista migliore della storia. Ma attualmente uomo più veloce del mondo. Un po' come accade in certi amori. L'adori, ma solo dopo sai che non era quello della vita. Il giamaicano è l'attuale detentore del primato mondiale, e ha in mano le tre migliori prestazioni della storia.
Però non ha mai lasciato il segno nelle manifestazioni più importanti. Sempre vincente nei meeting, quelli in cui si ingrossa il portafogli, sempre perdente il giorno della medaglia. Quello in cui metti la tua firma in calce alla memoria di uno sport. Squalificato ai Mondiali 2003, quinto alle Olimpiadi del 2004, infortunato alla rassegna iridata del 2005.
Domenica è sceso in pista da favorito, nella sfida dei 100 metri contro il giovane americano Tyson Gay. Cinque a zero nei confronti diretti. Belle qualificazioni, corsa impressionante e sciolta. Il record del mondo nell'aria. Ma, in finale, dopo 60 metri testa a testa il giamaicano non ha cambiato marcia, ed è finito impotente terzo. E' bastato vedere i replay per capire cosa era successo.
Ai blocchi di partenza, Powell aveva gli occhi persi nel vuoto. Gay fissava dritto la linea d'arrivo. Tutti concordi nell'analisi. Non ha retto la pressione della gara. Anche lui, lucidamente: "Quando mi sono sentito rimontare, mi ha preso il panico". C'era da correre per cento metri come lo aveva fatto chissà quante volte nella vita. Liberando il proprio corpo, in uno dei gesti più naturali per un uomo. Asafa Powell non lo ha fatto. Buttando via mesi di sudore. E molto di ciò in cui aveva creduto. Ora non sembra abbia voglia di ricominciare.
Questo appartiene alla seconda categoria.
Il fatto. Oscar Pistorius è uno strepitoso quattrocentista di 21 anni. Un campione nel suo ambito, l'atletica leggera paralimpica. Lui ha un sogno, correre insieme a tutti gli altri, quelli normali. Proverà a farlo ai Mondiali di Osaka, in agosto. Deve raggiungere il tempo minimo. Non lo vogliono invece gli organizzatori delle Olimpiadi di Pechino 2008. La federazione internazionale ritiene sia troppo aiutato dalle sue protesi al carbonio.
Intanto venerdì al Golden Gala di Roma, è riuscito a gareggiare con gli altri, arrivando secondo in una batteria dei 400. Nei telegiornali, che cominciano a occuparsi di lui, badando solo alla retorica del disabile, omettendo che nella batteria principale si sfidavano i due migliori al mondo, almeno al momento.
Oscar, per chi non avesse avuto tempo per approfondire la storia, è nato con una malformazione congenita agli arti inferiori (apro una parentesi polemica. Negli ultimi due anni, tre giornali italiani diversi sono riusciti a dare tre versioni differenti: nato senza tibia, senza perone, senza tallone. Fortunatamente, su Wired sanno fare giornalismo). Certo è che a 11 mesi gli hanno amputato gli arti fino al ginocchio.
Da allora si è comportato come un bambino normale. Amando il movimento, vivacità e velocità. Ha giocato a tennis e pallanuoto, poi a rugby. Un infortunio al ginocchio, solo nel 2004 ha fatto ripiegare sull'atletica leggera, dove detiene i record mondiali paralimpici di 100, 200 e 400 metri. Polemiche anche qui, perché gli avversari con una sola gamba amputata ritengono sia favorito dalla doppia protesi.
Pare che la federazione internazionale non gradisca. Pare che neanche volessero che la sua gara a Roma fosse ripresa dal circuito internazionale. Di sicuro c'è che le sue protesi non sono ritenute regolamentari per gareggiare con gli atleti normodotati. Affinché sia puro, il gesto atletico non deve essere condizionato da elementi tecnologici, le due lamine di carbonio che la prima volta Pistorius si costruì da solo lo favoriscono. Va anche detto che proprio questo aiuto in partenza non si vede e in curva mettono in discussione il suo equilibrio. In rettilineo, però, è una freccia. Ha una progressione bionica.
"Come se la forza si misurasse solamente all'interno di quella protesi e nella sua volontà e nel suo cuore di atleta". L'ho letto su Mediavideo. Ma ai telegiornali non è che sia andata meglio. Il tg1 ha avviato una petizione on line. Nessuno che si pone una domanda forse polticamente scorretta (finalmente l'ho scritto!), ma sincera: Oscar è sì o no favorito? Penso che la sua gara l'ha vinta: correre insieme agli altri.
È giusto che ci si confronti ancora nei meeting internazionali, dove può essere invitato dagli organizzatori. Ho molti dubbi che non tragga vantaggio dalle sue lamine. Retorica per retorica: perché dovrebbe prendere il posto di un atleta che si sacrifica per quattro anni per raggiugere i Giochi Olimpici? E poi, perché Pistorius sì, e un giocatore di pallacanestro in carrozzina infallibile da tre punti no?
La veronese Paola Fantato è stata campionessa del mondo di tiro con l'arco. Ha partecipato alle Paralimpiadi Olimpiadi e alle . Da una sedia a rotelle. Ma non ne ha tratto alcun vantaggio. Le braccia, la mira, la concentrazione, l'arco, l'accomunavano a tutte le avversarie. Non conosco il parere della Fantato in proposito. Sicuramente appoggia lo sforzo e la sfida di questo ragazzo sudafricano.
L'importante, nella storia di Oscar Pistorius, è dimostrare che ce la si può fare. Anche quando è buio. Anche senza la carità dei giornalisti.
Le emozioni si scrivono. Si scrivono da sole, o chiedono una facile mediazione nella penna.
Se alla fine non ho fatto questo mestiere - mi sono sempre detto, o giustificato - è perché vuoi scrivere solo di cose che ti emozionano. E non capita tutti i giorni (chi mi conosce può obiettare che anche ora non scrivo di cose emozionanti. Però non è male essere un anello, forse importante, di una catena di comunicazione).
Ci sono le emozioni che ti fanno innamorare di una donna o di un'impresa sportiva. Che ti danno la parola e chiedono ai polpastrelli non callosi di modellarla.
Eravamo a casa di nonna. La televisione già dominava, in quella sera di fine agosto. Era il 1978. In quello schermo in bianco e nero avevo già visto l'annientamento di Elvis, la morte di Moro, la più bella Italia calcistica (quella in Argentina); lì avrei visto il primo tg che annunciava di Ustica, Roberto Calvi impiccarsi (forse) a un ponte londinese.
Non c'era ancora il telecomando. Però quella sera c'erano gli Europei di atletica leggera. Sara Simeoni aveva stabilito il record del mondo 27 giorni prima, a Brescia: 2.01. La gara entra nel vivo e a contendersi la medaglia romangono la veronese e la tedesca dell'Est, Rosemarie Ackermann. Due amiche, ma due stili diversi.
L'avversaria è l'ultima primatista mondiale ad adottare lo stile "ventrale", quello con cui si supera l'asticella con una sforbiciata di gambe, passandoci sopra con la pancia. L'italiana (che era troppo alta per coronare il suo sogno d fare la ballerina e nell'adolescenza aveva ripiegato sull'atletica), invece sceglie il Fosbury, quello adottato dagli atleti attuali. Un salto complesso, ma armonico: rincorsa, stacco, la schiena che si inarca, le gambe richiamate sopra l'asticella. E la testa ripiegata all'indietro che punta verso il materasso. Nel salto in alto, guardi il mondo al contrario mentre compi l'impresa. Vedi lo stadio, ma non il gesto. L'impresa la percepisci.
E la percepirono profondamente quel 31 agosto del '78, Sara Simeoni e Rosemarie Ackermann. L'italiana supera l'1.97 al secondo tentativo. La tedesca la segue, poco dopo. Al primo salto la veronese scavalca l'1.99. Tocca alla Ackermann non lasciare lì la medaglia d'oro: ce la fa al secondo tentativo. Si sale a 2.01. La misura del primato mondiale. La prima prova frena entrambe. Alla seconda, l'italiana si eguaglia. Esulta, batte le mani ripetutamente e alza le braccia, larghe, al cielo. La tedesca va a congratularsi. Poi torna in pedana. Ma non supera l'asticella. E' rimasto un'altro tentativo, l'ultimo. La Ackermann passa e ricade sul materasso, l'asticella trema e poi sceglie il suo destino. Cade. Sara Simeoni si aggiudica il titolo europeo.
Una gara unica, da innamorarsi. Per la Simeoni ne verrano molte altre. Insieme a un oro olimpico nel 1980 e un argento nel 1984. La sua vita sportiva è stato un pezzo della nostra. Di chi ricorda il duello di quella notte di fine agosto.
Si può scrivere, perennemente innamorati. Si può tacere se si hanno emozioni solo di superficie? Forse solo i superficiali della scrittura possono permettersi di lasciare di traverso la penna sul foglio, o di sbafarlo. Forse chi fa agile una parola dovrebbe sapere che c'è sempre un modo di emozionarsi.
A volte è solo un modo per farsi perdonare un post maschilista. A volte, per non chiedere scusa, bisogna semplicemente non sbagliare. Non è facile, ma si può sempre imparare.
Come saltare, dando le spalle all'asticella.
Ci sono voluti 29 anni per superarlo. E 16 giorni per superarsi. A volte i muri sono così alti da diffondere un'ombra di buio lunga e impotente. Poi un giorno li guardi e fanno la stessa impressione di una costruzione Lego: solo una miniatura, colorata dall'immaginazione.
Lo scorso 8 giugno, Antonietta Di Martino ha stabilito il record italiano di salto in alto a Torino, con 2.02. Il primato precedente apparteneva a Sara Simeoni: 2.01 saltato a Brescia nel '78 (misura che fu anche il tetto del mondo per quattro anni). Domenica, all'Arena di Milano, la Di Martino lo ha portato a 2.03.
Se leggete i giornali, vi diranno che Antonietta (ma a casa la chiamano Antonella, per alleggerirla dall'impegnativo nome della nonna), ha una simpatia e una vitalità tutta campana. Ed è vero. Sarà una questione di origini. Sarà, forse, lo spirito di chi ha dovuto soffrire dietro la propria passione. Carenza di strutture, errori dei precedenti allenatori, infortuni. Come i legamenti della caviglia ricostruiti nel 2003, andandoli a prendere in prestito nella membrana periostale del perone.
Pesi che finalmente non mordono più le articolazioni, ne liberano il talento, finalmente a 29 anni. Ma che soprattutto si mutano in ali della volontà. A donare una spinta meritata ai suoi 169 centimetri e mezzo (Antonietta non manca di esigere i cinque millimetri in più che alcune schede biografiche le tolgono), un aiuto contro avversarie a volte più alte di lei anche di una spanna.
Con il 2.03 raggiunto a Milano, Antonietta ha la seconda misura mondiale stagionale e qualche silenziosa ambizione da medaglia ai campionati iridati di atletica in programma a Osaka a fine agosto.
Chissà se ci pensa davvero. Per ora sorride. Come di chi si gode un buon dolce, strappando con le dita un boccone alla volta. Un po' come i babà che il padre pasticciere le ha insegnato a fare. Ci si impiastra i polpastrelli, ma vuoi mettere la soddisfazione.
Da piccolo stavo spesso male. Costretto a una solitudine coatta, tra le mura domestiche. Il fratello minore, richiesto con insistenza, arrivò troppo in ritardo rispetto all'ordinazione. Cinque anni e mezzo biologici, praticamente il doppio prima che fosse in grado di capire le regole di qualunque gioco. Per questo, nel frattempo, fra tonsilliti, allergie, asme e timidezze annesse, avevo messo insieme una profonda conoscenza dello sport e dei suoi interpreti, basata su attenti studi via televisione. In più mi ero anche dotato di un campionario di discipline che potevo partecipare alle "Olimpiadi casalinghe", se mai fossero esistite (ma di questo parlerò un'altra volta).
Mi è tornato in mente in questo weekend. Inchiodato a casa dal colon e dai suoi amici diverticoli (roba di stress, alimentazione disinvolta, caffè in eccesso), il tutto in un trionfo di dolore che ti fa chiedere se stai espiando un peccato o stai preparandoti alla santità (magari tutti e due), ho dunque rinunciato all'abituale partita di basket del sabato (anche se ci avremmo rinunciato lo stesso, visto che uno del gruppetto si è innamorato e si chiama fuori, adducendo infortuni vari), alle passeggiate turistiche in centro e a qualunque contatto umano col mondo esterno. Insomma, un weekend vintage, perché come ai vecchi tempi, mi sono dovuto attaccare al tubo catodico.
Ma ammalarsi d'estate ha le sue controindicazioni. Non solo per il caldo. A una settimana dall'inizio di Wimbledon e del Tour, in tv ti rimangono solo le prove della MotoGp (spettacolari, ma non decisive ai fini della vittoria finale come invece in Formula 1), l'America's Cup, che ha una tale sofisticatezza da lasciarti a bocca aperta e mettere in secondo piano il gesto dell'uomo (gurdacaso un po' come in Formula 1) e l'atletica leggera. E che atletica.
Il gruppo B della Coppa Europa. Ora si chiama: First League. Significa solo che la nazione coi migliori piazzamenti il prossimo anno torna a confrontrarsi con i più forti (Germania, Russia, Inghilterra, Francia, etc). Non sapevo l'Italia avesse perso la serie A europea, ma non mi stupisco. Sarà stata superata da Spagna e Grecia, cosa che testimonia della crescita dei due Paesi più di qualunque dato macro-economico, conseguenza naturalmente dell'aver organizzato le Olimpiade e aver creato un movimento sportivo dove non c'era o era debole.
Nonostante queste premesse e la letargia che mi possiede da due giorni, mi sono fatto catturare da quello che a suo modo è stato uno spettacolo.
Il livello tecnico ha lasciato spesso a desiderare. Vista un'alteta bulgara non centrare neanche la misura minima per il salto con l'asta (3 metri e 50 quando il record mondiale è 5.01). Visti doppiaggi nelle gare di mezzofondo che già in partenza non mettevano di fronte i migliori specialisti al mondo. Però l'atletica è sport antico, in cui l'uomo sceglie di confrontarsi con altri uomini nella più assoluta semplicità dell'espressione fisica, riducendo l'intermediazione tecnologica.
E poi, vogliamo dirlo? (so che le lettrici non gradiranno) L'atletica è lo sport che più riesce a soddisfare certi istinti voyeristici. Nobili, però. Quelli del voyeur come lo intende Gianni Clerici, cioé il giornalista appassionato di ogni gesto tecnico, pagato per fare il guardone tennistico. Ma anche il voyeurismo verso le grazie di chi il gesto lo compie (anche qui Clerici docet, ma non esplicitamente).
Sensibile come sono al fascino femminile, apprezzo i piccoli particolari, quelli che fanno le grandi bellezze. E le interpreti dell'atletica leggera sanno metterne in pista un bel po'. Certo, abbiamo qualche problema con i lanci, dove è richiesta una buona volontà estetica supplementare. Sono comunque lontani i tempi del doping da Patto di Varsavia. Il bello viene lì dove potenza e velocità vanno a braccetto. Prendete una disciplina giovane come il salto con l'asta femminile. La primatista mondiale Isinbayeva pare ne sia solo un gradevole esempio.
Oltre a glutei, quadricipiti, spalle e pettorali, però, è divertente cogliere certi segni particolari. Mettere da parte il maschio e regalarsi la divisa dello scienziato. Giocare all'identikit con occhi e zigomi, labbra e capelli, sopraciglia. Perché, più di ogni altro sport, l'atletica leggera fa sfilare una accanto all'altra razze e colori. E racconta di nazioni chiuse e meticciati, colonie e colonizzatori, l'orgoglio genetico della storia, a volte ostentato, altre dimesso. Così, fra un salto, una corsa e un lancio, a volte è divertentente incasellare un viso tracio o lineamenti di un ex possedimento portoghese in una gabbia di caratteri, sempre pronta a essere smentita.
Che le fanciulle lettrici mi perdonino e sappiano declinare al maschile questo post. E' stata colpa della febbre. E di qualche lontano segno dell'infanzia di cui liberarsi.