Non mi piace che la gente parli di me. Preferirei si occupassero di altro. Anzi, se devo essere sincero, non vorrei proprio essere considerato. I giornalisti, che mi conoscono, neanche mi chiedono più un'intervista. Anche se, riuscendoci, saprebbero di aver fatto davvero uno scoop.
Mi rendo conto che da quando avevo 20 anni gioco in mezzo al campo di una delle più forti squadre del mondo. Sono piccolo, corro tanto, segno spesso, ho capelli rossi ma neanche quelli, nonostante sia inglese, mi fanno passare inosservato. Anzi, ho l'impressione di essere notato proprio perché sembro il brutto anatroccolo del Manchester United.
A volte mi avrete visto col fiatone. E' perché soffro d'asma. Me l'hanno diagnosticata a 22 anni. Da allora devo usare un inalatore prima di ogni partita, e a volte anche a fine primo tempo. Mi capirete, dunque, se ho poca voglia di parlare. Perché a me piace seguire il gioco a distanza, per poi ritrovarmi il pallone tra i piedi e concludere in porta.
Martedì sera, infatti, ho segnato il gol che ha portato il Manchester United nella finale della Champions League. L'ho fatto alla mia maniera, con un tiro da fuori area. A 34 anni, ho già portato a casa 17 trofei, ho giocato oltre 500 partite coi Red Devils. Ora mi piacerebbe vincere di nuovo la Champions.
Perché l'altra volta (quella volta in cui rimontammo il Bayern Monaco in due minuti a fine partita) non ero in campo. Se ricordate bene, ero quello a cui tutti i compagni porgevano la coppa. Però si vedeva che ero l'intruso: in giacca e cravatta sembravo un ragazzo il giorno della cresima o alla consegna della laurea.
Sono Paul Scholes. Occhi disattenti mi hanno scambiato per un faticatore del centrocampo. Secondo il padrone di casa di questo blog, sono il miglior giocatore della mia squadra, e tra i migliori del mondo, da una decina d'anni a questa parte. Sarà perché anche lui soffriva d'asma, e a volte anche ora. Sarà perché, in un certo senso, siamo cresciuti insieme, io in campo, lui davanti alla tv.
Poi un giorno le nostre strade un giorno si sono divise, è la vita. Tanto più dopo aver eliminato per due anni di seguito la sua Roma. Dopo la finale di Mosca col Chelsea torneranno a separarsi ancora. Ho corso tanto, e comincio ad avere bisogno di riposo. Io aspiro a una vita tranquilla, dopo il calcio, dentro la mia anonima casetta inglese fuori Manchester. Ora so che anche lui ha voglia di andare.
Dopo due settimane negli Usa, ho capito cos'è davvero il jet-lag. Il problema di vedere una partita di Serie A con 8 fusi orari di differenza è che dopo non puoi smaltire la delusione, andandotene a letto. Figurarsi il derby romano. Figurarsi se è un derby perso nel tempo di recupero.
I Mondiali a volte ci hanno abituato a incontri alle 8 di mattina (Giappone e Corea) o in piena notte (Messico), però una partita di campionato è diversa. Sai che in Italia è sera, e che dopo le chiacchiere televisive si va a nanna.
Invece, se stai a Los Angeles, sono le 3 del pomeriggio e ti tocca vivere tutto il resto della giornata in una sorta di ipnosi straniata, con un loop mentale del tiro di Behrami che finisce in rete.
Risultato giusto, intendiamoci. Meglio la Lazio, tatticamente e per determinazione. La Roma dimostra superiorità tecnica quando finalmente trova spazio nel pressing biancazzurro. Ma dura poco e rimane spesso in potenza. E poi i giallorossi avevano già dato (anzi avuto), anni fa, con l'autogol di Negro. Il gollonzo di Taddei è un sogno quasi incoffessabile da veder segnare in un derby, un rimpallo che finisce morbido a dare una mano di velluto all'angolino destro di Ballotta. Ma stavolta era davvero troppo, anche per questa Lazio.
I tre del divano di Los Angeles abbandonano la partita alla spicciolata. Alex fugge al lavoro sul 2-2, dopo essersi già preso mezzora di permesso. Gli do la notizia, pronunciando la sola parola "Behrami", mentre sta dando gas al suo scooterone. Pierpaolo fugge silenziosamente al fischio finale. Io, dopo il 3-2, abbandono il mio posto sulla moquette. Mi aspetta un pomeriggio da baby-sitter. Intrattengo il piccolo Marco, di due anni, con cartoni didattici americani e filastrocche in inglese. Intrattengo lui, e distraggo me. E canto: "Five Little Monkeys Jumping on the Bed". E Behrami è un po' più lontano.
Al Madison Square Garden ricordano agli spettatori che possono essere espulsi dal palazzo per gesti o linguaggio osceno. New York non è Boston, dunque. Però puoi entrare con lo zaino in spalla, dopo una perquisizione assai sommaria. Ma senza bottiglietta, ti venisse voglia di lanciarla in campo. Ogni bevanda si compra dentro, rigorosamente senza tappo. Come negli stadi italiani.
A differenza degli stadi italiani, la gente si alza e va a fare rifornimento di birra, pizza e panini, e lascia giacche e cappotti sulla sedia (poltroncine, non gradinate), anche se sta via un quarto d'ora. E questo succede tre o quattro volte a partita.
Ora immaginate di avere il posto numero 1 della fila e moltiplicate per cinque o sei persone che la occupano con voi, ed ecco che a forza di farli passare avete smaltito la cena. Sì, perché ti alzi per agevolare il passaggio come da noi a teatro, neanche al cinema, figuarsi allo stadio, dove devi muoverti un po' come un equilibrista e un po' come tarzan. E qui si alza anche il tipo più truce.
Per fortuna, sabato sera al Garden, eravamo pochi. I New York Knicks, l'orgoglio di questa città (insieme agli Yankees, naturalmente), sono una squadra derelitta. Tanto talento, poca testa, molto ego e troppi infortuni, e un allenatore che i giocatori non stanno a sentire quando parla, quell'Isiah Thomas, staordinario playmaker tra gli anni 80 e i 90.
La partita contro Portland non entra nella storia della pallacanestro. Anche se, neanche loro sanno come, i Knicks la allungano fino ai supplementari. Poi i Blazers, altro gruppo dal talento giovane ed esagerato, porta a casa un prevedibile successo, dopo aver troppo scherzato. Almeno, però, potrò dire di aver assistito al career high di Nate Robinson, 45 punti per il nanerottolo di 1.75 che nel 2006 vinse la gara delle schiacciate.
E dire che ero andato al Madison Square Garden solo a fare un po' di foto. Poi, quando ho visto che c'erano i Knicks, sono stato calamitato dal botteghino, "accontentandomi" di un biglietto da 78 dollari. Un po' in alto, ma quasi quasi vedo meglio questa partita di quella di Boston. In seconda fila, sei praticamente in campo. Certo, vedi il sudore sulla fronte dei giocatori, ma ti perdi lo sviluppo del gioco.
Ma, in effetti, mi dico, ho visto due partite Nba dal vivo. Chissenefrega dello sviluppo del gioco!
La Hall of Fame del basket oscilla pericolosamente fra il circo e il museo. Il segreto è allacciare le cinture e lasciarsi portare in giro. Qui, a fine '800, un professore canadese che voleva far fare un po' di sano moto ai ragazzi della Ymca ha inventato la pallacenestro, con due cesti di frutta.
Si comincia dal secondo piano: l'honor ring. Una sorta di pantheon con le foto di chi ha fatto la storia della pallacanestro: allenatori, giocatori, arbitri, giornalisti.
Mi concentro sugli europei. I due italiani, Cesare Rubini e Dino Meneghin, il colonnello Gomelski, colui che ha creato il basket nella vecchia Unione Sovietica, e Drazen Petrovic, per tutti il Mozart dei canestri. Talento e provocazione diabolica portati all'estremo, carriera nella ex Jugoslavia, poi salto in America, e la morte in un incidente stradale, ancora giovane.
Oltre alle foto, cimeli. Palloni, magliette lise dai decenni, scarpe, medaglie, libri. Poi si scende al piano intermedio, e la musica non cambia. In più, tanti video, brevi, così non devi stare venti minuti fermo come nelle mostre "normali". E sono sottotitolati. Tutti. Questione di civiltà.
Come un luna park che si rispetti, puoi misurare la tua capacità di saltare da fermo toccando una parete elettronica, o confrontare la tua altezza con quella dei professionisti (io arrivo a 5 piedi e 9 pollici, 173 cm, ma lo sapevo), o saltare a prendere un pallone sospeso a un braccio meccanico per testare le tue doti di rimbalzista.
Ma l'attrazione è al piano terra. Un campo da basket vero, in vero parquet e veri palloni a disposizione dei visitatori. "Show me if you are a professional player", mi dicono. Dico di no, "sono meglio a soccer". Prendo la sfera e me ne vado a disonorare il gioco, nella metà campo opposta. Un po' più lontano dagli occhi di chi osserva.
Riesco a farmi fare qualche foto, che naturalmente viene sfuocata. Vorrà dire che il ricordo me lo tengo nella memoria, altro che immagini digitali.
Non avevo mai calpestato un parquet. È più morbido di quanto pensassi, così come i palloni. Sono le 3 del pomeriggio e solo i crampi della fame mi convincono a lasciare ed affondare la forchetta in un'insalata gigantesca, come qualunque portata da queste parti.
Il tipo che mi ha fatto le foto dice che ci viene tutti i giorni. Confesso che se non avessi avuto il pulmann che mi riportava a Boston, c'era da rimanere lì e chiedere di fare un altro giro sulla giostra.
Roba che contavo le gocce di sudere che scendevano dal viso di Kevin Garnett. Ho sentito chiaramente Rajon Rondo chiamare lo schema "Elbow" (che poi è l'unico schema sentito chiamato dai Celtics in campo, a voce, almeno).
Rasheed Wallace schiaccia quasi senza che ferro e retina facciano rumore: levita, non salta, spolverando via ogni impressione di potenza. E poi l'eleganza di Garnett: spalle a canestro, finta a destra, finta a sinistra, poi a destra. Infine si avvita e tira a canestro. Due punti.
Il campo sembra troppo piccolo. Ti chiedi come faccciano i giocatori a trovare spazio per penetrare. Loro lo fanno con l'eleganza dei ballerini. Proprio a quello dei ballerini somiglia il rumore dei loro passi sul parquet. Anche se quando corrono tutti e dieci insieme, sembrano una mandria in avvicinamento.
Boston Celtics, la squadra a cui mi sono affezionato da piccolo, contro i Detroit Piston, quelli che li hanno sostituiti quando è cominciato il declino dei verdi. E io al Loge 12, fila B, posto 13. Ancora devo rendermene conto.
Il Boston Garden è dentro la North Station cittadina, o viceversa. Al centro la sala d'aspetto, a destra l'accesso ai binari, a sinistra negozi, biglietteria, a destra l'ingresso alle tribune. Si sale in ordine, si attendono con pazienze e a voce bassa la perquisizione. E poi le maschere in giacca e cravatta ti guidano al tuo posto. Praticamente un'organizzazione da teatro. Sembra di stare al Parco della Musica di Roma. Alla partita di basket come all'Auditorium.
A margine del match, negozi, birrerie, paninoteche, cheerleaders, beneficienza, giochi riservati al pubblico, viavai a rifocillarsi di cibo e bevande (praticamente in nessun momento gli spettatori stanno seduti contemporaneamente al loro posto).
Ah, c'è anche la partita. Boston è sempre più una candidata credibile alla finale, Detroit praticamente mai in partita. I Celtics mettono insieme talento, esperienza e giovani che riducono al minimo gli errori. Insieme funzionano, perché gli anziani tirano: sanno che questo è l'ultimo (o il penultimo) giro per vincere il titolo. Anche perché dall'altra parte del tabellone ci sono almeno sei squadre che possono batterli. Ma loro, alla fine, ne incontreranno una sola, peraltro al termine di una lunga corsa a eliminazione.
Altro non riesco a dire, anche se molto ci sarebbe. Pur stando in seconda fila a bordo parquet, all'altezza della metà campo, è come se avessi un buco "razionale" (se mai esiste un buco razionale). Negli occhi ho colori, suoni e voci, a migliaia.
Però se qualcuno volesse fare domande ;-)
Alex vive a Los Angeles da... Ormai ho perso il conto. Sette o otto anni, credo. Si è sposato e ha un figlio.
Il legame con la Roma, beh, quello è ancora più saldo. Quanto basta per avere la targa personalizzata "W ROMA" (quindi, se vedete quella combinazione in giro per le autostrade di LA, sappiate che è mio cugino).
Lui Real Madrid-Roma l'ha vista su internet. In compagnia di un altro romano conosciuto lì. Non so se è lo stesso che un giorno, sentendo in strada l'eco di una telecronaca, gli bussò alla porta autoinvitandosi a vedere la partita. Potere del calcio.
Luchetto una trasferta estera all'anno non se la nega. Stavolta, però, aveva rinunciato: è tempo di ristrettezze economiche. Ma il viaggio, a sorpresa, glielo hanno regalato gli amici. A lui l'organizzazione di volo e albergo, ché gli viene bene. E i biglietti della partita?
Ah, già, c'era un problema: i biglietti della partita. A Roma era stato impossibile prenderli. A Madrid erano finiti da tempo. Insomma, c'era la concreta possibilità di partire e vedere il quarto di finale col Real da una birreria della capitale spagnola.
Finché, collegandosi casualmente da casa, Luca non ha sentito intervenire alla radio per cui lavora un'italiano che vive a Madrid. E si è fatto dare il numero dalla redazione.
Quell'italiano era romano e romanista. Anche lui doveva comprare i biglietti della partita. E sapeva anche come: rivolgendosi ai bagarini autorizzati.
Non c'è bisogno di aggiungere che il tipo ha anticipato i soldi per altre quattro persone che non consosceva. Il resto della storia ha dunque un lieto fine della vittoria e, magari, di una nuova amicizia.
Quanto a Eric, il pulmann da New York arrivava a Boston un quarto d'ora prima dell'incontro. Il tempo di prendere la metro, fare il check in in albergo e attaccare il pc a internet. E, memore dei consigli del cugino, acquistare la partita on line.
Ho perso solo mezzora. Per una volta, mi sono sentito come quegli italiani all'estero che si aggrappano alla nazionale. E, quando i giallorossi passavano la metà campo, i peli sulle braccia si impennavano. Anche se poi erano azioni da niente.
Eppure pregustavo quello che sarebbe successo. L'organizzazione di gioco e il piacere di attaccare come squadra contro il talento. E non era neanche detto che le Merengues ne fossero tanto più ricche. Era prevedibile già al momento del sorteggio. Bisogna esserci, però. La Roma c'era. A modo nostro, anche noi.
Alex a Los Angeles, Luca a Madrid, Eric a Boston.
Riuscirà il perfetto Tom Brady a portare all'ultimo atto la stagione perfetta dei New England Patriots? O gli azzoppati San Diego Chargers infileranno un'altra sorpresa, dopo aver battuto gli Indianapolis Colts del quasi perfetto Payton Manning?
Brett Favre riuscirà a tornare al Super Bowl dopo dieci anni coi sui Packers nel freddo di Green Bay, dove si gioca a -18 (con una temperatura percepita di 30 sotto zero)? O i New York Giants vinceranno la nona partita in trasferta dell'anno, guidati dal Eli Manning, il fratellino di Payton, che in casa gioca male perché patisce il vento e i suoi tifosi che gli dicono che è solo un raccomandato?
Ho un problema con chi fa lavori umili. Più propriamente con chi fa dei lavori del cavolo. Precisamente, quelli in cui la gente, normalmente, dice no.
E' che empatizzo. Solidale.
C'è da imbucare depliant pubblicitari nella posta e nessuno apre il portone condominiale? Beh, ci penso io.
Un biglietto per la riffa della parrocchia? Nessun problema, apro io.
Vendita telefonica di surgelati? Tranquilli, che da me minestrone e bastoncini di pesce troveranno sempre spazio, a costo di murarli come mattoni nel congelatore.
C'è da spacciarmi la nuova tariffa telefonica, per cellulare o a casa? Accetto.
Per Sky, ancora mi devono ancora convincere, ma lì potè più il portafogli che la volonta.
Il giovane segretario della sinistra giovanile di un quartiere vicino veniva a prendere il caffé e chiacchierare di politica coi miei, dopo che una prima volta gli ho aperto la porta.
Non parliamo dell'Istat. Statistica sui giornalisti? Rispondo. Quando mi chiedono se ne conosco altri, costringo il resto dei colleghi con tesserino a sottoporsi alle domande.
La free press? Penso che sia utile, ma non educativa in un Paese come il nostro che legge poco i quotidiani. Però mi dispiace per chi si prende il freddo delle mattine invernali. Così accetto i giornali, ma solo all'uscita della metro, tanto per portarli in ufficio in attesa che il postino porti quelli a cui siamo abbonati. Tra tutti, mi piace City. Per lo stesso motivo, rifiuto "Ventiquattro minuti". Tanto più che è di Confindustria.
Stasera, però, fiero del passaggio in farmacia a garantirmi una preparazione serena per il viaggio in Usa a suon di valeriana, e del dvd con le finali di conference della Nfl giocate ieri, ho guardato impietosito il ragazzo che distribuiva "Ventiquattro minuti" e ho allungato la mano. Pensavo di buttarlo subito nel cestino, perché mi avrebbe distratto dalle lezioni d'inglese in podcast (altro impegno preparatorio al viaggio...).
La giornata era trascorsa in una benvenuta full immersion lavorativa che mi ha evitato le visite a Gazzetta.it, imposto nessun clic su sito statunitensi e l'annullamento di tutte le notifiche dall'aggregatore di feed rss. Insomma, tutto era apparecchiato per godersi le due partite propedeutiche al Super Bowl, senza conoscerne il risultato.
Peccato che, oltre al lunedì nero delle Borse mondiali (notizia che mi aveva convinto a non cestinare il foglio) e al ritorno in tv di Fiorello, la prima pagina di "Ventiquattro minuti" dedicava un box alle due squadre che avevano vinto le finali di conference. Tanta fatica per nulla. Sono riuscito a guastarmi la festa da solo. E da solo ridevo, chiedendomi: "Ma proprio non avevate altro da dire? A chi cazzo può interessare in Italia il football americano?!?".
La questione non è chi fa un lavoro umile. La verità è che ho un problema coi "No". Fatico ad accettare un "No", ma fatico anche a dirlo. Dovrò parlarne prima o poi, con qualche psicoterapeuta.
Non nelle prossime due settimane. Perché almeno il Super Bowl lo vedrò in diretta. E, almeno lì, dovrei riuscire a non rovinarmi la sorpresa.
Uno la cui squadra ha preso sette gol sette a Manchester, forse dovrebbe osservare un silenzio stampa per una decina di edizioni della Champions.
Però la figura della Lazio a Madrid è di quelle che ti stringono il cuore. Per la compassione. Un "che ci faccio qui?" che ha poco di affascinante e molto di improvvisato. Una lezione per il nostro calcio, non tanto per la modestia della nostra rappresentante, ma per la voglia del Real di giocare ancora un po' per lo spettacolo, nonostante il 3-0.
E dire che i biancocelesti avevano mostrato 12 minuti diligenti e volenterosi, andando pure vicini all'impensabile vantaggio con un avversario dalla difesa quasi trasparente. Ché quasi quasi stavo tifando per gli odiati cuginetti. Che in quel breve periodo hanno fatto pure dignitosa figura, prima di passare il proverbiale brutto quarto d'ora.
Ma la differenza fra turisti low cost e viaggio in pulmann a 15 euro tutto compreso è tutta nel 3-0 alla fine del primo tempo. Peccato che alla fine alla Lazio non hanno regalato neanche una batteria di pentole.
Södermalm è il quartiere più vero di Stoccolma. Quindi, a suo modo, più bello. Meglio di Gamla Stan, il medievale cuore turistico, meglio della City, con i negozi dello shopping spinto, meglio di Östermalm, coi suoi boulevard a metà tra Parigi e Londra. Era una zona operaia, ora è piena di ristoranti e giovani, che la vivono anche in un freddo martedì notte di dicembre. A pochi metri da una piazza e un giardinetto dedicati a Greta Garbo, c'è una strana scultura di acciaio. Siamo in Katarina Bangata 42.
Un calciatore, una stele con riconoscibile la parola "Nacka". E qualche metro a sinistra, una porta, con un pallone sospeso nel tradizionale "sette". E' piazzata all'altezza della casa in cui è nato e cresciuto Lennart Skoglund. L'opera ricorda un suo gol, direttamente su calcio d'angolo, con la maglia dell'Hammarby, dopo il ritorno dai 13 anni trascorsi in Italia.
Lennart "Nacka" aveva giocato i Mondiali del 1950 con la Svezia, classificatasi terza. Dopo il torneo, approdò in Italia, all'Inter, dove in nove stagioni e 246 partite segnò 57 gol, vincendo due volte lo scudetto. C'era anche nella Svezia che finì battuta dal Brasile del giovane Pelè nel 1958. Dal '59 al '62, giocò tre anni nella Sampdoria e uno nel Palermo. Il declino era già iniziato e continuò in patria.
Biondo, elegante, assai tecnico, Il mancino Skoglund si muoveva palla al piede tra finte, dribbling e invenzioni. E' una stella che ama la bella vita fuori dal campo. In particolare la bottiglia. La storia vuole che per tenerlo lontano dalle sbronze, il presidente dell'Inter chiamò il padre a tenergli compagnia a Milano. Furono trovati entrambi ubriachi in un bar.
Un classico esempio di genio e sregolatezza, che solo i tifosi interisti over 65 possono ricordare con estrema nostalgia. A noi, rimangono alcune immagini in bianco e nero dell'Archivio Luce.
Morì nel 1975, a 46 anni, distrutto dall'alcol. Nove anni dopo, viene inaugurata la scultura che lo ricorda. Da allora, ogni 24 dicembre, centinaia di persone per ricordare Skoglund si ritrovano al numero 42 di Katarina Bangata. Si chiama "Nackas Hörna", l'angolo di Nacka, un gioco di parole dedicato a quel famoso calcio d'angolo. Da questa sera ho un motivo in più per amare Stoccolma. E per tornarci, magari la vigilia di Natale.
Al massimo va in tribuna a tenere compagnia a Galliani. Lo si riconosce perché è l'unico ragazzo di colore fra le autorità. Adesso porta i capelli lunghi, un po' gonfi. I riccioletti biondo-platino con cui s'era presentato in Italia sono un ricordo incollato ormai solo agli album Panini.
Credo di averlo trovato nella rosa del Milan, pensavo fosse un omonimo o un errore di stampa. Poi un trafiletto sulla Gazzetta di un paio di settimane fa: Ibrahim Ba viene inserito nella lista dei convocabili per la Coppa Intercontinentale.
Ba ha 34 anni. Senegalese di nascita e francese di passaporto calcistico, aveva in tasca la carta d'identità della vecchia ala destra, con la forza del football contemporaneo. Un Beckham nero. Quasi.
Dribbling e velocità. Un solo anno al Bordeaux e il Milan nel 97 lo chiama a San Siro. La squadra è in caduta e la società fatica ad accettare un paio di stagioni senza vittorie.
Fanno grandi spese, investendo su presunti giovani di belle speranze. Ziege dal Bayern, Klujvert e Bogarde dall'Ajax, Ba dal campionato francese, Maini.
Non serve un genio per capire che i due olandesi sono mediocri, il tedesco senza personalità, il nazionale transalpino acerbo, l'italiano famoso perché sarà il primo della lista di fidanzati calcistici di Alessia Merz. Soprattutto in una gestione tecnica senza polso. In due anni, prima il laureato Tabarez, poi Sacchi (di cui la vecchia guardia si era voluta liberare), infine Capello, che non ha un gioco e, in quanto a tensioni, con lui la stessa vecchia guardia ha già dato.
Ibou, come è soprannominato chiamare in onore del padre, gioca due stagioni al Milan, poi finisce al Perugi nel '99. Qui entra nella storia della giustizia sportive perché in una partita contro il Cagliari prende a capocciate Fabio Macellari.
L'episodio sfugge a Collina, non alle telecamere. Con lui, per la prima volta, viene applicata la prova tv: quattro giornate di squalifica. Vale la pena aprire parentesi e leggere la ricostruzione del giudice. "Al 43° del primo tempo il calciatore Fabio Macellari del Cagliari, ricevuto il pallone da un compagno, lo controllava evitando un primo avversario; veniva affrontato, poi, da Ba, il quale cercava di sottrargli il possesso della palla. Macellari superava tale contrasto, durante il quale Ba alzava da terra una gamba, senza peraltro colpire l’avversario. Macellari aggirava ancora un terzo avversario, mantenendo il possesso del pallone, che poi passava ad un proprio compagno. Quando quest’ultimo, ormai in possesso della palla, stava proseguendo l’azione di attacco del Cagliari, Macellari veniva raggiunto di corsa da Ba che, postosi di fronte a lui, lo colpiva con una violenta testata allo zigomo sinistro, senza che gli ufficiali di gara rilevassero tale condotta. Quello che si dice un colpo di testa.
A Perugia gioca solo 14 partite, con un gol, che qualcuno ha il buon cuore di consegnare ai posteri su YouTube. Lui è sdraiato per terra, non si sa neanche perché, ma appena la palla si avvicina, si alza e la mette dentro.
Poi il francesa sparisce dai radar. Cioé, il Milan se lo ritrova in mano e lo presta nel 2001 al Marsiglia. Che dopo sei mesi lo rispedisce al mittente. Su di lui cala una sorta di ostracismo calcistico che lo porta, valigia in mano, dal 2003 al 2006, dall'Inghilterra alla Turchia, fino alla Svezia. Dopo un anno a spasso, ricompare nella primavera del 2007 a Varese. A maggio il Milan lo invita ad Atene al seguito della spedizione rossonera nella finale di Champions. Il resto è storia di oggi. Una storia senza perché.
Eccetto uno. Dare un'occhiata al palmares di vittorie di Ba. C'era al tempo del miracoloso scudetto di Zaccheroni nel '99. Vabbè, c'era. Diciamo che incassava l'assegno a fine mese: 15 presenze.
C'era nel 2003, Coppa Italia vinta dal Milan dopo 27 anni. Naturalmente, c'era nello stesso anno, quando i rossoneri superarono la Juve nella finale di Champions. Non c'era contro il Liverpool nel 2005. Ed ecco spiegato perché lo scorso maggio lo invitano nella rivincita con gli inglesi.
Fra due settimane il Milan prova l'assalto all'Interconentale, obiettivo stagionale dichiarato. Ba ancora una volta può dare del suo meglio. Come portafortuna, naturalmente.