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    sabato, 19 aprile 2008

    Prima o poi si cambia

    I New York Knicks hanno cacciato Isiah Thomas, giocatore delizioso, ma allenatore-general manager senza polso e disastroso. Meglio per loro. Anche se ci vorrà un po' per rimettersi in piedi.
    Per un turista che capita nella Grande Mela sarà un po' più difficile andare al Madison all'ultimo momento e trovare i biglietti della partita quasi a buon mercato. Ringrazierò per sempre Thomas dell'opportunità che mi ha offerto ;-)

    Madison Square Garden






















    pensato da: eric7 alle ore 02:38 | link | commenti (3)
    categorie: palle, arance, tempo scaduto, stellestrisce, giochi di mano
    domenica, 16 marzo 2008

    Dialoghi da un pissoir

    "Hai trovato il giocatore che ti interessava?". La domanda è innocente, e comprensibile, visto che siamo alla Hall of Fame del football. Lo è di meno il contesto. Due uomini, uno accanto all'altro davanti a un orinatoio. Sì, richiudevo giusto la patta dei jeans, quando il signore, invece di rimanere concentrato sulla sua attività, si rivolge a me.

    Paul Watzlawick in "America, istruzioni per l'uso" racconta con leggera ironia e comprensione gli Stati Uniti a chi ci mette piede per la prima volta. Tra le curiosità, il fatto che gli americani non riescano a fare a meno di attaccare bottone con gli sconosciuti. Non accettano che due estranei possano condividere uno spazio in comune senza comunicare. Finora, tra pulmann e aerei, ero sempre riuscito ad alzare un muro, e tutto sommato non mi stupisco che accada anche in un bagno.

    Si tratta di uno degli assistenti di sala, il suo lavoro è spiegare, illustrare, insomma rendere il più piacevole possibile la mia permanenza. Da quello che ho visto alla Hall of Fame del basket, e a giudicare dal passo e dai capelli bianchi, si tratta di pensionati che arrotondano.

    A differenza di Springfield, i video che spiegano la storia del gioco sono in americano stretto. Ma la pallacanestro è uno sport globalizzato, e cerca di farsi capire da quanto più pubblico possibile. Anche qui ci sono i cimeli: palloni e divise con addosso un secolo di vita, biglietti, caschi e anche un bidone di Gatorade.

    Se il basket è divenuto cosa dei neri (almeno quello praticato), coi suoi ritmi jazz, ora sempre più hip hop, alla Hall of Fame del football si respira tutto l'epos e la retorica che gli americani hanno affidato a questo sport. Così, giocatori/allenatori/presidenti che ogni anno vengono imbarcati su questa arca della gloria sportiva vengono addirittura ricordati con un busto.

    Sono le sole sedici partite di campionato, i playoff e il Super Bowl a eliminazione diretta che rendono il football perfetto per essere raccontato come una epopea. C'è The Catch, la ricezione che cambia la storia, c'è The Perfect Season o The Perfect Game, The ice bowl (finale giocata a 30 sotto zero). Un mito nato in provincia e poi, con il professionismo, spostatosi in città. Lo sport inteso come spettacolo (o come circo, a seconda dei punti di vista) prevede infatti che si giochi lì dove c'è pubblico.

    Incontro ancora l'assistente di sala. Stavolta mi racconta del suo viaggio in Italia, nel 1963. Annuisco e svicolo. La terza voltra che ci incrociamo gli sorrido e vado a spendere qualche dollaro nel negozio del museo: un paio di magliette per i giorni in cui starò in California.

    All'uscita, giro a largo rispetto alla biglietteria. Devo evitare la signora della segreteria. All'entrata, appena ha sentito che ero italiano, m'è venuta incontro a parlare delle sue vacanze a Firenze, Roma e Positano. Ora che ci penso, potrebbe essere la moglie del signore del piano di sopra. Esco velocemente. Prima che qualcun altro mi descriva il suo viaggio di nozze nel Bel Paese, corro ad aspettare il taxi in mezzo ai cumuli di neve.

    Siccome c'erano dei lavori in alcune sale, ho ricevuto un ingresso gratuito per rifare la visita completa nei prossimi mesi. Non si sa mai che mi trovi a ripassare da queste parti.

    pensato da: eric7 alle ore 17:15 | link | commenti (2)
    categorie: maestri, culture, palle, ovali, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano
    martedì, 11 marzo 2008

    Metti un sabato sera al Madison Square Garden

    Al Madison Square Garden ricordano agli spettatori che possono essere espulsi dal palazzo per gesti o linguaggio osceno. New York non è Boston, dunque. Però puoi entrare con lo zaino in spalla, dopo una perquisizione assai sommaria. Ma senza bottiglietta, ti venisse voglia di lanciarla in campo. Ogni bevanda si compra dentro, rigorosamente senza tappo. Come negli stadi italiani.

    A differenza degli stadi italiani, la gente si alza e va a fare rifornimento di birra, pizza e panini, e lascia giacche e cappotti sulla sedia (poltroncine, non gradinate), anche se sta via un quarto d'ora. E questo succede tre o quattro volte a partita.

    Ora immaginate di avere il posto numero 1 della fila e moltiplicate per cinque o sei persone che la occupano con voi, ed ecco che a forza di farli passare avete smaltito la cena. Sì, perché ti alzi per agevolare il passaggio come da noi a teatro, neanche al cinema, figuarsi allo stadio, dove devi muoverti un po' come un equilibrista e un po' come tarzan. E qui si alza anche il tipo più truce.

    Per fortuna, sabato sera al Garden, eravamo pochi. I New York Knicks, l'orgoglio di questa città (insieme agli Yankees, naturalmente), sono una squadra derelitta. Tanto talento, poca testa, molto ego e troppi infortuni, e un allenatore che i giocatori non stanno a sentire quando parla, quell'Isiah Thomas, staordinario playmaker tra gli anni 80 e i 90.

    La partita contro Portland non entra nella storia della pallacanestro. Anche se, neanche loro sanno come, i Knicks la allungano fino ai supplementari. Poi i Blazers, altro gruppo dal talento giovane ed esagerato, porta a casa un prevedibile successo, dopo aver troppo scherzato. Almeno, però, potrò dire di aver assistito al career high di Nate Robinson, 45 punti per il nanerottolo di 1.75 che nel 2006 vinse la gara delle schiacciate. 

    E dire che ero andato al Madison Square Garden solo a fare un po' di foto. Poi, quando ho visto che c'erano i Knicks, sono stato calamitato dal botteghino, "accontentandomi" di un biglietto da 78 dollari. Un po' in alto, ma quasi quasi vedo meglio questa partita di quella di Boston. In seconda fila, sei praticamente in campo. Certo, vedi il sudore sulla fronte dei giocatori, ma ti perdi lo sviluppo del gioco.

    Ma, in effetti, mi dico, ho visto due partite Nba dal vivo. Chissenefrega dello sviluppo del gioco!

    pensato da: eric7 alle ore 13:42 | link | commenti (1)
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, arance, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano

    Springfield, Massachussets

    La Hall of Fame del basket oscilla pericolosamente fra il circo e il museo. Il segreto è allacciare le cinture e lasciarsi portare in giro. Qui, a fine '800, un professore canadese che voleva far fare un po' di sano moto ai ragazzi della Ymca ha inventato la pallacenestro, con due cesti di frutta.

    Si comincia dal secondo piano: l'honor ring. Una sorta di pantheon con le foto di chi ha fatto la storia della pallacanestro: allenatori, giocatori, arbitri, giornalisti.

    Mi concentro sugli europei. I due italiani, Cesare Rubini e Dino Meneghin, il colonnello Gomelski, colui che ha creato il basket nella vecchia Unione Sovietica, e Drazen Petrovic, per tutti il Mozart dei canestri. Talento e provocazione diabolica portati all'estremo, carriera nella ex Jugoslavia, poi salto in America, e la morte in un incidente stradale, ancora giovane.

    Oltre alle foto, cimeli. Palloni, magliette lise dai decenni, scarpe, medaglie, libri. Poi si scende al piano intermedio, e la musica non cambia. In più, tanti video, brevi, così non devi stare venti minuti fermo come nelle mostre "normali". E sono sottotitolati. Tutti. Questione di civiltà.

    Come un luna park che si rispetti, puoi misurare la tua capacità di saltare da fermo toccando una parete elettronica, o confrontare la tua altezza con quella dei professionisti (io arrivo a 5 piedi e 9 pollici, 173 cm, ma lo sapevo), o saltare a prendere un pallone sospeso a un braccio meccanico per testare le tue doti di rimbalzista.

    Ma l'attrazione è al piano terra. Un campo da basket vero, in vero parquet e veri palloni a disposizione dei visitatori. "Show me if you are a professional player", mi dicono. Dico di no, "sono meglio a soccer". Prendo la sfera e me ne vado a disonorare il gioco, nella metà campo opposta. Un po' più lontano dagli occhi di chi osserva.

    Riesco a farmi fare qualche foto, che naturalmente viene sfuocata. Vorrà dire che il ricordo me lo tengo nella memoria, altro che immagini digitali.

    Non avevo mai calpestato un parquet. È più morbido di quanto pensassi, così come i palloni. Sono le 3 del pomeriggio e solo i crampi della fame mi convincono a lasciare ed affondare la forchetta in un'insalata gigantesca, come qualunque portata da queste parti.

    Il tipo che mi ha fatto le foto dice che ci viene tutti i giorni. Confesso che se non avessi avuto il pulmann che mi riportava a Boston, c'era da rimanere lì e chiedere di fare un altro giro sulla giostra.

    pensato da: eric7 alle ore 04:25 | link | commenti
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, arance, stellestrisce, giochi di mano
    lunedì, 10 marzo 2008

    Metti una sera al Boston Garden

    Roba che contavo le gocce di sudere che scendevano dal viso di Kevin Garnett. Ho sentito chiaramente Rajon Rondo chiamare lo schema "Elbow" (che poi è l'unico schema sentito chiamato dai Celtics in campo, a voce, almeno).

    Rasheed Wallace schiaccia quasi senza che ferro e retina facciano rumore: levita, non salta, spolverando via ogni impressione di potenza. E poi l'eleganza di Garnett: spalle a canestro, finta a destra, finta a sinistra, poi a destra. Infine si avvita e tira a canestro. Due punti.

    Il campo sembra troppo piccolo. Ti chiedi come faccciano i giocatori a trovare spazio per penetrare. Loro lo fanno con l'eleganza dei ballerini. Proprio a quello dei ballerini somiglia il rumore dei loro passi sul parquet. Anche se quando corrono tutti e dieci insieme, sembrano una mandria in avvicinamento.

    Boston Celtics, la squadra a cui mi sono affezionato da piccolo, contro i Detroit Piston, quelli che li hanno sostituiti quando è cominciato il declino dei verdi. E io al Loge 12, fila B, posto 13. Ancora devo rendermene conto.

    Il Boston Garden è dentro la North Station cittadina, o viceversa. Al centro la sala d'aspetto, a destra l'accesso ai binari, a sinistra negozi, biglietteria, a destra l'ingresso alle tribune. Si sale in ordine, si attendono con pazienze e a voce bassa la perquisizione. E poi le maschere in giacca e cravatta ti guidano al tuo posto. Praticamente un'organizzazione da teatro. Sembra di stare al Parco della Musica di Roma. Alla partita di basket come all'Auditorium.

    A margine del match, negozi, birrerie, paninoteche, cheerleaders, beneficienza, giochi riservati al pubblico, viavai a rifocillarsi di cibo e bevande (praticamente in nessun momento gli spettatori stanno seduti contemporaneamente al loro posto).

    Ah, c'è anche la partita. Boston è sempre più una candidata credibile alla finale, Detroit praticamente mai in partita. I Celtics mettono insieme talento, esperienza e giovani che riducono al minimo gli errori. Insieme funzionano, perché gli anziani tirano: sanno che questo è l'ultimo (o il penultimo) giro per vincere il titolo. Anche perché dall'altra parte del tabellone ci sono almeno sei squadre che possono batterli. Ma loro, alla fine, ne incontreranno una sola, peraltro al termine di una lunga corsa a eliminazione.

    Altro non riesco a dire, anche se molto ci sarebbe. Pur stando in seconda fila a bordo parquet, all'altezza della metà campo, è come se avessi un buco "razionale" (se mai esiste un buco razionale). Negli occhi ho colori, suoni e voci, a migliaia.
    Però se qualcuno volesse fare domande ;-)

    pensato da: eric7 alle ore 04:11 | link | commenti (2)
    categorie: in viaggio, palle, arance, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano
    domenica, 17 febbraio 2008

    Tengo famiglia

    Sette milioni di dollari l'anno per tre anni? "No grazie. Ho una famiglia da sfamare". Quando Latrell Sprewell, nel 2004, rifiutò la nuova estensione salariale propostagli dai Minnesota Timberwolves (che di fatto gli dimezzavano lo stipendio), era certo di trovare un altro datore di lavoro nella Nba, sicuramente più munifico. Il suo agente rincarò la dose.

    Se non ci fossero state altre offerte, "meglio ritirarsi che giocare al minimo salariale", che equivaleva a un milione, praticamente "uno schiaffo" al proprio assistito. I due si misero in attesa dell'ultimo giorno utile del mercato 2005-06, aspettando qualche squadra "disperata". Che non si è mai fatta sentire. O forse nessuna è mai stata così disperata.

    Soldi meritati, per gli standard Nba. Forse un po' meno per uno che andava verso i 34 anni. Però, ali piccole come "Spree" ce ne sono state poche a cavallo di fine secolo. Bravo difensore, attento a rubare palla e concludere in contropiede, bel tiratore. Uno che accendeva e spegneva, come si suol dire. Irresistibile quando accendeva. Detestabile quando attivava l'interruttore con scritto "off".

    Nel dicembre del 97, quando mise le mano al collo del suo allenatore di allora, PJ Carlesimo, che lo aveva invitato a "mettere più mostarda" nei passaggi durante un allenamento, non sapeva che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe giocato a basket fino al gennaio '99. "Non sono in vena per un trattamento del genere", disse Sprewell. Il coach fece per avvicinarsi e lui lo minacciò di morte, prima di saltargli addosso.

    Forse se la sarebbe anche cavata, se venti minuti dopo essersene andato negli spogliatoi, non fosse tornato sui suoi passi, deciso a completare l'opera. Per la seconda volta, lo fermarono i compagni di squadra, mentre per una quindicina di secondi tenne le mani unite intorno alla giugulare del coach. "Non lo stavo strangolando", disse poi. "Voglio dire, era in grado di respirare".

    Ci pensò pure la Nba a fermarlo. Espulsione dalla lega, che divenne poi squalifica di 64 partite. I Golden State Warriors, in cui giocava, si sentirono sollevati, quando riuscirono a mandarlo a New York. Con i Knicks si mostrò un'altra persona. Un po' come l'Alex di Arancia Meccanica, dopo la cura Ludovico Van. Cinque anni ad alti livelli, con una serie finale persa nel '99 contro San Antonio, in cui Spree giocò da Dio: 26 punti di media, 35 e 10 rimbalzi nell'ultima partita. Nel 2003, il trasferimento a Minnesota.

    Quando disse di no al rinnovo contrattuale, non sapeva che nella Nba non ci avrebbe messo più piede. Né la prese bene. Considerando le tre fucilate (sparate in aria), che ancora echeggiano nelle orecchie di quei due giornalisti andati a trovarlo per sapere come se la stesse passando, da disoccupato. Tanto per non restare con le mani in mano, nel frattempo Sprewell è stato accusato anche di violenza domestica nei confronti della sua compagna e di violenza sessuale nei confronti di una ragazza. Anni prima, qualche problemino con il codice della strada. Roba all'ordine del giorno, purtroppo, per gli sportivi americani.

    Quando nei giorni scorsi gli hanno pignorato la casa di Milwakee, dopo che tempo fa era stato messo sotto sequestro e poi messo all'asta lo yacht italiano da un milione e mezzo, Spree forse avrà pensato che il pezzo di carta giusto da firmare fosse quello con la cifra 21 milioni di dollari per tre anni, e non quel mutuo da 2.500 dollari che non è in grado di pagare da settembre.

    Qualcuno lo ha chiamato per conoscere i dettagli. Ma al momento Sprewell non risponde al cellulare. Figurarsi se uno volesse sapere come si fa a buttare via il talento. L'esperienza suggerisce di non andare a chiedere di persona.

    pensato da: eric7 alle ore 23:03 | link | commenti (1)
    categorie: palle, arance, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano, fantasisti
    mercoledì, 06 febbraio 2008

    Obama, i Giants, Veltroni e me

    "E ieri notte ha visto il Superbowl?", chiede lui. Visto no, letto le cronache (scrive la giornalista). "Ah, appassionante. Un touchdown negli ultimi 39 secondi, hanno vinto i Giants di New York contro i Patriots che dire favoriti era poco: imbattuti, avevano vinto 18 partite di fila".
     
    Governa(va) una città, guida un partito, tiene discorsi, scrive di libri recensioni. E la notte tra il 3 e il 4 febbraio ha anche visto il Super Bowl. Insomma, almeno domenica Walter Veltroni e il sottoscritto stavano facendo la stessa cosa. E a quanto pare il nostro ne ha tratto anche buoni auspici per il futuro.

    Beato lui. Io per l'ennesima volta ho puntato sul cavallo sbagliato. Solitamente, nella vita, se devo scegliere fra l'opzione a e la b, mi sembra di scegliere sempre quella sbagliata. Così, ogni anno, mi trovo a chiedermi perché fare le 4 di notte per uno sport che sta dall'altra parte dell'oceano e vedere sconfitta la squadra per cui simpatizzavo. Almeno stavolta c'è la soddisfazione di aver visto una delle più belle finali di sempre.

    Avevo chiesto ai Giants di rendere almeno la partita equilibrata. Ma loro hanno preso la cosa sul serio. In svantaggio 14-10 negli ultimi due minuti, hanno attraversato il campo fino alla meta della vittoria. Con il quarterback Eli Manning che strada facendo ha seminato un paio di avversari da 140 chili che gli erano appesi alla maglietta e, invece di cadere in terra e arrendersi alla sconfitta, ha miracolosamente lanciato il pallone a un tale David Tyree.

    Uno che è la riserva delle riserve. Che durante 12 partite di stagione regolare ha ricevuto quattro lanci, quando la media di un titolare di buon livello è sui 50. Beh, questo pallone alto che ormai gli era rimasto attaccato solo a tre polpastrelli, lui se lo è poggiato sul casco, per poi prenderne possesso. Il tutto, saltando all'indietro.

    Da più forte di tutti i tempi a miglior perdente della storia del football il passo è stato breve. E New England è stata sconfitta con le sue stesse armi, di motivazione e tattiche, che l'hanno portata a vincere treSuper Bowl. Così Tom Brady non sarà il primo quarterback a vincere quattro titoli entro il 30° anno di vita. New England non si sarà aggiudicata il quarto titolo in sette anni, cosa che nella concezione americana l'avrebbe resa una "dinastia" (essendo un popolo senza storia, provano a darsela in tutti i modi). Bill Belichick non sarà l'allenatore più vincente del Super Bowl.

    Eli Manning è l'unico che se la ride. Spernacchiato da critica, tifosi ed ex compagni, si gode il trionfo. E pensa a quando coi due fratelli maggiori giocavano a football nel giardino di casa, sotto gli occhi di papà Archie, quarterback della Nfl. Cooper, il più grande faceva il ricevitore, Payton (naturalmente) faceva il qb con le stesse doti di leadership che mostra in campo ora, ed Eli era costretto a fare il centro. Quello che, piegato in avanti, deve solo iniziare l'azione facendosi passare la palla sotto le gambe per darla al quarterback. Dopo la vittoria di domenica, dove è stato giudicato miglior giocatore del Super Bowl, ha detto che la prossima volta che vede i fratelli spera almeno di essersi quadagnato il ruolo di ricevitore.

    Come Obama, "che tre mesi fa era un quarantenne nero, nessuno ci avrebbe scommesso e ora invece guarda dov'è". Come i Giants che negli ultimi trenta secondi hanno vinto il superbowl contro la squadra favorita.  "Certo che possiamo vincere. Del resto non sono mai andate secondo i pronostici ultimamente le elezioni, no?". aggiunge Veltroni

    Mai pensato che un giorno anch'io mi sarei attaccato ai New York Giants pur di sperare di non veder Berlusconi di nuovo a Palazzo Chigi.

    pensato da: eric7 alle ore 00:44 | link | commenti (2)
    categorie: palle, ovali, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano
    domenica, 03 febbraio 2008

    Zero

    Ci hanno provato con le città, poi con i quarterback. Ma con gli allenatori non c’è stato niente da fare.

    Due tipi tosti, ma soprattutto amici, loro che di amici tra i colleghi ne hanno pochi. Tom Coughlin allena i Giants con la rigidità e l’occhio glacchio di un generale, Bill Belichick è il tipo che pensa al football per 365 giorni l'anno, famoso per le sue felpe con le maniche tagliate con le quali segue tutte le partita a bordo campo. In comune hanno tre anni ai New York Giants come assistenti allenatori, e giorni e notti a parlare di schemi in una stanzetta che condividevano con altri cinque-sei colleghi. In più, un Super Bowl vinto con una strategia perfetta nel 1990.

    Belichick è una specie di genio misantropo, mal visto dai colleghi (soprattutto dopo che un suo uomo è stato beccato a spiare i segnali con cui gli avversari chiamano gli schemi) e capace di far addormentare con le sue risposte soporifere il più agguerrito cacciatore di scoop. Ha vinto tre Super Bowl in 6 anni, circondando la leadership di Tom Brady con giocatori di secondo piano, sezionando i punti deboli degli avversari ed esaltando sempre i propri. Uno che, quando non funziona il piano A, e neanche il B, tira fuori la busta C. Come nella partita che ha portato i Patriots a Phoenix. Gli avversari hanno coperto il miglior ricevitore e anche il secondo e il terzo? Lui va col quarto, e facendo lanciare la palla verso il running back di riserva, quello che di solito il pallone lo porta in mano di corsa e non lo riceve.

    Sì, ma come andrà a finire? New England è nettamente favorita. Ma nella partita precedente non è stata tanto convincente (o forse ancora di più, visto che ha vinto in sicurezza). Invece, New York sembra in crescita e con l'entusiasmo di chi doveva uscire al primo turno dei playoff e invece è arrivato fino in fondo. E poi c'è il precedente. Di quelli che ti cambiano la vita, se la moneta cade sul lato giusto. Un precedente, assai fresco.

    Ultima partita di stagione regolare. New England insegue la sedicesima storica vittoria, New York è già qualificata ai playoff. In teoria, i Giants dovrebbero far riposare i titolari in vista del turno seguente, preservandoli dagli infortuni. Non i Patriots che si giocano il record, dopo aver macinato ogni avversario. Ma New York invece gioca una partita vera e mette sotto New England. Che, però, in poco più di un quarto di gioco recupera dal 16-28 al 38-28 (finirà 38-35), e infrange il primato di vittorie, punti segnati, lanci da touchdown e ricezioni da touchdown in una singola stagione.

    Finisce che i Patriots non hanno fatto altro che il loro dovere, dopo essersi condannati a finire la stagione senza sconfitte. I Giants, dopo aver tenuto testa a quella che sta per diventare la squadra più forte della storia del football (manca solo la partita di stasera per esserlo), ne escono con una delusione temporanea, ma la consapevolezza di essere squadra. Lo dimostrano poi con le tre vittorie in trasferta nei playoff.

    Due allenatori amici a confronto. Due quarterback lontani per classe. Due città vicine ma di cultura diversa. Una squadra che deve vincere per forza, per non rimanere solo la più bella delle opere incompiute. Un'altra che deve vincere, perché glielo chiedono una metropoli, mezza America che ha altri miti di football e un’altra mezza che vuole sentire il rumore di un gigante quando cade. I Giants possono limitarsi anche a perdere bene. E penso che andrà a finire proprio così. Per consegnare i Patriots agli annali. E permettermi di scrivere un altro post sul Super Bowl.

    pensato da: eric7 alle ore 19:53 | link | commenti
    categorie: maestri, palle, ovali, stellestrisce, giochi di mano
    sabato, 02 febbraio 2008

    Meno uno

    Il Super Bowl è in un certo senso l'epitome (che vuol dire? Chiedetelo ai giornalisti americani che la usano più frequentemente di chiunque di noi parlanti la lingua di Dante) della mentalità Usa.

    Se il football  è la metafora della conquista del territorio inesplorato (lo so, l'avete già sentita), la finale del campionato è la recita della leadership: tutti uniti verso la meta guidati da un singolo.

    Anche stavolta è così. Una città contro l'altra, allenatori contro, quarterback a confronto. È così, ma anche no.
     
    Boston contro New York, stessa costa, sì. Ma anche la città snob per eccellenza, patria dell'intellighenzia Usa, contro una delle capitali del mondo, il posto dove tutto può nascere.

    Dal punto di vista sportivo, poi, la differenza è quasi schiacciante. Boston ha vinto il titolo del baseball, a metà stagione domina nel basket, e nel football è a 60 minuti dal fare la storia.

    A New York, a parte la notevole eccezione degli Yankees nel baseball (si sono aggiudicati 26 campionati su 103), il titolo del football manca dal 1991 e quello del basket dal 1973. Nella palla a spicchi i Knicks, la squadra per cui tifano Spike Lee e Woody Allen, ha messo insieme due campionati in 62 anni di storia.


    Figurarsi cosa significa praticare sport professionistici in una città del genere, affamata di successi. Immaginate le chiacchiere calcistiche delle radio romane e delle tv milanesi, moltiplicate per una città di otto milioni di abitanti.


    Ne sa qualcosa il quarterback dei New York Giants, Eli Manning. “Not Manning we thought”, titolava una articolo. Praticamente il Manning sbagliato, quello senza personalità. Figlio di un giocatore del passato, fratello di quel Payton che in questi anni ha riscritto i libri dei record e lo scorso gennaio s'è finalmente portato a casa il Super Bowl.


    Stavolta, però, in finale ci va il piccoletto. Che non ha il carisma del fratello, non si porta a casa gli schemi delle difese avversarie per studiarle, e parla come un adolescente con l'apparecchio ai denti. Fatto sta che alla fine c'è arrivato Eli, vincendo tre partite di playoff in trasferta contro avversari più forti, l'ultima delle quali giocata ai 32 gradi sotto zero di Green Bay. Sì meno 32, roba che nello stesso giorno a Mosca c'era -2 e al Polo Nord -8...


    Ma per Manning al Super Bowl il confronto potrebbe essere impietoso. Di fronte, Mister Perfezione, Tom Brady, l’eroe sportivo amato dai tifosi e apprezzato da mogli e fidanzate, che ora si accompagna con la modella Giselle Bündchen.
    Il quarterback dei New England Patriots è a 60 minuti dal diventare il più grande interprete del ruolo in oltre 80 anni di questo sport.

    Anche lui, se doveva ancora capire che cosa significhi fare i conti coi media della Grande Mela, si è chiarito i dubbi in questi giorni.
    I paparazzi che lo hanno immortalato mentre faceva shopping a Manhattan con la sua girlfriend a una decina di giorni dal Super Bowl non potevamo credere ai oro occhi. Il Qb zoppicava, indossando uno stivale ortopedico. Foto, articoli, commenti, diagnosi “da remoto”. E il dubbio neanche troppo sottile sulla sua presenza all’atto finale della stagione.


    Insomma, a New York hanno sentito l'odore del sangue, rimestando nella notizia di un infortunio che i New England Patriots per giorni hanno evitato di commentare, con un silenzio degno delle malattie dei vecchi segretari del Partito Comunista dell'Unione Sovietica.

     

    Faceva troppa gola alla stampa newyorkese la possibilità che la caviglia di Brady potesse diventare il suo tallone d'achille, mostrando un'insperata vulnerabilità (solo per il fatto che in finale ci sia una squadra di New York i pronostici della gente si sono improvvisamente riequilibrati. Potere dei mezzi di informazione…).

    Solo quando la squadra si è ritrovata a Phoenix per preparare la partita, il giocatore ha fatto outing. Pare che l'infortunio sia superato e Brady si è allenato tranquillamente. La risposta al campo, manca solo un giorno.

    pensato da: eric7 alle ore 20:12 | link | commenti
    categorie: palle, ovali, stellestrisce, giochi di mano
    venerdì, 01 febbraio 2008

    Meno due

    Certe, a volte non sono loro a essere così. Siamo noi a disegnarli in un certo modo.

    Prendere Repubblica.it di oggi. Mancano due giorni al Super Bowl. La famosa partita che una volta l'anno ferma l'America, eccetera eccetera.

    New England che sta per concludere imbattuta la stagione, guidata da un quarterback straordinario e da un allenatore geniale, New York che nonostante sia sfavorita può lo stesso realizzare la grande sorpresa?

    No, grazie. Per i media italiani, la notizia più importante è che negli stessi giorni si gioca il Lingerie Bowl. La parola francese dice tutto. Ma se qualche cultore del genere se lo fosse perso...

    Non ho capito da che parte stare. Si sa che anche i siti dei maggiori quotidiani campano coi clic su calendari e tette. Però, pure gli americani con questo Lingerie Bowl se la cercano proprio...

    Anche se non si può dire che le fanciulle in questione la prendano per scherzo, mi sento ancora dalla parte del gioco, quello vero. Mancano solo due giorni.

     

    pensato da: eric7 alle ore 23:55 | link | commenti
    categorie: palle, ovali, stellestrisce, colpi di testa, finte e controfinte, giochi di mano, corpolibero