Talmente bello da essere noioso. Proprio come quelle bionde con gli occhi azzuri: così perfette che non riescono a chiuderti lo stomaco in un pugno, fino a non farti mangiare. Insomma, non te ne innamori.
Detto che Michael Schumacher è stato il pilota più forte della storia, vincente e determinato, scaltro e furbo, mi chiedo se c'è qualcuno che può ammettere di essere stato innamorato del tedesco. Alla fine ti restano in mente la spietata umanità di Senna, il coraggio cieco di Mansell, l'abilità furba di Prost, la simpatia innata di Piquet, l'incoscienza di Villeneuve.
Eppure, davanti ai compiti in classe imbrattati dagli attuali studenti di Formula 1, viene quasi da rimpiangere la tirannia di Schumacher. Anche perché, dopo sei titoli mondiali, negli ultimi anni era stato reso più umano, tirato giù di peso dal piedistallo da Alonso. Che sembrava avviato a ripeterne l'eredità.
Sembrava. Perché lo spagnolo non aveva fatto i conti col giovane Hamilton. Che a sua volta non aveva capito quanto la realtà della F1 fosse diversa da un videogioco. Regalando un mondiale a Raikkonen, uno che in valigia aveva l'eredità del tedesco, ma metteva in pista lo stesso entusiasmo di un impiegato delle poste quando gli allunghi la bolletta del telefono.
Tutto questo per dire che anche l'anno secondo del post Schumacher regala un mondiale equilibrato. E se già avevamo visto tre piloti in testa al campionato, beh era successo giusto lo scorso anno. Bello l'equilibrio. Rende tutto imprevedibile. Poi guardi Hamilton tamponare i colleghi ai box, Raikkonen che annaspa sulla pista bagnata per una strategia prima rischiosa poi conservativa, Massa battere il record mondiale di testa coda in una sola gara e finire ultimo come un Melandri qualsiasi in sella alla Ducati.
Roba che se ci fosse stato lui (Schumi) adesso avrebbe già ipotecato il titolo. Sia se avesse guidato la Ferrari o la McLaren. Adesso è talmente equilibrato che quasi quasi rimpiangi l'ordine di quando c'era lui. Anche perché, quando c'era lui, pure le previsioni del tempo erano affidabili.
Nei primi due anni di elementari non ero quello che si definiva un bambino agile. Non che fossi grasso, ero solo legnoso. Inabile a muovermi con scioltezza in qualunque attività fisica. C'è voluta un po' di piscina per slegarmi e permettermi di giocare a pallone, e non solo, come e magari meglio degli altri.
Dopo pranzo le suore ci concedevano un po' di libertà. Per noi maschietti si trattava di giocare a pallone. Vista la scarsa mobilità, mi appostavo davanti alla porta avversaria, segnando sempre di rapina. Un tocco da pochi passi e gol. In gergo calcistico lo chiamano opportunismo. Una parola che ho incominciato ad apprezzare molto presto e in cui, trant'anni dopo, posso dire di essermi cullato con eccessiva nonchalance.
Tornando al calcio vero, diciamo che vedevo in Paolo Rossi un esempio assai influente. Fatto sta, che a fine anno scolastico, me ne uscii coi compagni di scuola, autoeleggendomi capocannoniere della 2a elementare. La cosa provocò qualche reazione degli altri, zittiti però dall'elenco e dalla descrizione dettagliata di ogni rete segnata negli ultimi mesi. Acquistata scioltezza, crescendo scelsi altri modelli che non fossero Pablito, prima di finire per scelta a fare il portiere.
L'infantile dedizione con cui negli ultimi Romario ha contato tutti i gol della sua carriera, andando a rispolverare anche partite sfuggite agli almanacchi, con l'obiettivo di raggiungere le 1.000 reti segnate da Pelé, mi ha ricordato i tempi delle elementari.
Ora, a 42 anni e dopo circa 25 stagioni, 1002 gol e una Coppa del Mondo, il "Baixinho" si è finalmente rititrato.
Ma ancora non ho capito chi sia stato davvero. Un prodigio capace di sparire, ricomparire e segnare con la palla attaccata ai piedi. O solo un uomo dall'ego molto più smisurato del suo già enorme culo. Lui era una sorta di eresia, per il calcio europeo. Un tappo, tendente all'ingrasso cicciotto e col baricentro più basso mai visto sui campi di gioco, antitesi del football atletico, roba che in confronto a lui Maradona era un decathleta. Eppure rapidissimo e potente, e con la capacità di creare un tocco di palla diverso per ogni centimetro del suo piede.
A me sembra straordinario. Ma non saprei dove piazzarlo in un'ipotetica classifica. Forse è solo perché Romario appartiene a un strano periodo della memoria di alcuni di noi. La fase di mezzo. Non è troppo lontano nel tempo per essere mitizzato come gli eroi dell'infanzia e dell'adolescenza. Ma neanche è troppo vicino per avvicinarlo ai Cristiano Ronaldo e ai Messi che al suo confronto sembrano e sono già dei fenomeni e per di più con una vita davanti. Insomma, è come se Romario fosse ancora cronaca, non ancora storia.
Però mi piace ricordarlo (che è anche un modo per capirlo) con le parole di Carmelo Bene, in una paradossale chiacchierata fra sport e cinema, tempo e spazio, con Enrico Ghezzi, "Discorso su due piedi".
Perché Romario è il più grande? Perché è capace di una cosa, del quid che più conta: l'immediato. E' capace dell'immediato... Nemmeno gli avversari la vedono la palla con Romario. Dove passi la palla, i centrali, i difensori, non lo vedono... Questo è l'immediato di Romario: quando sull'1-2 segna, bruciante al limite dell'area, lì siamo nell'immediato... non è più l'azione... E' fermo. E' immobile.
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Anticipare un avversario in uscita e poi venire abbattuto. Rialzarsi, darsi la mano e fare finta di niente. E poi dire: "Cazzo che botta".
Palleggiare, tirare a canestro, ginocchia piegate e difesa. Uscire dal campo di basket coi polmoni spaccati dalla fatica.
Impiccare il quadricipite su una salita e scoprire che Roma non è città per andare in bici.
Sapere tenere a malapena in mano una racchetta e ammirare quanti punti può fare chi ti sta di fronte, mentre tu hai un black out mentale. Meglio ripiegare su intere giornate di ping pong...
Nuotare, nuotare, nuotare. Andare lontano, anche se non hai il fisico.
Ma anche...
Il tacco di Bettega per Paolo Rossi: Italia-Argentina 1-0 del 1978.
Il tiro di Michael Jordan a sei secondi dalla fine contro Utah nel '98.
Italia-Ungheria di pallanuoto nel 1978: un pareggio che valeva il titolo mondiale.
Mennea a Mosca sui 200: l'eco dei televisori sintonizzati sullo stesso canale in tutto il campeggio.
Bubka e Vigneron al Golden Gala di Roma: 3 record mondiali in un'ora.
La prima vittoria di Alberto Tomba al Setriere. Aveva il numero 25. Ero a casa malato.
La rimonta di Joe Montana nel Super Bowl dell'89: 82 yards, 8 lanci completati su 9 e touchdown a 34 secondi dalla fine. Erano le 4 del mattino. Il giorno dopo, 4 all'interrogazione di chimica.
Svegliarsi prima dell'alba per vedere i match di un animale chiamato Tyson.
Certe, a volte non sono loro a essere così. Siamo noi a disegnarli in un certo modo.
Prendere Repubblica.it di oggi. Mancano due giorni al Super Bowl. La famosa partita che una volta l'anno ferma l'America, eccetera eccetera.
New England che sta per concludere imbattuta la stagione, guidata da un quarterback straordinario e da un allenatore geniale, New York che nonostante sia sfavorita può lo stesso realizzare la grande sorpresa?
No, grazie. Per i media italiani, la notizia più importante è che negli stessi giorni si gioca il Lingerie Bowl. La parola francese dice tutto. Ma se qualche cultore del genere se lo fosse perso...
Non ho capito da che parte stare. Si sa che anche i siti dei maggiori quotidiani campano coi clic su calendari e tette. Però, pure gli americani con questo Lingerie Bowl se la cercano proprio...
Anche se non si può dire che le fanciulle in questione la prendano per scherzo, mi sento ancora dalla parte del gioco, quello vero. Mancano solo due giorni.
Tifare Roma e festeggiare il compleanno insieme alla Lazio. Per un periodo, il più fulgido dei biancocelesti, farlo insieme anche al suo presidente, Sergio Cragnotti. Che mi stava pure simpatico, a pelle, per la condivisione del giorno di nascita e perché m'ero convinto che somigliasse a mio padre. Se solo mio padre avesse fatto la sua vita borghese, e non quella di chi tirava la carretta dall'alba.
Insomma, a un romanista, punizione peggiore per l'essere nato il 9 gennaio non poteva capitare. Soprattutto negli anni in cui la Lazio è stata in auge. Che, essendo troppo piccolo per ricordare il 1974 (avevo tre anni, ma mia madre racconta che andavo in giro per casa urlando "Chinaglia gol!". Non proprio una bella cosa per un futuro tifoso giallorosso), sono stati fortunatamente pochi, in pratica solo quelli in chiusura di millennio.
Anche se il calendario di Wikipedia lo dimentica, c'è un altra nobile nascita in questo giorno, Dan Peterson. Un'istituzione per chi è cresciuto con le sue telecronache della Nba. Ha raccontato il gioco e spiegato la cultura americana. Mio padre odiava Dan Peterson, gli urli e le iperboli, giudicandolo "demenziale". Lui, non so perché, ha sempre preferito le telecronache in undestatement, all'inglese, insomma.
Ascoltare Peterson è ancora uno spasso, nonostante i 72 anni e la marea di volte in cui ripete sempre lo stesso concetto o dà valutazioni tecniche sbagliate su un giocatore. O consiglia la zona 1-3-1, per recuperare una partita. Solo perché quando la introdusse lui in Italia 30 anni fa, gli avversari diventavano matti. Sì, è un po' come parlare col nonnetto un po' svagato. Un nonnetto con esperienza.
Capricorni, gente tosta. A scorrere la lista di Wikipedia dei nati il 9 gennaio (ci ho passato mezza giornata), ci sono molti centrocampisti, attaccanti che si rimboccavano le maniche, qualche allenatore, sprazzi di fantasia, rare stelle. Insomma, persone di sostanza. Per fortuna, pure qualche romanista, seppure non indimenticabile.
Panchine
Miguel Muñoz. Allenatore e commissario tecnico della Spagna. Vincente col Real Madrid, in Nazionale è stato il primo di una serie selezionatori schiacciati dal peso di una squadra con ottimi elementi ma mai vincente. Lo ricordo vecchietto e bianco e con la faccia pensosa.
Alberto Cavasin. A cercarlo bene, c'era pure nelle figurine di noi ragazzini degli anni 80. Ma è in panchina che ha dato il suo meglio, specializzandosi in salvezze. Squadre corte, pressing, ottima organizzazione tattica, ma per lo spettacolo rivolgersi altrove.
Una vita da mediano
Gennaro Gattuso. Sangue di Calabria, rinforzato a dosi di calcio scozzese. Duro, irascibile, mai cattivo. Unico il suo rapporto col pallone: lo sradica dai piedi avversari (non facendo caso se insieme viene via anche una caviglia), se ne libera al più presto cedendolo ai compagni con piedi più educati, ma fenomenale nel palleggiarlo di testa come una foca, come neanche Maradona. Vorrei che un giorno raccontasse, sinceramente, cosa ha pensato quando Berlusconi (che non gradiva il suo taglio di capelli) gli chiese sarcastico (e offensivo) se il suo barbiere stesse a Sesto San Giovanni.
Daniele Conti. Figlio del brasiliano di Nettuno, dal padre ha ereditato solo la capigliatura. Tecnica sufficiente, regia decente e tanto agonismo, non ce l'ha fatta nella Roma, ma il suo spazio in Serie A al Cagliari è assicurato. Come l'abbonamento ai cartellini gialli. La scorsa stagione, 14 ammonizioni in 30 partite. Anche quest'anno promette bene: 7 in 16.
Daniele De Vezze. Nato e cresciuto nella Roma, è un altro di quelli che si guadagnano il pane con la grinta. E che viaggiano col bagaglio leggero. A settembre qui, a gennaio lì, a giugno da un'altra parte. In 10 stagioni ha cambiato 13 maglie di 10 squadre diverse.
Antonio Sabato. Piedi un pochino più nobili, buona corsa, si fece anche tre anni di Inter (82-85). I migliori ricordi li lascia a Catanzaro (80-82) e a Torino (85-89). Ma soprattutto a 90° minuto. Indimenticabile la descrizione di un'azione dell'altrettanto indimenticabile Cesare Castellotti, che snocciolò una serie di passaggi: "giocatore 1-Sabato-Trippa". Voleva dire Crippa. Ma sotto sotto non sembrava un lapsus.
Oh, oh, oh, che centrattacco
Claudio Paul Caniggia. Del calciatore aveva solo la velocità, e veniva sfuttato solo per quello, in chilometrici contropiede. Come un cane a cui lanci la palla. Nella storia entra per un gol dopo 50 metri palla al piede in una semifinale di Coppa Italia Roma-Milan e per un vizietto. Verona, Bergamo, Roma: in ognuna delle città in cui ha giocato, il suo nome è stato accostato a notti a base di cocaina. Poi c'è il gol all'Italia nella semifinale di Italia 90, ma non ricordatelo a Zenga e Vicini.
Yannick Stopyra. A me ricordava Michael J Fox. Agile attaccante della Francia anni 80, segnò un gol contro l'Italia ai Mondiali del Messico, eliminandoci.
Savio. Finalmente un po' di tecnica. Centrocampista offensivo mancino dai piedi buoni, ha anche giocato cinque anni nel Real Madrid, senza lasciare grosse tracce. A 34 anni, è ancora in Spagna ed entra di diritto tra i talenti sprecati.
Iain Dowie. Irlandese sdentato, con qualche difetto di parola, tipico centravanti britannico dal gran fisico, colpitore di testa, tecnica da dimenticare. Ora allena. Negli anni 90 ha girato un po' di squadre di Premier League. Il segno lo hanno lasciato i suoi gomiti. Sugli avversari.
Euzebiusz Smolarek. Figlio d'arte, il padre ha giocato due Mondiali nella Polonia anni 80, più gregario che centravanti di sfondamento. Segna più del genitore, ma non troppo. Ha 27 anni e una Coppa del Mondo alle spalle, ma non credo proprio che entrerà nella storia del calcio.
Stelle e strisce
Bart Starr. Finalmente una stella, di nome e di fatto. Primo quarterback dell'era moderna, vincitore dei primi due Super Bowl della storia con la maglia dei Green Bay Packers. E' al numero 41 nella lista dei migliori 100 del gioco. Le sue reliquie sportive sono visitabili alla Hall of Fame del football di Canton in Ohio. Per gli amanti dei Simpson, in una puntata Homer diventa allenatore della squadra dei ragazzi e fa giocare suo figlio quarterback titolare. La puntata, naturalmente, si intitola "Bart Star".
Muggsy Bogues. Di nome faceva Tyrone Curtis Bogues, ma tutto il pianeta lo conosce come Muggsy. E soprattutto come il cestista più basso della storia della Nba: 160 centimetri. Per questo forse anche i non sportivi lo ricorderanno: era nel film Space Jam, in compagnia di altri più nobili colleghi.
M. L. Carr. Per fortuna di un tifoso dei Boston Celtics, c'è anche uno dei verdi che mi hanno fatto innamorare della Nba negli anni 80. Buon difensore e bravo a rubar palla, è il classico comprimario che a Boston amano. Un po' meno, se pensano alla sua carriera di allenatore. Perse il posto dopo aver chiuso una stagione con 15 vittore e 67 sconfitte. Il peggior record nella storia dei Celtics. Comunque, un modo per non farsi dimenticare.
Sarà l'aria di casa, saranno l'estate e il capodanno di Rio, fatto sta che finalmente Adriano è tornato a fare centro. Certo, per ora si è limitato a prendere in pieno con la sua Audi uno spartitraffico e di seguito tre automobili incontrate nella carambola. Con queste premesse, però, quando finalmente finiranno le sue vacanze, anche i portieri avversari dovranno tornare a temere le sue proverbiali bordate.
Pare che stavolta non fosse ubriaco, come si sono affrettati a confermare la madre e il procuratore di quello che per un breve periodo è stato l'Imperatore di San Siro, prima di diventare nelle notti milanesi l'obiettivo dei paparazzi, più desiderato dei reali d'Inghilterra. Una cosa è certa: "Adriano dovrebbe pregare di più", ha commentato il presidente del San Paolo, Juvenal Juvencio, che tanto aveva supplicato il collega Moratti a prestargli il calciatore.
Probabilmente Juvencio aveva ben chiaro in mente l'esempio a cui il futuro figliuol prodigo dovrebbe ispirarsi: Kakà, calciatore straordinario, ma soprattutto devoto al signore. Il neo Pallone d'Oro non beve, non fuma, non fa tardi la notte ed è arrivato vergine al matrimonio (almeno così aveva detto prima delle nozze). Non contento, di recente ha affermato: "Una volta lasciato il calcio vorrei fare il pastore evangelico".
Il brasiliano è infatti un fedele della chiesa evengelica "Renascer em Cristo", alla quale (si dice) versa un decimo del suo stipendio. Che Estevam e Sonia Hernandes, i fondatori della "Renascer em Cristo", siano attualmente in galera negli Usa, è un particolare che finora non ha incrinato la fede di Kakà: per il suo Capodanno in famiglia aveva un palco riservato in chiesa.
Di Kakà ce n'è uno solo. Per fortuna dei tifosi del Milan. Ma, per loro buona sorte, ce n'è uno solo anche di Ronaldo. Strappato nello scorso inverno al Real Madrid, che se ne liberò con un sospiro di sollievo galactico, il numero 99 nella seconda parte della scorsa stagione mise a segno 7 gol in 14 partite. Un piccolo miracolo, calcistico, ma nulla in confronto al destino del Milan, che con una squadra cotta e un gioco prevedibile quanto i discorsi degli anziani alla posta e sugli autobus, è riuscito a vincere Champions, Supercoppa Europea e Intercontinentale nel giro di sette mesi.
La stagione 07/08 non era neanche cominciata che il Fenomeno è finito in infermeria per un guaio muscolare. Un infortunio inciampato presto nell'ipocondria, tanto che lo si è visto solo 94 minuti con il Cagliari. Quando di fenomenale Ronaldo ha mostrato un paio di patetiche accelerazioni da far venire il magone, ripensandolo 10 chili e un ginocchio fa, e un paio di cadute ai limiti del comico, di cui una fantasiosamente trasformata dall'arbitro in un rigore a favore. Ultimo avvistamento in campo, a Yokohama, mentre riprendeva con la sua camera digitale i compagni che festeggiavano l'Intercontinentale, in un filmino da far mostrare ai parenti.
E' andato meglio nelle apparizioni mondane, indaffarato in una festa carioca insieme ad Adriano, e poi a Capodanno, dove si dice abbia festeggiato il 2008 con indosso la maglia del Flamengo, la squadra che si è messa in testa di ingaggiarlo a gennaio. Lui però ha già minacciato tifosi e società rossonera di presentarsi al ritiro invernale del Milan nel ridente Dubai in perfetto orario, deciso a riguadagnare un posto da attaccante titolare.
Mentre dirigenza e tecnico cercano di uscire con stile da questa storia d'amore mai consumata, l'unico rimasto a prenderlo sul serio è Filippo Inzaghi. Non contento di aver nascosto coi suoi gol decisivi due campagne acquisti sballate, è stato il primo della rosa milanista a raggiungere l'emirato. Con un giorno di anticipo rispetto a tutti i compagni.
Dagli americani c'è sempre da imparare. Non so quale insegnamento potranno trarre i provinciali che gestiscono la nostra Lega Calcio e i diritti televisivi della serie A, ma si sappia che, nel paese del libero mercato, c'è una partita di football che andrà in onda in contemporanea su due network nazionali e su uno via cavo. Loro lo chiamano "simulcast".
A un momento storico, si risponde infatti con una decisione storica. Sabato sera, i New England Patriots affrontano i New York Giants, nell'ultima partita della stagione regolare. Un incontro pressoché inutile, visto che entrambe le squadre sono qualificate per i playoff che cominceranno la settimana seguente.
Ma c'è una particolarità. Finora New England ha vinto tutte e 15 le partite giocate ed ha già stabilito una serie di record, mentre altri potrebbero venire infranti sabato sera. In uno sport dominato dall'equilibrio e dalla forza fisica, dove gli infortuni sono dietro l'angolo, si tratta di un evento unico.
Finora in 75 anni a finire imbattuti sono stati solo i Miami Dolphins del 1972: 17 vittorie e zero sconfitte, compreso il Super Bowl, in quella che da allora viene definita la "perfect season". Impensabile negli altri sport di squadra come il baseball, dove si giocano 162 partite di stagione regolare, o come il basket, dove se ne giocano 82, e le sole 10 sconfitte dei Chicago Bulls di Michael Jordan nel 1992 sono ammirate come un monumento nazionale.
I diritti sulla partita New York-New England sono in possesso della Nfl, la lega di football, che li trasmette alle televisioni via cavo tramite la propria tv. Con difficoltà. Perché i maggiori canali via cavo, oltre a prendere soldi dagli abbonati, li chiedevano anche alla Nfl. La quale non ci sta e da tempo ha organizzato una petizione web, dove i cittadini possono firmare per chiedere l'annullamento del balzello (come a dire, gli strumenti del web calati dall'alto).
Gli unici a poterla vedere gratis erano i cittadini di Boston e New York, rispettivi mercati di riferimento delle due squadre. Ne sono rimaste fuori alcune zone a metà strada fra le due città, come il Connecticut e il Rhode Island. Siccome tutto il mondo è paese, della cosa si sono interessati alcuni membri del congresso provenienti dai due stati. Così come qualche altro pezzo grosso del Vermont e della Pennsylvania (sempre costa Est).
Così, in nome dell'antitrust e del diritto dei consumatori, la Nfl ha concesso la possibilità di trasmettere l'incontro anche a Nbc e Cbs. Che potranno vendersi da sole gli spazi pubblicitari, ma si prenderanno il logo e i commentatori di Nfl Network, che a sua volta si garantisce il massimo della visibilità. Tutti felici dunque, televisioni, detentori dei diritti, tifosi. Sì, forse è una soluzione che oscilla tra garanzia e compromesso, ma quanto accaduto confermia che si è pur sempre nella terra delle opportunità.
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E per chi sta dall'altra parte dell'Oceano non c'è da perdersi d'animo. La partita andrà in diretta anche su internet sul sito della Nfl. La birra è già in fresco e i popcorn da micronde pronti a scoppiettare. Dei motivi per i quali motivi schierarsi con una squadra dal nome così poco accattivante (Patriots), se ne parla la prossima volta.
Uno la cui squadra ha preso sette gol sette a Manchester, forse dovrebbe osservare un silenzio stampa per una decina di edizioni della Champions.
Però la figura della Lazio a Madrid è di quelle che ti stringono il cuore. Per la compassione. Un "che ci faccio qui?" che ha poco di affascinante e molto di improvvisato. Una lezione per il nostro calcio, non tanto per la modestia della nostra rappresentante, ma per la voglia del Real di giocare ancora un po' per lo spettacolo, nonostante il 3-0.
E dire che i biancocelesti avevano mostrato 12 minuti diligenti e volenterosi, andando pure vicini all'impensabile vantaggio con un avversario dalla difesa quasi trasparente. Ché quasi quasi stavo tifando per gli odiati cuginetti. Che in quel breve periodo hanno fatto pure dignitosa figura, prima di passare il proverbiale brutto quarto d'ora.
Ma la differenza fra turisti low cost e viaggio in pulmann a 15 euro tutto compreso è tutta nel 3-0 alla fine del primo tempo. Peccato che alla fine alla Lazio non hanno regalato neanche una batteria di pentole.
Södermalm è il quartiere più vero di Stoccolma. Quindi, a suo modo, più bello. Meglio di Gamla Stan, il medievale cuore turistico, meglio della City, con i negozi dello shopping spinto, meglio di Östermalm, coi suoi boulevard a metà tra Parigi e Londra. Era una zona operaia, ora è piena di ristoranti e giovani, che la vivono anche in un freddo martedì notte di dicembre. A pochi metri da una piazza e un giardinetto dedicati a Greta Garbo, c'è una strana scultura di acciaio. Siamo in Katarina Bangata 42.
Un calciatore, una stele con riconoscibile la parola "Nacka". E qualche metro a sinistra, una porta, con un pallone sospeso nel tradizionale "sette". E' piazzata all'altezza della casa in cui è nato e cresciuto Lennart Skoglund. L'opera ricorda un suo gol, direttamente su calcio d'angolo, con la maglia dell'Hammarby, dopo il ritorno dai 13 anni trascorsi in Italia.
Lennart "Nacka" aveva giocato i Mondiali del 1950 con la Svezia, classificatasi terza. Dopo il torneo, approdò in Italia, all'Inter, dove in nove stagioni e 246 partite segnò 57 gol, vincendo due volte lo scudetto. C'era anche nella Svezia che finì battuta dal Brasile del giovane Pelè nel 1958. Dal '59 al '62, giocò tre anni nella Sampdoria e uno nel Palermo. Il declino era già iniziato e continuò in patria.
Biondo, elegante, assai tecnico, Il mancino Skoglund si muoveva palla al piede tra finte, dribbling e invenzioni. E' una stella che ama la bella vita fuori dal campo. In particolare la bottiglia. La storia vuole che per tenerlo lontano dalle sbronze, il presidente dell'Inter chiamò il padre a tenergli compagnia a Milano. Furono trovati entrambi ubriachi in un bar.
Un classico esempio di genio e sregolatezza, che solo i tifosi interisti over 65 possono ricordare con estrema nostalgia. A noi, rimangono alcune immagini in bianco e nero dell'Archivio Luce.
Morì nel 1975, a 46 anni, distrutto dall'alcol. Nove anni dopo, viene inaugurata la scultura che lo ricorda. Da allora, ogni 24 dicembre, centinaia di persone per ricordare Skoglund si ritrovano al numero 42 di Katarina Bangata. Si chiama "Nackas Hörna", l'angolo di Nacka, un gioco di parole dedicato a quel famoso calcio d'angolo. Da questa sera ho un motivo in più per amare Stoccolma. E per tornarci, magari la vigilia di Natale.
Ora, perché in ogni scuola di Stoccolma (o almeno in quella decina che ho visto) ci sia un campo di basket, proprio non lo so.
La Svezia ha regalato allo sport mondiale fior di campioni. Ma non nella pallacanestro. Lì vanno un po' meglio Finlandia (Hanno Mottola, due anni ad Atlanta nella Nba, o Petteri Koponen, 30a scelta questa estate, ma poi tornato in Europa) e Danimarca (il tatuato Michael Andersen e il talentuoso Christian Drejer nel campionato italiano). Addirittura l'Islanda, con quello Stefansson che gioca a Roma, e prima è stato tra i pro Usa.
Nel tennis degli anni '70, un giorno venne Björn Borg, a fare il tergicristallo da fondo campo. Nonostante questo, vinse cinque titoli consecutivi sull'erba di Wimbledon, come se si trovasse sulla terra battuta. Un mistero tecnico che rimarrà inspiegabile finché gli uomini terranno in mano una racchetta. Poi decise di dire addio a 26 anni, quando normalmente si entra nella maturità sportiva. Nel mentre, si era portato via anche sei titoli del Roland Garros. Dopo arrivò qualche problema con la droga e il matrimonio con Loredana Bertè. Due che con la testa non c'erano mica tanto. Match Svezia-Calabria finito male. Tentativi di suicidio compresi.
Ci fu Mats Wilander, che incantò trionfando al Roland Garros prima di compiere 18 anni. Un regolarista cristallino, degno erede di Borg, si pensò. Pure lui mollò presto. Ben diverso Stefan Edberg. Almeno nello stile. Servizio, corsa a rete a chiudere in volée. Eleganza, carattere sin troppo tranquillo, e qualche vittoria meno di quanto avrebbe potuto. Ma la concorrenza tra fine anni '80 e inizio '90 era davvero straordinaria.
Prima che Alberto Tomba portasse la sua sciata cittadina e caciarona, tutta classe e potenza, lo sci era stato dominato dall'aristocratico self control di Ingmar Stenmark, tuttora detentore del maggior numero di vittorie in Coppa del mondo: 86. Dove c'è neve ci sono gli svedesi, come nello sci di fondo o nel salto dal trampolino. Per non parlare dell'hockey, dove giocano anche negli Usa.
Nell'atletica Patrick Sjöberg ha segnato un'epoca, stabilendo anche il record del mondo di salto in alto a 2.42. Karolina Kluft è una splendida eptatleta, campionessa mondiale e olimpica. Tralascio l'automobilismo e chissà quanti altri ne dimentico. Però, nessun giocatore di basket.
A meno che non vogliano dare la cittadinanza svedese a Scottie Pippen. Il fido scudiero di Michael Jordan agli Chicago Bulls (e straordinario difensore), a tre anni dal ritiro, tornerà sul parquet per giocare una partita di pallacanestro. L'11 gennaio del 2008, con la maglia degli sconosciuti Sundsvall Dragons.
PS: E poi sfatiamolo il mito vichingo. Non è che col mio metro e settantatre sfigurassi in mezzo agli svedesi. Forse è solo per questo che non si è mai visto uno svedese giocare a basket.