Nei primi due anni di elementari non ero quello che si definiva un bambino agile. Non che fossi grasso, ero solo legnoso. Inabile a muovermi con scioltezza in qualunque attività fisica. C'è voluta un po' di piscina per slegarmi e permettermi di giocare a pallone, e non solo, come e magari meglio degli altri.
Dopo pranzo le suore ci concedevano un po' di libertà. Per noi maschietti si trattava di giocare a pallone. Vista la scarsa mobilità, mi appostavo davanti alla porta avversaria, segnando sempre di rapina. Un tocco da pochi passi e gol. In gergo calcistico lo chiamano opportunismo. Una parola che ho incominciato ad apprezzare molto presto e in cui, trant'anni dopo, posso dire di essermi cullato con eccessiva nonchalance.
Tornando al calcio vero, diciamo che vedevo in Paolo Rossi un esempio assai influente. Fatto sta, che a fine anno scolastico, me ne uscii coi compagni di scuola, autoeleggendomi capocannoniere della 2a elementare. La cosa provocò qualche reazione degli altri, zittiti però dall'elenco e dalla descrizione dettagliata di ogni rete segnata negli ultimi mesi. Acquistata scioltezza, crescendo scelsi altri modelli che non fossero Pablito, prima di finire per scelta a fare il portiere.
L'infantile dedizione con cui negli ultimi Romario ha contato tutti i gol della sua carriera, andando a rispolverare anche partite sfuggite agli almanacchi, con l'obiettivo di raggiungere le 1.000 reti segnate da Pelé, mi ha ricordato i tempi delle elementari.
Ora, a 42 anni e dopo circa 25 stagioni, 1002 gol e una Coppa del Mondo, il "Baixinho" si è finalmente rititrato.
Ma ancora non ho capito chi sia stato davvero. Un prodigio capace di sparire, ricomparire e segnare con la palla attaccata ai piedi. O solo un uomo dall'ego molto più smisurato del suo già enorme culo. Lui era una sorta di eresia, per il calcio europeo. Un tappo, tendente all'ingrasso cicciotto e col baricentro più basso mai visto sui campi di gioco, antitesi del football atletico, roba che in confronto a lui Maradona era un decathleta. Eppure rapidissimo e potente, e con la capacità di creare un tocco di palla diverso per ogni centimetro del suo piede.
A me sembra straordinario. Ma non saprei dove piazzarlo in un'ipotetica classifica. Forse è solo perché Romario appartiene a un strano periodo della memoria di alcuni di noi. La fase di mezzo. Non è troppo lontano nel tempo per essere mitizzato come gli eroi dell'infanzia e dell'adolescenza. Ma neanche è troppo vicino per avvicinarlo ai Cristiano Ronaldo e ai Messi che al suo confronto sembrano e sono già dei fenomeni e per di più con una vita davanti. Insomma, è come se Romario fosse ancora cronaca, non ancora storia.
Però mi piace ricordarlo (che è anche un modo per capirlo) con le parole di Carmelo Bene, in una paradossale chiacchierata fra sport e cinema, tempo e spazio, con Enrico Ghezzi, "Discorso su due piedi".
Perché Romario è il più grande? Perché è capace di una cosa, del quid che più conta: l'immediato. E' capace dell'immediato... Nemmeno gli avversari la vedono la palla con Romario. Dove passi la palla, i centrali, i difensori, non lo vedono... Questo è l'immediato di Romario: quando sull'1-2 segna, bruciante al limite dell'area, lì siamo nell'immediato... non è più l'azione... E' fermo. E' immobile.
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Sette milioni di dollari l'anno per tre anni? "No grazie. Ho una famiglia da sfamare". Quando Latrell Sprewell, nel 2004, rifiutò la nuova estensione salariale propostagli dai Minnesota Timberwolves (che di fatto gli dimezzavano lo stipendio), era certo di trovare un altro datore di lavoro nella Nba, sicuramente più munifico. Il suo agente rincarò la dose.
Se non ci fossero state altre offerte, "meglio ritirarsi che giocare al minimo salariale", che equivaleva a un milione, praticamente "uno schiaffo" al proprio assistito. I due si misero in attesa dell'ultimo giorno utile del mercato 2005-06, aspettando qualche squadra "disperata". Che non si è mai fatta sentire. O forse nessuna è mai stata così disperata.
Soldi meritati, per gli standard Nba. Forse un po' meno per uno che andava verso i 34 anni. Però, ali piccole come "Spree" ce ne sono state poche a cavallo di fine secolo. Bravo difensore, attento a rubare palla e concludere in contropiede, bel tiratore. Uno che accendeva e spegneva, come si suol dire. Irresistibile quando accendeva. Detestabile quando attivava l'interruttore con scritto "off".
Nel dicembre del 97, quando mise le mano al collo del suo allenatore di allora, PJ Carlesimo, che lo aveva invitato a "mettere più mostarda" nei passaggi durante un allenamento, non sapeva che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe giocato a basket fino al gennaio '99. "Non sono in vena per un trattamento del genere", disse Sprewell. Il coach fece per avvicinarsi e lui lo minacciò di morte, prima di saltargli addosso.
Forse se la sarebbe anche cavata, se venti minuti dopo essersene andato negli spogliatoi, non fosse tornato sui suoi passi, deciso a completare l'opera. Per la seconda volta, lo fermarono i compagni di squadra, mentre per una quindicina di secondi tenne le mani unite intorno alla giugulare del coach. "Non lo stavo strangolando", disse poi. "Voglio dire, era in grado di respirare".
Ci pensò pure la Nba a fermarlo. Espulsione dalla lega, che divenne poi squalifica di 64 partite. I Golden State Warriors, in cui giocava, si sentirono sollevati, quando riuscirono a mandarlo a New York. Con i Knicks si mostrò un'altra persona. Un po' come l'Alex di Arancia Meccanica, dopo la cura Ludovico Van. Cinque anni ad alti livelli, con una serie finale persa nel '99 contro San Antonio, in cui Spree giocò da Dio: 26 punti di media, 35 e 10 rimbalzi nell'ultima partita. Nel 2003, il trasferimento a Minnesota.
Quando disse di no al rinnovo contrattuale, non sapeva che nella Nba non ci avrebbe messo più piede. Né la prese bene. Considerando le tre fucilate (sparate in aria), che ancora echeggiano nelle orecchie di quei due giornalisti andati a trovarlo per sapere come se la stesse passando, da disoccupato. Tanto per non restare con le mani in mano, nel frattempo Sprewell è stato accusato anche di violenza domestica nei confronti della sua compagna e di violenza sessuale nei confronti di una ragazza. Anni prima, qualche problemino con il codice della strada. Roba all'ordine del giorno, purtroppo, per gli sportivi americani.
Quando nei giorni scorsi gli hanno pignorato la casa di Milwakee, dopo che tempo fa era stato messo sotto sequestro e poi messo all'asta lo yacht italiano da un milione e mezzo, Spree forse avrà pensato che il pezzo di carta giusto da firmare fosse quello con la cifra 21 milioni di dollari per tre anni, e non quel mutuo da 2.500 dollari che non è in grado di pagare da settembre.
Qualcuno lo ha chiamato per conoscere i dettagli. Ma al momento Sprewell non risponde al cellulare. Figurarsi se uno volesse sapere come si fa a buttare via il talento. L'esperienza suggerisce di non andare a chiedere di persona.
Mi sono sentito tradito da Pantani. Non credo a nessuno sportivo che si dichiara innocente quando viene sorpreso a un controllo antidoping. Nel suo caso, a Madonna di Campiglio nel 1999, era una sospensione cautelativa, per ematocrito troppo alto. Nessuna prova di doping, solo sangue troppo denso, che poteva mettere a rischio la sua salute, e comunque indizio potenziale di uso di epo.
Mi sono sentito tradito da Pantani perché si era portato via tutte le mie emozioni. Perché le emozioni che consegni a un ciclista si basano su un patto di solidarietà e sincerità come in nessun altro sport.
Da qualche mese anche alla morte di Pantani, così come a quella di tanta gente famosa, non si nega la teoria del complotto. Non è morto per overdose di coca. Non aveva mangiato il cibo cinese trovato nella stanza, non aveva addosso i segni di uno che invece aveva messo a soqquadro la propria stanza, aveva paura fisica di correre (si parla di un giro di scommesse che voleva liberarsi di lui in quel Giro, stravinto, del 1999), diceva che il ciclismo era una mafia.
Una madre che sopravvive al figlio perso in quel modo ha diritto di non credere alla verità ufficiale. Una donna che si chiede perché il medico legale abbia portato a casa propria il cuore del campione e ora non sa se il suo ragazzo è seppellito insieme al suo cuore. La mamma di Pantani è stata tenuta lontana nell'ultimo periodo della sua vita, per il bene di Marco le avevano consigliato ("Ci dissero che dovevamo staccarci da Marco"). Ora lei, oltre a cercare la verità, ha fondato una squadra giovanile di ciclismo.
Penso a quando lo vedevamo scattare in salita, davanti alla tv. Aspettando un momento che sapevamo sarebbe accaduto. E che era sempre decisivo, una pagina nella memoria dello sport e in quella della gente, perché solo il ciclismo è (era?) ancora così umano da avvicinare le vicende di un atleta e della gente normale. Che, se è vero - come diceva Barthes - che l'azione del ciclista è "dominare le cose", affida al corridore un potere che non ha.
Penso alla testa pelata di quel ragazzo che soffriva pedalando, che a mia madre ricordava il fratello morto da pochi anni, proprio nella testa pelata per la chemioterapia, e nell'espressione agonistica della sofferenza. Non c'era solo la mia passione per il ciclismo, né quella passata dai miei nonni a mamma, da zio a me. C'era la bici da corsa di zio, che avevo usato per qualche anno.
Quando vedevamo scattare Pantani avevamo un motivo in più, tutto nostro e intimo, per tifare. Ed emozionarci. Per questo mi sono sentito tradito da Pantani. Ma forse ora non è più tempo.
"Il sogno di Marco era quello di crescere dei giovani e farli diventare come lui".
Sarà l'aria di casa, saranno l'estate e il capodanno di Rio, fatto sta che finalmente Adriano è tornato a fare centro. Certo, per ora si è limitato a prendere in pieno con la sua Audi uno spartitraffico e di seguito tre automobili incontrate nella carambola. Con queste premesse, però, quando finalmente finiranno le sue vacanze, anche i portieri avversari dovranno tornare a temere le sue proverbiali bordate.
Pare che stavolta non fosse ubriaco, come si sono affrettati a confermare la madre e il procuratore di quello che per un breve periodo è stato l'Imperatore di San Siro, prima di diventare nelle notti milanesi l'obiettivo dei paparazzi, più desiderato dei reali d'Inghilterra. Una cosa è certa: "Adriano dovrebbe pregare di più", ha commentato il presidente del San Paolo, Juvenal Juvencio, che tanto aveva supplicato il collega Moratti a prestargli il calciatore.
Probabilmente Juvencio aveva ben chiaro in mente l'esempio a cui il futuro figliuol prodigo dovrebbe ispirarsi: Kakà, calciatore straordinario, ma soprattutto devoto al signore. Il neo Pallone d'Oro non beve, non fuma, non fa tardi la notte ed è arrivato vergine al matrimonio (almeno così aveva detto prima delle nozze). Non contento, di recente ha affermato: "Una volta lasciato il calcio vorrei fare il pastore evangelico".
Il brasiliano è infatti un fedele della chiesa evengelica "Renascer em Cristo", alla quale (si dice) versa un decimo del suo stipendio. Che Estevam e Sonia Hernandes, i fondatori della "Renascer em Cristo", siano attualmente in galera negli Usa, è un particolare che finora non ha incrinato la fede di Kakà: per il suo Capodanno in famiglia aveva un palco riservato in chiesa.
Di Kakà ce n'è uno solo. Per fortuna dei tifosi del Milan. Ma, per loro buona sorte, ce n'è uno solo anche di Ronaldo. Strappato nello scorso inverno al Real Madrid, che se ne liberò con un sospiro di sollievo galactico, il numero 99 nella seconda parte della scorsa stagione mise a segno 7 gol in 14 partite. Un piccolo miracolo, calcistico, ma nulla in confronto al destino del Milan, che con una squadra cotta e un gioco prevedibile quanto i discorsi degli anziani alla posta e sugli autobus, è riuscito a vincere Champions, Supercoppa Europea e Intercontinentale nel giro di sette mesi.
La stagione 07/08 non era neanche cominciata che il Fenomeno è finito in infermeria per un guaio muscolare. Un infortunio inciampato presto nell'ipocondria, tanto che lo si è visto solo 94 minuti con il Cagliari. Quando di fenomenale Ronaldo ha mostrato un paio di patetiche accelerazioni da far venire il magone, ripensandolo 10 chili e un ginocchio fa, e un paio di cadute ai limiti del comico, di cui una fantasiosamente trasformata dall'arbitro in un rigore a favore. Ultimo avvistamento in campo, a Yokohama, mentre riprendeva con la sua camera digitale i compagni che festeggiavano l'Intercontinentale, in un filmino da far mostrare ai parenti.
E' andato meglio nelle apparizioni mondane, indaffarato in una festa carioca insieme ad Adriano, e poi a Capodanno, dove si dice abbia festeggiato il 2008 con indosso la maglia del Flamengo, la squadra che si è messa in testa di ingaggiarlo a gennaio. Lui però ha già minacciato tifosi e società rossonera di presentarsi al ritiro invernale del Milan nel ridente Dubai in perfetto orario, deciso a riguadagnare un posto da attaccante titolare.
Mentre dirigenza e tecnico cercano di uscire con stile da questa storia d'amore mai consumata, l'unico rimasto a prenderlo sul serio è Filippo Inzaghi. Non contento di aver nascosto coi suoi gol decisivi due campagne acquisti sballate, è stato il primo della rosa milanista a raggiungere l'emirato. Con un giorno di anticipo rispetto a tutti i compagni.
Tutti gli italiani dovrebbero essere orgogliosi nel vedere una squadra italiana in grado di vincere una manifestazione del genere". Firmato Silvio Berlusconi.
Così, stamattina, per la finale del Mondiale per club, di fronte a una tale chiamata patriottica c'erano due scelte: tifare per gli argentini del Boca Juniors o non vedere la partita. Naturalmente, con il Natale che s'avvicina e il recente viaggio a Stoccolma in testa, ho optato per una full immersion a Ikea. Non potevo dargliela vinta.
Sono arrivato a casa giusto per il fischio finale, le feste e le interviste. Il Milan ce la fatta. Complimenti a Maldini, 39 anni in cui ha vissuto tutti i trionfi rossoneri, ad Ancelotti, che ne ha dovute sopportare tra commenti presidenziali e campagne acquiste scarsine, a Kakà, diventato col suo modo educato e pacifico il più forte del mondo, a Inzaghi, che ha i piedi fucilati, è antipatico, è vecchio, però ha deciso tutte e tre le finali giocate e vinte dai rossoneri in sette mesi, e non ci sono problemi se non sa stoppare un pallone: quella palla da anni gli finisce prima addosso e poi in rete.
In tutto questo, mi colpisce l'emozione di Arrigo Sacchi, che è a Milano a commentare la partita. Tutto cominciò con lui. Con il football maniacale e visionario di quest'uomo senza nobile passato calcistico. Un provinciale che aveva affittato il vestito buono per la Scala del calcio, una sorta di Ayatollah della tattica che ha spiegato come si potesse vincere attraverso il bel gioco e non l'opportunismo tutto italiano. Ricordo un Sacchi, in un momento di pausa degli allenamenti a Usa '94, da solo in campo a fare le flessioni. Per me, questa è la sua immagine. La disciplina del lavoro, uguale per tutti, gregari e fuoriclasse. E, alla fine, anche questa è una sua vittoria. Sua e di qualcun altro.
Poi, infatti, c'è il Milan che ha vinto più trofei di tutti al mondo: 18. Tredici nell'era Berlusconi. I venti anni che hanno cambiato il calcio italiano e, un po', quello mondiale. Grazie a Sacchi, sì, grazie alla correttezza in campo, alla ricerca della vittoria tramite lo spettacolo, grazie anche allo strapotere dei soldi (soprattutto i primi dieci anni), al potere televisivo e a un patto economico con la Juventus.
Però, nei giorni in cui inizia il processo al sistema Moggi, mi piace ricordare il fatto che le vittorie rossonere, almeno in Italia, sono state molto meno di quelle bianconere. E, se errori e favoritismi arbitrali ci sono stati (e in 20 anni ce ne sono stati), non è mai sembrato un piano deciso dietro le quinte e sistematico. Anzi, tra Milan e Juve, è sempre stato chiaro chi ci rimettesse. Ecco, questo è il motivo per cui, tutto sommato, mi tolgo il cappello.
Qualcuno pensa che Berlusconi sia anche competente, almeno come dirigente calcistico. Ha scelto grandi allenatori e grandi giocatori, ma anche gente mediocre, in campo e in panchina. Mi chiedo: sarà solo un caso se il Milan ha avuto gente seria come Van Basten o Kakà, e l'Inter - tanto per fare un esempio - è riuscita prima a perdere Ronaldo e poi a far perdere Adriano?
Per una volta si può non parlare male di Berlusconi. Almeno del presidente di calcio. Mi sia perdonato. E' pur sempre Natale.
Södermalm è il quartiere più vero di Stoccolma. Quindi, a suo modo, più bello. Meglio di Gamla Stan, il medievale cuore turistico, meglio della City, con i negozi dello shopping spinto, meglio di Östermalm, coi suoi boulevard a metà tra Parigi e Londra. Era una zona operaia, ora è piena di ristoranti e giovani, che la vivono anche in un freddo martedì notte di dicembre. A pochi metri da una piazza e un giardinetto dedicati a Greta Garbo, c'è una strana scultura di acciaio. Siamo in Katarina Bangata 42.
Un calciatore, una stele con riconoscibile la parola "Nacka". E qualche metro a sinistra, una porta, con un pallone sospeso nel tradizionale "sette". E' piazzata all'altezza della casa in cui è nato e cresciuto Lennart Skoglund. L'opera ricorda un suo gol, direttamente su calcio d'angolo, con la maglia dell'Hammarby, dopo il ritorno dai 13 anni trascorsi in Italia.
Lennart "Nacka" aveva giocato i Mondiali del 1950 con la Svezia, classificatasi terza. Dopo il torneo, approdò in Italia, all'Inter, dove in nove stagioni e 246 partite segnò 57 gol, vincendo due volte lo scudetto. C'era anche nella Svezia che finì battuta dal Brasile del giovane Pelè nel 1958. Dal '59 al '62, giocò tre anni nella Sampdoria e uno nel Palermo. Il declino era già iniziato e continuò in patria.
Biondo, elegante, assai tecnico, Il mancino Skoglund si muoveva palla al piede tra finte, dribbling e invenzioni. E' una stella che ama la bella vita fuori dal campo. In particolare la bottiglia. La storia vuole che per tenerlo lontano dalle sbronze, il presidente dell'Inter chiamò il padre a tenergli compagnia a Milano. Furono trovati entrambi ubriachi in un bar.
Un classico esempio di genio e sregolatezza, che solo i tifosi interisti over 65 possono ricordare con estrema nostalgia. A noi, rimangono alcune immagini in bianco e nero dell'Archivio Luce.
Morì nel 1975, a 46 anni, distrutto dall'alcol. Nove anni dopo, viene inaugurata la scultura che lo ricorda. Da allora, ogni 24 dicembre, centinaia di persone per ricordare Skoglund si ritrovano al numero 42 di Katarina Bangata. Si chiama "Nackas Hörna", l'angolo di Nacka, un gioco di parole dedicato a quel famoso calcio d'angolo. Da questa sera ho un motivo in più per amare Stoccolma. E per tornarci, magari la vigilia di Natale.
Ora, perché in ogni scuola di Stoccolma (o almeno in quella decina che ho visto) ci sia un campo di basket, proprio non lo so.
La Svezia ha regalato allo sport mondiale fior di campioni. Ma non nella pallacanestro. Lì vanno un po' meglio Finlandia (Hanno Mottola, due anni ad Atlanta nella Nba, o Petteri Koponen, 30a scelta questa estate, ma poi tornato in Europa) e Danimarca (il tatuato Michael Andersen e il talentuoso Christian Drejer nel campionato italiano). Addirittura l'Islanda, con quello Stefansson che gioca a Roma, e prima è stato tra i pro Usa.
Nel tennis degli anni '70, un giorno venne Björn Borg, a fare il tergicristallo da fondo campo. Nonostante questo, vinse cinque titoli consecutivi sull'erba di Wimbledon, come se si trovasse sulla terra battuta. Un mistero tecnico che rimarrà inspiegabile finché gli uomini terranno in mano una racchetta. Poi decise di dire addio a 26 anni, quando normalmente si entra nella maturità sportiva. Nel mentre, si era portato via anche sei titoli del Roland Garros. Dopo arrivò qualche problema con la droga e il matrimonio con Loredana Bertè. Due che con la testa non c'erano mica tanto. Match Svezia-Calabria finito male. Tentativi di suicidio compresi.
Ci fu Mats Wilander, che incantò trionfando al Roland Garros prima di compiere 18 anni. Un regolarista cristallino, degno erede di Borg, si pensò. Pure lui mollò presto. Ben diverso Stefan Edberg. Almeno nello stile. Servizio, corsa a rete a chiudere in volée. Eleganza, carattere sin troppo tranquillo, e qualche vittoria meno di quanto avrebbe potuto. Ma la concorrenza tra fine anni '80 e inizio '90 era davvero straordinaria.
Prima che Alberto Tomba portasse la sua sciata cittadina e caciarona, tutta classe e potenza, lo sci era stato dominato dall'aristocratico self control di Ingmar Stenmark, tuttora detentore del maggior numero di vittorie in Coppa del mondo: 86. Dove c'è neve ci sono gli svedesi, come nello sci di fondo o nel salto dal trampolino. Per non parlare dell'hockey, dove giocano anche negli Usa.
Nell'atletica Patrick Sjöberg ha segnato un'epoca, stabilendo anche il record del mondo di salto in alto a 2.42. Karolina Kluft è una splendida eptatleta, campionessa mondiale e olimpica. Tralascio l'automobilismo e chissà quanti altri ne dimentico. Però, nessun giocatore di basket.
A meno che non vogliano dare la cittadinanza svedese a Scottie Pippen. Il fido scudiero di Michael Jordan agli Chicago Bulls (e straordinario difensore), a tre anni dal ritiro, tornerà sul parquet per giocare una partita di pallacanestro. L'11 gennaio del 2008, con la maglia degli sconosciuti Sundsvall Dragons.
PS: E poi sfatiamolo il mito vichingo. Non è che col mio metro e settantatre sfigurassi in mezzo agli svedesi. Forse è solo per questo che non si è mai visto uno svedese giocare a basket.
Al massimo va in tribuna a tenere compagnia a Galliani. Lo si riconosce perché è l'unico ragazzo di colore fra le autorità. Adesso porta i capelli lunghi, un po' gonfi. I riccioletti biondo-platino con cui s'era presentato in Italia sono un ricordo incollato ormai solo agli album Panini.
Credo di averlo trovato nella rosa del Milan, pensavo fosse un omonimo o un errore di stampa. Poi un trafiletto sulla Gazzetta di un paio di settimane fa: Ibrahim Ba viene inserito nella lista dei convocabili per la Coppa Intercontinentale.
Ba ha 34 anni. Senegalese di nascita e francese di passaporto calcistico, aveva in tasca la carta d'identità della vecchia ala destra, con la forza del football contemporaneo. Un Beckham nero. Quasi.
Dribbling e velocità. Un solo anno al Bordeaux e il Milan nel 97 lo chiama a San Siro. La squadra è in caduta e la società fatica ad accettare un paio di stagioni senza vittorie.
Fanno grandi spese, investendo su presunti giovani di belle speranze. Ziege dal Bayern, Klujvert e Bogarde dall'Ajax, Ba dal campionato francese, Maini.
Non serve un genio per capire che i due olandesi sono mediocri, il tedesco senza personalità, il nazionale transalpino acerbo, l'italiano famoso perché sarà il primo della lista di fidanzati calcistici di Alessia Merz. Soprattutto in una gestione tecnica senza polso. In due anni, prima il laureato Tabarez, poi Sacchi (di cui la vecchia guardia si era voluta liberare), infine Capello, che non ha un gioco e, in quanto a tensioni, con lui la stessa vecchia guardia ha già dato.
Ibou, come è soprannominato chiamare in onore del padre, gioca due stagioni al Milan, poi finisce al Perugi nel '99. Qui entra nella storia della giustizia sportive perché in una partita contro il Cagliari prende a capocciate Fabio Macellari.
L'episodio sfugge a Collina, non alle telecamere. Con lui, per la prima volta, viene applicata la prova tv: quattro giornate di squalifica. Vale la pena aprire parentesi e leggere la ricostruzione del giudice. "Al 43° del primo tempo il calciatore Fabio Macellari del Cagliari, ricevuto il pallone da un compagno, lo controllava evitando un primo avversario; veniva affrontato, poi, da Ba, il quale cercava di sottrargli il possesso della palla. Macellari superava tale contrasto, durante il quale Ba alzava da terra una gamba, senza peraltro colpire l’avversario. Macellari aggirava ancora un terzo avversario, mantenendo il possesso del pallone, che poi passava ad un proprio compagno. Quando quest’ultimo, ormai in possesso della palla, stava proseguendo l’azione di attacco del Cagliari, Macellari veniva raggiunto di corsa da Ba che, postosi di fronte a lui, lo colpiva con una violenta testata allo zigomo sinistro, senza che gli ufficiali di gara rilevassero tale condotta. Quello che si dice un colpo di testa.
A Perugia gioca solo 14 partite, con un gol, che qualcuno ha il buon cuore di consegnare ai posteri su YouTube. Lui è sdraiato per terra, non si sa neanche perché, ma appena la palla si avvicina, si alza e la mette dentro.
Poi il francesa sparisce dai radar. Cioé, il Milan se lo ritrova in mano e lo presta nel 2001 al Marsiglia. Che dopo sei mesi lo rispedisce al mittente. Su di lui cala una sorta di ostracismo calcistico che lo porta, valigia in mano, dal 2003 al 2006, dall'Inghilterra alla Turchia, fino alla Svezia. Dopo un anno a spasso, ricompare nella primavera del 2007 a Varese. A maggio il Milan lo invita ad Atene al seguito della spedizione rossonera nella finale di Champions. Il resto è storia di oggi. Una storia senza perché.
Eccetto uno. Dare un'occhiata al palmares di vittorie di Ba. C'era al tempo del miracoloso scudetto di Zaccheroni nel '99. Vabbè, c'era. Diciamo che incassava l'assegno a fine mese: 15 presenze.
C'era nel 2003, Coppa Italia vinta dal Milan dopo 27 anni. Naturalmente, c'era nello stesso anno, quando i rossoneri superarono la Juve nella finale di Champions. Non c'era contro il Liverpool nel 2005. Ed ecco spiegato perché lo scorso maggio lo invitano nella rivincita con gli inglesi.
Fra due settimane il Milan prova l'assalto all'Interconentale, obiettivo stagionale dichiarato. Ba ancora una volta può dare del suo meglio. Come portafortuna, naturalmente.
Essere tedesco e geniale. Troppo complicato in una persona sola. Molti calciatori ci hanno provato in campo con ottimi risultati, come Pierre Litbarski o Thomas Hassler. Altri hanno mostrato doti strambe, presunzione e predisposizione alla rissa, che li avvicinavano alla follia, anche fuori dal terreno di gioco (come Stefan Effemberg).
Nessuno però è stato come Bernd Schuester. A 21 anni, campione europeo con la Germania Ovest e miglior giovane giocatore del torneo continentale del 1980. Caschetto e baffi biondi, piedi morbidi, bel fisico e visione di gioco. Aveva tutto. La Germania dal 1982 al 1990 ha giocato tre finali di coppa del mondo, vincendone una. Ma lui non c'era. Aveva rotto con la nazionale, perché gli avevano impedito di lasciare il ritiro per andare a trovare il suo primogenito appena nato.
Nell'80 se n'era già andato in Spagna, perché diceva che dalle sue parti non aveva più niente da imparare. In quattordici anni è riuscito a giocare nel Barcellona, nel Real e nell'Atletico Madrid (squadra nemiche per definizione), sfidando le ire dei tifosi (tanto per rendere l'idea, a Luis Figo, che era passato dalla maglia blaugrana a quella blanca, avevano lanciato in campo una testa di maiale, così per ricordargli la gravità del tradimento). A Barcellona, la società chiese addirittura una perizia psichiatrica, pur di mandarlo via.
Alla fine, se ne tornò in patria nel '93, al Bayer Leverkusen. Giocava da fermo, ma era sempre uno spettacolo. Proprio dal cerchio di centrocampo, dove pascolava e dispensava geometrie, segnò uno dei gol più belli dell'anno. Poi il ritiro, e il lavoro di allenatore, che lo ha portato in Messico, Ucraina e Spagna.
Se è vero che dietro un grande uomo c'è una donna, si può dire che anche dietro un folle lo zampino è sempre quello femminile. Sì, perché a casa Schuster ha sempre comandato la moglie Gaby. È lei che chiede un milione di marchi alla federazione tedesca che lo implorava di tornare in nazionale nel 1986.
E' lei, ex modella e più grande di sette anni, che lo spinge a un rifiuto all'apparenza folle. Dire no all'avvocato Agnelli, che lo voleva alla Juve per sostituire Platini (così in bianconero finì l'atalantino Magrin e per la Vecchia Signora vennero anni bui). Meglio Barcellona che la capitale sabauda, disse Gaby. Un po' come la moglie di Zidane quando disse al marito che desiderava andare a vivere in una città di mare. Il francese finì invece a Madrid, che in tutta Europa è forse la capitale più lontana dalle spiagge (ah, le donne).
Così nell'ultimo gesto di devozione alla moglie, e all'istituzione del matrimonio, la scorsa settimana Schuster ha dichiarato che il calciatore sposato è più affidabile di uno senza compagna. Se hanno famiglia, i giocatori non hanno distrazioni e non pensano ad altro se non alla causa della squadra. "La prima cosa che chiediamo a un calciatore è se sia sposato. Ci garantisce maggiore stabilità", sono le parole testuali.
Qualcuno gli ha fatto notare che il suo Real Madrid, mediocremente allenato ma in testa alla classifica spagnola (e dire che lo avevano chiamato a sostituire Capello che vinceva ma non piaceva), ha in rosa 9 calciatori coniugati e 16 celibi. Ma risposte di Schiester, aiutato dalla pausa campionato, non ce ne sono.
Forse era solo un modo velato per dire che l'anno prossimo la squadra vuole farla lui e non il presidente. Forse Schuster non ricorda che i ritiri pre-partita sono la migliore occasione per i giocatori, sposati o no, per andare a fare bisboccia. Certo, non la pensa come Enzo Ferrari che sosteneva come un pilota sposato perdesse un secondo di velocità a ogni figlio messo al mondo.
Certo, a uno che ama la Nba, meglio di così non poteva andare. Da questa stagione, Sportitalia trasmette ogni notte una partita in diretta con l'audio originale. Però, a uno che già normalmente ha un rapporto complicato con il sonno, la cosa rischia di rovinargli la vita.
Se ho un raffreddore mostruoso è perché ho affrontato le prime due partite di stagione sdraiato sul divano con le finestre aperte in piena notte. Col risultato che non le ho finite di vedere, perché mi sono addormentato e ora starnutisco come un elefante.
Sendo mi chiede un pronostico sulla stagione Nba appena cominciata. Siccome quando andiamo troppo sul tecnico, Blimunda non ci sta dietro, e siccome Blimunda è stata molto più che musa ispiratrice di queste pagine, provo a dire la mia, cercando a essere leggbile anche a lei.
Secondo me vince San Antonio. Anzi, rivince. E diventa una dinastia, come agli americani piace definire le squadra che vincono tanto e di seguito, segnando un decennio. Dopo i Lakers, gli Spurs sono già la squadra della decade. Manca solo il titolo consecutivo. Intanto, siamo a 3 dal 2003, quattro dal '99. Dovessi sbagliarmi, il titolo andrà comunque a Ovest. A meno che Boston o Detroit...
Perché vinceranno...
San Antonio Spurs. Perché ha talento e dedizione. Tre fuoriclasse e un allenatore duro, che ama la difesa. E ti credo. E' un ex agente della Cia, sempre in giacca e cravatta, ma mai elegante, proprio come un impiegato dei servizi segreti. Perché c'è Tim Duncan, 211 centimetri e la leggerezza di un'ala. Un futuro da fuoriclasse del nuoto, se un giorno un tifone, lì alle Isole Vergini, non avesse scoperchiato la piscina. Così n piena adolescenza si diede al basket. Perché c'è Manuel Ginobili, fantasista argentino con un passato in Italia, gran tiro, difesa e penetrazioni. Perché c'è Tony Parker, franco-belga, figlio di un militare Usa in Europa. Panchinaro della nazionale francese, uno che sceglie sempre la via impossibile per raggiungere il canestro.
Phoenix Suns. Perché in panchina c'èun pezzo di basket italiano (Mike D'Antoni), in regia un play canadese imprevedibile come un numero 10 sudamericano. Infatti Steve Nash è un calciatore prestato al basket, amico di Del Piero e Shevchenko, nella gara delle schiacciate passa la palla al compagno coi piedi. Conosce Che Guevara e non ha paura di essere contro la guerra in Irak. Phoenix corre troppo e ha la panchina corta. Però chi è che non vorrebbe vederli arrivare al titolo?
Dallas Mavericks. Perché è una macchina da basket. Il proprietario della squadra avrà a malapena 40 anni, tipico ragazzo americano che si è chiuso in un garage, ha fatto soldi con l'informatica, campa di rendita e a bordo campo sembra un ultrà. Squadra zeppa di fuoriclasse, ma senza un'anima. Come il tedesco Nowitzki, giocava nella B tedesca e nella scorsa stagione è stato il miglior giocatore Nba, trasparente in difesa e per niente leader quando il gioco si fa duro. Dovevano aver vinto già due titoli.
Houston Rockets. Perché c'è il Cinese. Ed è tutto un programma. Yao Ming, oltre due metri e venti, atteggiamento da saggio maestro di tai chi chuan. Uno che neanche fra tre generazioni capirà in che mondo è finito. Con lui Tracy Mc Grady, un mostro di talento capace di giocare in tutti i ruoli e la perenne espressione di chi si è appena svegliato. Non vincerà mai nulla, ma lui non pare interessato.
Boston Celtics. Perché è la mia squadra e non vince un titolo da 21 anni. Quando sembrava destinata a un altro anno di mediocrità, ha messo insieme uno che era chiamato The Revolution, Kevin Garnett, perché prima di lui non si era mai visto un uomo di oltre 210 centimetri muoversi con leggerezza e potenza, tanto . Uno che ha la precisione del cecchino e ha recitato in un film sul basket (He got game di Spike Lee), Ray Allen, insieme a Paul Pearce, nove stagioni coi verdi e il soprannome di The Truth, che la dice lunga sul suo tiro.
Detroit Pistons. Perché sono una straordinaria concentrazione di talento e di grandi difensori. Perché, però, si impegnano quando vogliono e possono diventare un complesso di tenori egoisti. Perché Rasheed Wallace li rappresenta in pregi e difetti, sempre in guerra con gli arbitri, con l'allenatore e con i tifosi che lo invocano. Perché lui vuole segnare quando vuole lui, non quando lo chiedono gli altri.
Cleveland Cavaliers. Perché c'è LeBron James, il nuovo Michael Jordan. E' molto, anzi è tutto, ma - lo so - in questa squadra non basterà mai.
Chicago Bulls. Perché sono giovani, amano correre e schiacciare, così, tanto per farlo. Perché c'è un bianco che gioca come si faceva fino a 20 anni fa (Kirk Heinrich), uno straordinario difensore (Wallace) talmente scarso in attacco che non lo vollero a giocare neanche a Reggio Calabria, perché gli altri interpretano il rapporto col canestro solo in verticale: saltare e affondare il pallone nel canestro. Perché c'è il figlio di Yannick Noah, ragazzo educato e istruiot al primo anno in Nba. Una marziano.
Perché non vinceranno, ma piacciono lo stesso...
Golden State Warriors. Perché c'è Belinelli, tutto talento e incoscienza, c'è Baron Davis, playmaker del ghetto losangelino vero artista dell'improvvisazione, c'è un allenatore anarchico ultrasettantenne con problemi di salute che chiede ai suoi di prendere palla, correre e tirare. Azioni da 4 secondi in partite da 48 minuti. Per batterli sei costretto a fare anche 130 punti. Un gioco dispendioso e folle che centrifuga lo spettatore, uno spettacolo che quasi dà la nausea.
Denver Nuggets. Perché c'è Allen Iverson, appena 180 centimetri, l'unico giocatore capace di vincere una partita da solo, più tatuaggi che pelle nera, una madre che lo ha messo al mondo in adolescenza e il coraggio di attaccare il canestro con l'istinto del giocatore da football. Infatti da piccolo era un mostro della palla ovale. Perché c'è Carmelo Anthony, giovinezza difficile, amici del ghetto finiti al cimitero, gran classe.
Utah Jazz. Perché da 20 anni li allena sempre la stessa persona, Jerry Sloan. Genio della panchina e dei giochi eseguiti alla perfezione. Un conservatore illuminato nalla città dei Mormoni, come dire, l'uomo giusto al posto giusto. Perché hanno un russo, un turco e un croato in quintetto base.
Los Angeles Lakers. Perché non arriveranno neanche ai playoff, ma hanno il coach che insegna basket secondo la filosofia zen. Perché c'è Kobe Bryant, l'egoismo fatto giocatore. Meraviglioso cestista, ora che non vince, mi piace.
Toronto Raptors. Perché c'è Bargnani, italiano e romano di Montesacro. Perché c'è uno spagnolo come Garbajosa che è tutto sostanza e tiri dalla distanza. Ci sarebbero anche Bosh e TJ Ford, ma non andranno lontano lo stesso.
Miami Heat. Perché faticheranno a raggiungere i playoff. Ma c'è Dwayne Wade, la più perfetta imitazione di Jordan, e quel che rimane di Shaquille O'Neill, il giocatore che ha dominato 15 stagioni di Nba.
Washington Bullets. Perché il talento fa impressione, ma ci fosse uno che in difesa pensi ad alzare almeno le braccia. Perché c'è Gilbert Arenas, quello della pubblicità Adidas. Quello che gioca con lo 0 perché gli avevano detto che zero erano i minuti che avrebbe giocato nella Nba. Ora è "solo" uno che può segnare 50 punti ogni sera.