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    martedì, 15 aprile 2008

    I papaveri di Roubaix

    E' una strana domenica, col cielo sospeso e un Paese che si rimette in fila ai seggi. Una mamma e una bambina camminano per una strada praticamente deserta. Tutti gli altri stanno a tavola, a votare o in gita. Vedo da lontano il rosso che la bambina tiene in mano. E quando le sorpasso lo riconosco. Papaveri. E' periodo.

    Da piccolo adoravo i papaveri. Sembravano così belli visti da lontano. Un po' farfalle. Fiori leggeri che poi non rispettavano le attese. Fiori di campo, semplicemente. Mia madre racconta che da bambina se ne mangiò un po', pare ne sia venuto fuori un trip andato a male. Con tanto di vomito. Mi piace pensare che il racconto sia vero.

    I papaveri mi ricordano le domeniche pomeriggio coi miei, negli anni 70. Quando una passeggiata all'aria aperta, in un certo senso in campagna, era andarsene alla periferia di Roma, scansando qualche cantiere coi palazzi in costruzione. Gite fuori porta low cost, insomma. Adesso quella periferia Ovest non la saprei riconoscere: quella parte di città si è ormai rovesciata sul raccordo anulare.

    Erano domeniche di radio a transistor, qualcuna anche stereo. Poi vennero i primi hi-fi e si stava con gli sportelli della macchina aperti. Fuori il pallone dal bagagliaio, il campo a scelta, d'asfalto o d'erba di primavera (prima che mi diventasse antipatica e allergica). Tutto il calcio minuto per minuto. Era bello attaccarsi a quei pezzi di racconto e, di conseguenza, imitare le reti appena ascoltate.

    Per tre anni di seguito, la radio il pallone i papaveri e la periferia portarono il nome di Francesco Moser. Precisamente dal 1978 al 1980, le tre vittorie alla Parigi-Roubaix. Facevo un tifo sfegatato per Moser. Già da qualche tempo, dai primi ricordi sportivi di un bambino. Non è un caso che mio fratello si chiami Francesco. Avevo cinque anni. Avevo "chiesto" ai miei un fratello. Avevo deciso il nome. Ma non fu facile convincere chi voleva chiamarlo Christian (Christian sì, il nome del santo no, curiosa famiglia di comunisti eravamo). E lui se ne stette in clinica senza nome, per un paio di giorni.

    Domenica, giorno di papaveri ai miei occhi e nella memoria, è stato anche il giorno della Parigi-Roubaix numero 106. Ha vinto Tom Boonen. Gran campione da gare in linea, se uno credesse ancora al ciclismo. E' uscita fuori la media più veloce dal 1965. L'altr'anno si corse sotto un sole estivo. Pare quasi che anche l'ultima corsa che riconcilia con la fatica atavica del ciclismo, col suo pavé e la voglia di dire "ma chi me lo ha fatto fare di mettere il culo e gli zebedei su un sellino per lavoro", abbia abdicato.

    Ecco, io al ciclismo non credo più. Come ad altre cose. E' un pezzo di vita che se ne va. Come altri. 

    pensato da: eric7 alle ore 11:23 | link | commenti (3)
    categorie: maestri, dueruote, tempo scaduto
    venerdì, 15 febbraio 2008

    Post sul post-San Valentino. Dello sport

    Anticipare un avversario in uscita e poi venire abbattuto. Rialzarsi, darsi la mano e fare finta di niente. E poi dire: "Cazzo che botta".

    Palleggiare, tirare a canestro, ginocchia piegate e difesa. Uscire dal campo di basket coi polmoni spaccati dalla fatica.

    Impiccare il quadricipite su una salita e scoprire che Roma non è città per andare in bici.

    Sapere tenere a malapena in mano una racchetta e ammirare quanti punti può fare chi ti sta di fronte, mentre tu hai un black out mentale. Meglio ripiegare su intere giornate di ping pong...

    Nuotare, nuotare, nuotare. Andare lontano, anche se non hai il fisico.

    Ma anche...

    Il tacco di Bettega per Paolo Rossi: Italia-Argentina 1-0 del 1978.

    Il tiro di Michael Jordan a sei secondi dalla fine contro Utah nel '98.

    Italia-Ungheria di pallanuoto nel 1978: un pareggio che valeva il titolo mondiale.

    Mennea a Mosca sui 200: l'eco dei televisori sintonizzati sullo stesso canale in tutto il campeggio.

    Bubka e Vigneron al Golden Gala di Roma: 3 record mondiali in un'ora.

    La prima vittoria di Alberto Tomba al Setriere. Aveva il numero 25. Ero a casa malato.

    La rimonta di Joe Montana nel Super Bowl dell'89: 82 yards, 8 lanci completati su 9 e touchdown a 34 secondi dalla fine. Erano le 4 del mattino. Il giorno dopo, 4 all'interrogazione di chimica.

    Svegliarsi prima dell'alba per vedere i match di un animale chiamato Tyson.

    Italia-Brasile del 1982. Una delle ragione per cui vale aver vissuto. Sportivamente parlando.

    Francesco Moser. Il motivo per cui imposi ai miei di chiamare mio fratello Francesco. Anche se nelle prime ore di vita, in clinica, si chiamava Cristian.

    La dinale di Coppa Davis Italia-Cile del 1976: non sapevo chi fosse un certo Pinochet.

    Pantani sull'Alpe d'Huez. E non una volta.

    Roma-Dundee United, semifinale di Coppa dei Campioni, 25 aprile 1984: quando tu e 11 giocatori che non conoscevi potevate avere un sogno comune.

    Gilles Villeneuve. In ogni corsa.

    Vedere per la prima volta il verde-campo dello stadio Olimpico. In televisione non verrà mai così...

    Volevo raccontare perché si ama lo sport. Non finirei mai di descrivere i volti di un amore.
    pensato da: eric7 alle ore 00:09 | link | commenti (1)
    categorie: palle, arance, quattroruote, dueruote, ovali, tempo scaduto, finte e controfinte, lanci salti corse
    mercoledì, 13 febbraio 2008

    Forse non è più tempo per sentirsi traditi

    Mi sono sentito tradito da Pantani. Non credo a nessuno sportivo che si dichiara innocente quando viene sorpreso a un controllo antidoping. Nel suo caso, a Madonna di Campiglio nel 1999, era una sospensione cautelativa, per ematocrito troppo alto. Nessuna prova di doping, solo sangue troppo denso, che poteva mettere a rischio la sua salute, e comunque indizio potenziale di uso di epo.
    Mi sono sentito tradito da Pantani perché si era portato via tutte le mie emozioni. Perché le emozioni che consegni a un ciclista si basano su un patto di solidarietà e sincerità come in nessun altro sport.
     
    Da qualche mese anche alla morte di Pantani, così come a quella di tanta gente famosa, non si nega la teoria del complotto. Non è morto per overdose di coca. Non aveva mangiato il cibo cinese trovato nella stanza, non aveva addosso i segni di uno che invece aveva messo a soqquadro la propria stanza, aveva paura fisica di correre (si parla di un giro di scommesse che voleva liberarsi di lui in quel Giro, stravinto, del 1999), diceva che il ciclismo era una mafia.
     
    Una madre che sopravvive al figlio perso in quel modo ha diritto di non credere alla verità ufficiale. Una donna che si chiede perché il medico legale abbia portato a casa propria il cuore del campione e ora non sa se il suo ragazzo è seppellito insieme al suo cuore. La mamma di Pantani è stata tenuta lontana nell'ultimo periodo della sua vita, per il bene di Marco le avevano consigliato ("Ci dissero che dovevamo staccarci da Marco"). Ora lei, oltre a cercare la verità, ha fondato una squadra giovanile di ciclismo.
     
    Penso a quando lo vedevamo scattare in salita, davanti alla tv. Aspettando un momento che sapevamo sarebbe accaduto. E che era sempre decisivo, una pagina nella memoria dello sport e in quella della gente, perché solo il ciclismo è (era?) ancora così umano da avvicinare le vicende di un atleta e della gente normale. Che, se è vero - come diceva Barthes - che l'azione del ciclista è "dominare le cose", affida al corridore un potere che non ha.
     
    Penso alla testa pelata di quel ragazzo che soffriva pedalando, che a mia madre ricordava il fratello morto da pochi anni, proprio nella testa pelata per la chemioterapia, e nell'espressione agonistica della sofferenza. Non c'era solo la mia passione per il ciclismo, né quella passata dai miei nonni a mamma, da zio a me. C'era la bici da corsa di zio, che avevo usato per qualche anno. 

    Quando vedevamo scattare Pantani avevamo un motivo in più, tutto nostro e intimo, per tifare. Ed emozionarci. Per questo mi sono sentito tradito da Pantani. Ma forse ora non è più tempo.
    "Il sogno di Marco era quello di crescere dei giovani e farli diventare come lui".

    pensato da: eric7 alle ore 21:43 | link | commenti (1)
    categorie: dueruote, tempo scaduto, colpi di testa, fantasisti
    mercoledì, 07 novembre 2007

    Sfighe e capricci

    Prologo
    Ultimamente, provo sensazioni che si avverano. Penso che squillerà il telefono e squilla. Penso che riceverò una mail dopo settimane di silenzio e la ricevo. Penso di mettere Camoranesi in campo al fantacalcio e lui, che non giocava da quasi due mesi, entra e segna in Juve-Inter. Questo è un post che avrei scritto, lo avevo anticipato a Blimunda venerdì, poi nel mentre è successo qualcosa.

    Atto I
    "Mentre iniziavo a spingere si è chiuso pericolosamente lo sterzo a 280 km/h e mi sono un po' spaventato". Che strano, fanno impressione parole del genere in bocca a Valentino Rossi. Perché farsi male, a Mondiale perso? Perché rischiare il fisico per difendere il secondo posto nella classifica? E' venerdì sera, quando leggo queste dichiarazioni.
     
    Atto II
    Nelle prove decisive per la pole, Valentino cade e si frattura la mano. Cazzo, altro che sensazioni. Porto proprio sfiga. Farsi male per non arrivare terzo (l'altro obiettivo, impedire a Stoner il record di 11 vittorie in stagione, era francamente improponibile con quella moto, se non con l'aiuto degli avversari). Domenica, si presenta orgogliosamente in gara. Parte penultimo, sorpassa, risale con circospezione. Se non lo tradisse la moto, finirebbe ampiamente a punti, davanti a Pedrosa.

    Atto III
    Tempo di cambiamenti. In estate, il Dottore si è lasciato con la ragazza con cui stava da due anni, Arianna. Francemente non sapevo che stessero insieme, né chi sia lei, probabilmente una modella. Confesso l'ignoranza. Licenziato anche Gibo Badioli. Lo storico manager di Rossi paga il caso evasione fiscale. Una leggerezza che costerà al pilota 112 milioni di euro. Tutti gli sportivi emigrano per pagare meno tasse. I piloti di Formula 1, per esempio, vanno in Svizzera. Con in giro Visco, bisognerebbe essere, come dire, un pochino più attenti.

    Atto IV
    La stagione va male, sempre peggio, nonostante un paio di gare straordinarie in Olanda e al Mugello. La Ducati è finalmente perfetta in ogni pista, Stoner un avversario coraggioso e finalmente maturo. Ma a fare la differenza, oltre a una decina di chilometri orari, ci sono le gomme. La Bridgestone le azzecca tutte, la Michelin non so dove mettere le mani. Anche la Honda, con pneumatici francesi, va in crisi per quasi tutto il campionato. Il Dottore per la prima volta mugugna. Alla Biaggi. Contro la moto inferiore, le gomme. Provoca anche Stoner, per metterne alla prova l'equilibrio mentale.

    Atto V
    Per un anno in cui sono le coperture a fare la differenza, si parla improvvisamente di monogomma. Si pensa, cioé, a proporre la fornitura di un solo produttore, per ridare equilibrio al campionato. Strano che ai tempi in cui Valentino dominava con la Honda nessuno pensasse di limitare la moto giapponese. Rossi, da pilota simpatico e mattacchione alla Piquet, diventa un politico che trama, alla Prost. Alla fine, niente monogomma, ma ottiene una fornitura di Bridgestone solo per lui. Il suo futuro compagno in Yamaha, Lorenzo, avrà le Michelin. Una soluzione che non si vedeva da un bel po' di anni. Si pensa a una stagione da separati in casa, con un muro divisorio, per impedire la fuga di informazioni tra un pilota e l'altro.

    Epilogo
    Single, in cerca di un nuovo manager, con i pneumatici desiderati e ottenuti per recuperare il distacco dalla Ducati. Cambiare è dote di pochi. E il coraggio a volte fa quasi rima con capriccio. Quelli di un campione, poi, non sono tanto diversi da quelli di un bambino viziato. Io punto ancora su di lui. Però, si è preso una bella responsabilità.

    pensato da: eric7 alle ore 21:48 | link | commenti (4)
    categorie: dueruote, tempo scaduto, colpi di testa, finte e controfinte
    lunedì, 01 ottobre 2007

    Le lacrime del Grillo

    Da Troncon al secondo trionfo mondiale di Paolo Bettini. Datemi un po' di lacrime e mi farete felice. Sarà per solidarietà o per sensibilità. Ho la commozione facile e, alla fine, la cosa non mi dispiace. Il Grillo è stato sempre un tipo sensibile. Figurarsi la rabbia, quando, a tre giorni dalla corsa, l'organizzazione tedesca vorrebbe mandarlo a casa perché non ha firmato la carta etica della federazione ciclistica internazionale. Ci vuole un tribunale per dargli il via libera. Lui, in verità, non appoggia la norma che prevederebbe la rinuncia a un anno di stipendio, qualora si fosse fermati per doping.

    I Campionati del mondo, come tutte le corse di un giorno, hanno un fascino unico. A volte spunta fuori la sorpresa, ma di solito alla fine arrivano i migliori. Se lo sprint di gruppo è spettacolare, e la fuga da lontano sempre un po' epica e un po' incosciente, le schermaglie tattiche di una gara come quella di oggi sono incomparabili. Si allunga sugli altri, ci si studia un po'. Per un po' si collabora, poi ci si guarda negli occhi in attesa di chi faccia la prima mossa. Quello più veloce allo sprint nicchia per farsi portare in volata, quello più lento nicchia cercando le forze per sparare l'attacco da lontano.

    Quelli come Bettini è difficile che siano aiutati dai compagni di fuga. Così lui va a chiudere gli attacchi e tiene alto il ritmo per non farsi riprendere dagli inseguitori. Consuma energie con generosità. Ma tutto va come vuole lui. Vince uno sprint ridotto, e si vendica degli organizzatori, della stampa tedesca che aveva insinuato un suo coinvolgimento nel doping, della federazione internazionale che non lo aveva difeso.

    "Vincere il Mondiale non è un'ossessione - aveva detto l'altr'anno prima di trionfare a Salisburgo - Finora non ce l’ha fatta, può darsi che da qui al 2008 recuperi tutto assieme". Ora è a quota due, per giunta consecutivi. E' solo il quinto della storia a riuscirci. Il 2008 è l'anno delle Olimpiadi, quando ha promesso di ritirarsi, non prima di aver difeso l'oro conquistato quattro anni fa, sotto il Partenone.

    E dire che tra i dilettanti sembrava non mantenere le promesse di un ragazzino gracile che alla prima gara in bici, a sette anni, aveva vinto subito. Tra i professionisti, si mette al servizio di Michele Bartoli, corridore di classe ma a volte fragile di testa e fisico. La sua sembra la carriera di un intelligente e generoso gregario, fino all'assenza del suo capitano alla Liegi-Bastogne-Liegi del 2000. Dove Bettini trionfa. E da quel giorno diventa un leader, che porterà a casa, tra l'altro, un’altra Liegi, una Sanremo, un Lombardia, la Classica di San Sebastian (due volte), il Campionato di Zurigo, una Classica di Amburgo, tre coppe del Mondo. Insomma, il meglio delle corse di un giorno, fino alla medaglia olimpica e al Mondiale bissato.

    Il ciclismo è uno sport sporco, che non vuole guarire. Da anni continua a ferire chi gli vuole bene (e la salute dei corridori). Semplicità e sacrifici sono le due parole con cui il Grillo descrive le due ruote. Bettini ha un viso vero ed emozioni oneste. Se ancora vedo una corsa è per la sua presenza. E' un amore a cui mi ostino a dare fiducia.

    pensato da: eric7 alle ore 00:05 | link | commenti
    categorie: dueruote, fantasisti
    domenica, 16 settembre 2007

    Diapositive

    Si può essere felici come bambini dopo aver perso 108-13? Sì, se sei un Paese di calciatori di classe che da 40 anni cerca un centravanti per la propria nazionale di calcio, e - non si sa come - riesci a mettere in piedi una squadra di rugby, arrivata alla Coppa del Mondo. Contro la Nuova Zelanda c'era solo da stabilire se gli All Blacks avrebbero superato i 100 punti. Ci sono riusciti, naturalmente. Ma il Portogallo, oltre a due calci, è riuscito a segnare una meta. A fine partita è festa. Per i favoriti che continuano gli "allenamenti" in vista della fase finale della manifestazione. Per i tifosi lusitani, che esultano liberi e felici come se avessero vinto una finale. È sport. Ogni tanto vive di cose semplici.

    Poi ci sono i motori. Nella più brutta settimana della storia dell'automobilismo (a parte quelle luttuose), il duello tra Hamilton e Alonso è da brividi. L'inglese ha iniziato a Monza, bruciando la Ferrari di Massa all'esterno della staccata della prima variante, poi Raikkonen passandolo all'esterno sempre allo stesso punto. Oggi a Spa ha affiancato il compagno di squadra dopo lo start, finché lo spagnolo non lo ha invitato a passeggiare per un po' sull'erba sintetica. I due poi hanno proseguito a braccetto a braccetto a 300 all'ora, finché la fisica non ha avuto la meglio sul coraggio. Poi doppietta Ferrari, ma questa è un'altra storia. Tre episodi, però, che solitamente avvenivano in 17 gran premi, non in otto giorni. È un campioanto splendido nonostante le miserie della spy story. Il pomeriggio non si dorme, perché quando c'è equilibrio tecnico c'è spettacolo.

    Ditelo a Valentino Rossi. Con moto e gomme finalmente all'altezza, mette fine all'abbuffata di vittorie di Stoner. Certo, il mondiale non è in discussione e, forse, l'australiano si accontenta di mettersi per una volta alla finestra. Vale vince in Portogallo su Pedrosa, con una staccata di coraggio raro e sontuoso. Impenna al contrario e infila lo spagnolo solo sulla ruota anteriore. Ecco uno che abdica. Ma solo per un po'.

    pensato da: eric7 alle ore 23:10 | link | commenti (2)
    categorie: quattroruote, dueruote, ovali, finte e controfinte
    martedì, 31 luglio 2007

    Un predestinato allo specchio

    In teoria ce ne sarebbe abbastanza per impacchettare sogni e passioni, fare un bel fiocco e consegnargli il tutto, fiduciosi. Alberto Contador ha 24 anni e mezzo, professionista da quattro, fisico asciutto da scalatore, ma abile a pedalare contro il tempo. In qualcosa mi ricorda Indurain, con qualche centimetro in meno. Sarà per quella espressione da spagnolo triste, tanto per parafrasare Paolo Conte. Alla sua età, solo Merckx, Anquetil, Gimondi e Hinault hanno vinto il Tour. Non uomini qualsiasi.

    Tra anni fa, gli hanno aperto la testa, per un aneurisma che lo aveva colpito durante il Giro delle Asturie. Non sapeva se sarebbe tornato a vivere, sei mesi dopo era in bici, ora ha vinto la corsa a tappe più importante. Ha quattro fratelli, il minore con una paralisi cerebrale. Viene dalla periferia povera di Madrid. Ce ne sarebbe per scrivere una sceneggiatura bella ed emozionante. Se non fosse che il suo nome è finito nella documentazione della Operacion Puerto. Due volte in 39 pagine. Ma in giro, ce ne sono altre seimila. Non ancora rese pubbliche.

    Se non fosse che sopra al comodino in ospedale avesse la biografia di Lance Armstrong. Se non fosse che corre nella stessa squadra di Lance Armstrong. Se non fosse che nella crono decisiva proprio l'americano era nell'ammiraglia della squadra a sostenerlo. Quel Lance Armstrong, che ha vinto sette volte il Tour, come nessuno mai prima. Che stupì, appena passato professionista, portandosi a casa la maglia iridata nel 1993. Che stupì di nuovo. Un cancro ai testicoli. La cura e il miracolo. Nella vita e nello sport. In pratica un mistero, che per ben sette anni ha lasciato molti freddi di fronte alle imprese dell'americano. In giro, la convinzione che le cure per tenere lontane il male gli abbiano dato una bella mano.

    Classe, drammi, vittorie, squadra, sospetti di doping. Ecco cosa unisce Contador e Armstrong. Sarebbe un bel futuro, se non ci fosse da fare i conti col passato.

    Anche se al peggio non c'è mai fine, credo che tornerò a parlare di ciclismo solo in occasione dei mondiali di Stoccarda, a settembre. Per una volta l'anno, si può far finta che sia ancora una cosa seria.

    pensato da: eric7 alle ore 00:27 | link | commenti
    categorie: dueruote, tempo scaduto
    giovedì, 26 luglio 2007

    L'importante è cominciare/2

    Due giorni così preferisci dimenticarli. O tenerli a mente, per sempre, come monito. Tre squadre in meno, ritirate a causa della positività di due corridori e delle bugie del terzo, niente meno che la maglia gialla. Un Tour de France da incubo.

    Dopo Vinokourov, grande favorito della vigilia (emoautotrasfusione), Moreni (testosterone), uno dei soli 18 italiani al via (numero deprimente, ma che fa pensare), nella tarda serata di mercoledì, tocca al danese Rasmussen, praticamente il dominatore della corsa.

    Uno che, però, non aveva comunicato il proprio recapito all'antidoping durante recenti allenamenti (per questo escluso dalla sua nazionale). Uno in un clamoroso, e mai visto, stato di grazia. Roba che l'organizzazione del Tour e la federazione internazionale speravano si togliesse di mezzo da solo. Ma non lo ha fatto, anzi ha continuato a vincere. Finché non lo ha "ritirato" la sua stessa squadra. Sfacciataggine o inconscienza? 

    C'è sempre una possibilità per dare un nuovo senso a un amore finito. Passione, stima, stimoli, attrazione, affetto, ricordi, gesti, emozioni. Non conta dove ti portano. Ma riviverle.
    Chissà se i ciclisti hanno ancora voglia di mostrarci come si fa.

    pensato da: eric7 alle ore 01:43 | link | commenti (1)
    categorie: dueruote, tempo scaduto
    giovedì, 19 luglio 2007

    L'importante è cominciare

    Che ce lo tolgano, che ci sottraggano la possibilità di scegliere. Altrimenti finisce che, noi innamorati, cadiamo facilmente in tentazione.

    La tv pubblica tedesca ha oscurato il Tour dalla programmazione, dopo la positività del corridore Patrick Sinkewitz. La telecronaca di ieri è stata sostituita da un'inchiesta sul doping.

    "Siamo dalla parte di chi paga il canone ed è stanco di vedersi raccontare imprese fasulle. Se il ciclismo non si allontana con decsione dalla via del doping, non gli si può fare da cassa di risonanza - hanno detto - Non potevamo non lanciare un messaggio ai corridori, agli sponsor, ai tifosi".

    Qualcuno deve rompere il cerchio morboso e suicida. Non lo fanno i corridori (quelli che rischiano la vita), non lo fanno gli addetti ai lavori (che temono per lo stipendio), e neanche i giornalisti (sotto implicito ricatto), che in mezzo al gruppo ci devono lavorare.

    Siccome è solo una questione di denaro, l'ha fatto la televisione. Da ieri, gli sponsor dovranno pensarci due volte prima di investire in uno sport che può perdere visibilità. Da domani, possono aprire il portafogli chiedendo anche pulizia. Anche la cattiva pubblicità può essere una forma di pubblicità. Nessuna pubblicità, invece, è un bel problema. 

    Sarò ingenuo, ma da qualche parte si doveva cominciare. L'ha fatto gente seria, i tedeschi. L'hanno fatto perché il ciclismo in tv da loro non tira più? Magari anche quello.
    A volte servono scelte drastiche, per fare del bene.

    pensato da: eric7 alle ore 19:23 | link | commenti (2)
    categorie: dueruote, tempo scaduto
    domenica, 15 luglio 2007

    Modi di finire

    Altro che velocità. Il bello del motociclismo sono le pieghe. Non come vedi il mondo, quando vai dritto a oltre duecento all'ora, ma lo sguardo obliquo sull'asfalto, quando sei inclinato di 50 gradi. Al Sachsenring è tutta una curva. Si va a sinistra, a destra (un po' meno) a e poco dritti. Un circuito tortuoso dove appendersi a una scommessa di equilibrio.

    In Germania, si sono visti due modi per dire addio. Loris Capirossi, che per quattro anni ha sviluppato una Ducati potente, imprevedibile e scorbutica, è andato in crisi proprio nella stagione in cui aveva sotto il culo la moto da Mondiale. Solo oggi ha trovato il modo e la convinzione per dire chi è, con un secondo posto prepotente. Un modo per urlare al mondo che è troppo presto per dedicarsi alla famiglia. La voglia di un contratto e una penna. La mano che lo firma e poi torna ad aprire il gas.

    Vivendo sul filo dell'asfalto, con una piega esagerata, Valentino Rossi è invece finito fuori in un sorpasso a De Puniet. Poca pazienza e un errore da corridore comune. Ora il Mondiale è lontano 32 punti. E Stoner arriva, arriva sempre, anche con le gomme slabbrate.
    Ogni volta che ha sbagliato, in questi due anni, e messo in discussione il titolo (sarebbe il secondo consecutivo a sfuggirgli), Vale s'è mostrato umano. E, per questo, svelato la vera grandezza di un campione.

    A volte anche i fuoriclasse non sanno come finire. Però ci provano fino alla fine.

    pensato da: eric7 alle ore 20:11 | link | commenti (2)
    categorie: dueruote, tempo scaduto