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    domenica, 16 marzo 2008

    Dialoghi da un pissoir

    "Hai trovato il giocatore che ti interessava?". La domanda è innocente, e comprensibile, visto che siamo alla Hall of Fame del football. Lo è di meno il contesto. Due uomini, uno accanto all'altro davanti a un orinatoio. Sì, richiudevo giusto la patta dei jeans, quando il signore, invece di rimanere concentrato sulla sua attività, si rivolge a me.

    Paul Watzlawick in "America, istruzioni per l'uso" racconta con leggera ironia e comprensione gli Stati Uniti a chi ci mette piede per la prima volta. Tra le curiosità, il fatto che gli americani non riescano a fare a meno di attaccare bottone con gli sconosciuti. Non accettano che due estranei possano condividere uno spazio in comune senza comunicare. Finora, tra pulmann e aerei, ero sempre riuscito ad alzare un muro, e tutto sommato non mi stupisco che accada anche in un bagno.

    Si tratta di uno degli assistenti di sala, il suo lavoro è spiegare, illustrare, insomma rendere il più piacevole possibile la mia permanenza. Da quello che ho visto alla Hall of Fame del basket, e a giudicare dal passo e dai capelli bianchi, si tratta di pensionati che arrotondano.

    A differenza di Springfield, i video che spiegano la storia del gioco sono in americano stretto. Ma la pallacanestro è uno sport globalizzato, e cerca di farsi capire da quanto più pubblico possibile. Anche qui ci sono i cimeli: palloni e divise con addosso un secolo di vita, biglietti, caschi e anche un bidone di Gatorade.

    Se il basket è divenuto cosa dei neri (almeno quello praticato), coi suoi ritmi jazz, ora sempre più hip hop, alla Hall of Fame del football si respira tutto l'epos e la retorica che gli americani hanno affidato a questo sport. Così, giocatori/allenatori/presidenti che ogni anno vengono imbarcati su questa arca della gloria sportiva vengono addirittura ricordati con un busto.

    Sono le sole sedici partite di campionato, i playoff e il Super Bowl a eliminazione diretta che rendono il football perfetto per essere raccontato come una epopea. C'è The Catch, la ricezione che cambia la storia, c'è The Perfect Season o The Perfect Game, The ice bowl (finale giocata a 30 sotto zero). Un mito nato in provincia e poi, con il professionismo, spostatosi in città. Lo sport inteso come spettacolo (o come circo, a seconda dei punti di vista) prevede infatti che si giochi lì dove c'è pubblico.

    Incontro ancora l'assistente di sala. Stavolta mi racconta del suo viaggio in Italia, nel 1963. Annuisco e svicolo. La terza voltra che ci incrociamo gli sorrido e vado a spendere qualche dollaro nel negozio del museo: un paio di magliette per i giorni in cui starò in California.

    All'uscita, giro a largo rispetto alla biglietteria. Devo evitare la signora della segreteria. All'entrata, appena ha sentito che ero italiano, m'è venuta incontro a parlare delle sue vacanze a Firenze, Roma e Positano. Ora che ci penso, potrebbe essere la moglie del signore del piano di sopra. Esco velocemente. Prima che qualcun altro mi descriva il suo viaggio di nozze nel Bel Paese, corro ad aspettare il taxi in mezzo ai cumuli di neve.

    Siccome c'erano dei lavori in alcune sale, ho ricevuto un ingresso gratuito per rifare la visita completa nei prossimi mesi. Non si sa mai che mi trovi a ripassare da queste parti.

    pensato da: eric7 alle ore 17:15 | link | commenti (2)
    categorie: maestri, culture, palle, ovali, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano
    martedì, 11 marzo 2008

    Metti un sabato sera al Madison Square Garden

    Al Madison Square Garden ricordano agli spettatori che possono essere espulsi dal palazzo per gesti o linguaggio osceno. New York non è Boston, dunque. Però puoi entrare con lo zaino in spalla, dopo una perquisizione assai sommaria. Ma senza bottiglietta, ti venisse voglia di lanciarla in campo. Ogni bevanda si compra dentro, rigorosamente senza tappo. Come negli stadi italiani.

    A differenza degli stadi italiani, la gente si alza e va a fare rifornimento di birra, pizza e panini, e lascia giacche e cappotti sulla sedia (poltroncine, non gradinate), anche se sta via un quarto d'ora. E questo succede tre o quattro volte a partita.

    Ora immaginate di avere il posto numero 1 della fila e moltiplicate per cinque o sei persone che la occupano con voi, ed ecco che a forza di farli passare avete smaltito la cena. Sì, perché ti alzi per agevolare il passaggio come da noi a teatro, neanche al cinema, figuarsi allo stadio, dove devi muoverti un po' come un equilibrista e un po' come tarzan. E qui si alza anche il tipo più truce.

    Per fortuna, sabato sera al Garden, eravamo pochi. I New York Knicks, l'orgoglio di questa città (insieme agli Yankees, naturalmente), sono una squadra derelitta. Tanto talento, poca testa, molto ego e troppi infortuni, e un allenatore che i giocatori non stanno a sentire quando parla, quell'Isiah Thomas, staordinario playmaker tra gli anni 80 e i 90.

    La partita contro Portland non entra nella storia della pallacanestro. Anche se, neanche loro sanno come, i Knicks la allungano fino ai supplementari. Poi i Blazers, altro gruppo dal talento giovane ed esagerato, porta a casa un prevedibile successo, dopo aver troppo scherzato. Almeno, però, potrò dire di aver assistito al career high di Nate Robinson, 45 punti per il nanerottolo di 1.75 che nel 2006 vinse la gara delle schiacciate. 

    E dire che ero andato al Madison Square Garden solo a fare un po' di foto. Poi, quando ho visto che c'erano i Knicks, sono stato calamitato dal botteghino, "accontentandomi" di un biglietto da 78 dollari. Un po' in alto, ma quasi quasi vedo meglio questa partita di quella di Boston. In seconda fila, sei praticamente in campo. Certo, vedi il sudore sulla fronte dei giocatori, ma ti perdi lo sviluppo del gioco.

    Ma, in effetti, mi dico, ho visto due partite Nba dal vivo. Chissenefrega dello sviluppo del gioco!

    pensato da: eric7 alle ore 13:42 | link | commenti (1)
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, arance, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano

    Springfield, Massachussets

    La Hall of Fame del basket oscilla pericolosamente fra il circo e il museo. Il segreto è allacciare le cinture e lasciarsi portare in giro. Qui, a fine '800, un professore canadese che voleva far fare un po' di sano moto ai ragazzi della Ymca ha inventato la pallacenestro, con due cesti di frutta.

    Si comincia dal secondo piano: l'honor ring. Una sorta di pantheon con le foto di chi ha fatto la storia della pallacanestro: allenatori, giocatori, arbitri, giornalisti.

    Mi concentro sugli europei. I due italiani, Cesare Rubini e Dino Meneghin, il colonnello Gomelski, colui che ha creato il basket nella vecchia Unione Sovietica, e Drazen Petrovic, per tutti il Mozart dei canestri. Talento e provocazione diabolica portati all'estremo, carriera nella ex Jugoslavia, poi salto in America, e la morte in un incidente stradale, ancora giovane.

    Oltre alle foto, cimeli. Palloni, magliette lise dai decenni, scarpe, medaglie, libri. Poi si scende al piano intermedio, e la musica non cambia. In più, tanti video, brevi, così non devi stare venti minuti fermo come nelle mostre "normali". E sono sottotitolati. Tutti. Questione di civiltà.

    Come un luna park che si rispetti, puoi misurare la tua capacità di saltare da fermo toccando una parete elettronica, o confrontare la tua altezza con quella dei professionisti (io arrivo a 5 piedi e 9 pollici, 173 cm, ma lo sapevo), o saltare a prendere un pallone sospeso a un braccio meccanico per testare le tue doti di rimbalzista.

    Ma l'attrazione è al piano terra. Un campo da basket vero, in vero parquet e veri palloni a disposizione dei visitatori. "Show me if you are a professional player", mi dicono. Dico di no, "sono meglio a soccer". Prendo la sfera e me ne vado a disonorare il gioco, nella metà campo opposta. Un po' più lontano dagli occhi di chi osserva.

    Riesco a farmi fare qualche foto, che naturalmente viene sfuocata. Vorrà dire che il ricordo me lo tengo nella memoria, altro che immagini digitali.

    Non avevo mai calpestato un parquet. È più morbido di quanto pensassi, così come i palloni. Sono le 3 del pomeriggio e solo i crampi della fame mi convincono a lasciare ed affondare la forchetta in un'insalata gigantesca, come qualunque portata da queste parti.

    Il tipo che mi ha fatto le foto dice che ci viene tutti i giorni. Confesso che se non avessi avuto il pulmann che mi riportava a Boston, c'era da rimanere lì e chiedere di fare un altro giro sulla giostra.

    pensato da: eric7 alle ore 04:25 | link | commenti
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, arance, stellestrisce, giochi di mano
    lunedì, 10 dicembre 2007

    L'angolo di Nacka. Katarina Bangata 42, Stoccolma

    Södermalm è il quartiere più vero di Stoccolma. Quindi, a suo modo, più bello. Meglio di Gamla Stan, il medievale cuore turistico, meglio della City, con i negozi dello shopping spinto, meglio di Östermalm, coi suoi boulevard a metà tra Parigi e Londra. Era una zona operaia, ora è piena di ristoranti e giovani, che la vivono anche in un freddo martedì notte di dicembre. A pochi metri da una piazza e un giardinetto dedicati a Greta Garbo, c'è una strana scultura di acciaio. Siamo in Katarina Bangata 42.

    Un calciatore, una stele con riconoscibile la parola "Nacka". E qualche metro a sinistra, una porta, con un pallone sospeso nel tradizionale "sette". E' piazzata all'altezza della casa in cui è nato e cresciuto Lennart Skoglund. L'opera ricorda un suo gol, direttamente su calcio d'angolo, con la maglia dell'Hammarby, dopo il ritorno dai 13 anni trascorsi in Italia.

    Lennart "Nacka" aveva giocato i Mondiali del 1950 con la Svezia, classificatasi terza. Dopo il torneo, approdò in Italia, all'Inter, dove in nove stagioni e 246 partite segnò 57 gol, vincendo due volte lo scudetto. C'era anche nella Svezia che finì battuta dal Brasile del giovane Pelè nel 1958. Dal '59 al '62, giocò tre anni nella Sampdoria e uno nel Palermo. Il declino era già iniziato e continuò in patria.

    Biondo, elegante, assai tecnico, Il mancino Skoglund si muoveva palla al piede tra finte, dribbling e invenzioni. E' una stella che ama la bella vita fuori dal campo. In particolare la bottiglia. La storia vuole che per tenerlo lontano dalle sbronze, il presidente dell'Inter chiamò il padre a tenergli compagnia a Milano. Furono trovati entrambi ubriachi in un bar.
    Un classico esempio di genio e sregolatezza, che solo i tifosi interisti over 65 possono ricordare con estrema nostalgia. A noi, rimangono alcune immagini in bianco e nero dell'Archivio Luce.

    Morì nel 1975, a 46 anni, distrutto dall'alcol. Nove anni dopo, viene inaugurata la scultura che lo ricorda. Da allora, ogni 24 dicembre, centinaia di persone per ricordare Skoglund si ritrovano al numero 42 di Katarina Bangata. Si chiama "Nackas Hörna", l'angolo di Nacka, un gioco di parole dedicato a quel famoso calcio d'angolo. Da questa sera ho un motivo in più per amare Stoccolma. E per tornarci, magari la vigilia di Natale.

    pensato da: eric7 alle ore 02:12 | link | commenti (6)
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, colpi di testa, finte e controfinte, fantasisti
    lunedì, 05 novembre 2007

    Le domeniche di una volta

    Liedholm e Bortoluzzi nella stessa giornata. Il Barone, l'eleganza, la rivoluzione della zona. Tutto il calcio minuto per minuto, la radio, la fantasia. Muoiono gli eroi e le voci che li raccontano.

    Liedholm stava male da tempo, e da tempo si era ritirato nella sua casa in Piemonte, in attesa della fine. Da quando ho aperto queste pagine, pensavo di parlarne. Lo farò, presto. Però la morte che oggi mi commuove è quella di Roberto Bortoluzzi.

    La voce che rendeva ufficiale la domenica calcistica, come una bolla papale. Il sigillo di cera ai risultati. Il papà che sgridava i battibecchi di Ameri e Ciotti, o bacchettava i telecronisti troppo vivaci e invandenti, che si ribellavano al ruolo cast di supporto di quello spettacolo sportivo e di informazione.

    Con la morte di Bortoluzzi, diranno che è un calcio che se ne va. Forse sono solo i tempi che cambiano. Per me è il pranzo della domenica, la famiglia che si riunisce a tavola. Nonni, cugini, zii. Sparecchiarea e accendere la radio.

    L'emozione da acchiappare da un microfono aperto all'improvviso. Indovinare dal boato dello stadio chi aveva segnato, nella frazione di secondo che precedeva l'intervento del radiocronista. Il calcio raccontato, ripercorso con l'immaginazione.

    Correre dietro una voce, come rincorrere liberamente un pallone. E la sera vedere se quel gol era proprio come te lo avevano descritto. Come lo avevi pensato.

    Questo, sì. In un weekend in cui puoi vedere in diretta tutte le partite del campionato italiano (e volendo quelle dei maggiori tornei esteri), vorresti che ti restituissero una semplice radio. O forse vorresti indietro solo un pezzo di quel tempo.

    pensato da: eric7 alle ore 22:18 | link | commenti (2)
    categorie: maestri, culture, palle, tempo scaduto
    domenica, 17 giugno 2007

    Aria di casa loro

    Se c'è un posto dove ogni tanto si combattono ancora battaglie di libertà, quello è il Sudamerica. Se poi c'entra il pallone, può anche diventare letteratura. O mischiarsi semplicemente con la politica. Il populismo, naturalmente, è dietro l'angolo. Non che da queste parti siamo messi bene, da quando il presidente del Milan si è messo in testa di fare il premier. E se tanto mi dà tanto, e Prodi ci dà solo delusioni, non c'è due senza tre. Fine della divagazione.

    Nello scorso maggio, la Fifa, anzi quelli che vengono chiamati i parrucconi della Federazione calcistica mondiale (gente che muove e dirige più soldi di piazzetta Cuccia e di certi intoccabili poteri finanziari italiani), hanno avuto la bella idea di bandire il calcio in quota. Non una partita qualunque tra amici. Ma le competizioni fra nazionali giocate sopra i 2.500 metri. Chi ci è andato di mezzo? Naturalmente non le grandi squadra, ma Bolivia ed Equador.

    Per la Fifa, si possono organizzare i Mondiali a luglio negli Stati Uniti, giocando a mezzogiorno con 40 gradi e il 90% di umidità, il tutto per far televedere le partite agli europei in orari decenti, ma non si può accettare che i poveri calciatori brasiliani e argentini soffrano l'altitudine di Quito e La Paz. Perché è evidente che la decisione sia stata presa per evitare che le nazionali più forti rischino di mettere in discussione i successi nella Coppa America e la qualificazione ai Mondiali a causa dell'aria rarefatta.

    In effetti, per chi non è abituato, l'impatto dell'altitudine risulta mozzafiato. Lo è per i turisti, figurarsi per i calciatori. E giocare in Bolivia ed Ecquador a volte si è trasformato in un supplizio, per brasiliani e argentini, ben peggiore delle forche caudine di sannitica memoria. Tanto che le nazionali in questione hanno anche fatto qualche capatina in Coppa del Mondo (boliviani nel 1994, ecuadoregni avversari dell'Italia nel 2002). Si dimentica, però, che molto è dovuto anche alle congiunzioni astrali e generazionali. Cioè, avere giocatori bravi.

    Bolivia ed Equador ce li hanno avuti. Alcuni anche oltre la loro fama. Ulisses De La Cruz, era un laterale di destra dell'Ecuador, che si faceva valere in Scozia. Trapattoni all'esordio del Mondiale di Corea e Giappone, parlò per settimane della marcatura di quello che era solo un veloce terzino destro. Un terzino, non una punta...
    In quella nazionale c'era anche Ivan Kaviedes, ex centravanti del Perugia, arrivato in Italia giovanissimo. Si disse perché al figlio del presidente piacesse quell'attaccante scoperto giocando alla playstation...
    Il migliore rimane Alex Aguinaga, basso come un numero 10, tecnico come un numero 10, pingue come diventano i numeri 10 sudamericani sul finire della carriera. A 20 anni piaceva a Milan e Real Madrid. Ma è sempre rimasto nella squadra messicana del Necaxa. Dove ora fa il direttore sportivo. Tempo fa è tornato sulle cronache dei giornali perché voleva strappare Buffon alla Juve...

    Come non dimenticare Trucco, il portiere della Bolivia, volo felino, nome preso da uno spaghetti-western di Sergio Leone e faccia da coltivatore di coca. Coltivatore, non trafficante.
    Ma soprattutto, il più grande calciatore boliviano. El Diablo, Marco Antonio Etcheverry (Marco Antonio, ah, la fantasia dei genitori sudamericani...). Un piede sinistro fra i pochi al mondo che ti facevano davvero pensare a Maradona, un raggio d'azione limitato a una ventina di metri quadri di campo, un fisico più chiatto del Diego attuale, e il viso che lo avvicinava davvero a un diavolo andino.
    Infine Erwin Sanchez, detto Platini. Unico ad aver avuto una carriera interessante all'estero, precisamente nel Boavista, con cui divenne anche campione di Portogallo. Non so cosa avesse di Le Roi Michel. Era più lento, con tecnica e visione di gioco inferiore (nonostante il dna sudamericano), e meno preciso su punizione. Si avanza l'ipotesi che il soprannome derivasse dall'abitudine di giocare coi calzettoni abbassati. Ecco, ora Erwin Platini Sanchez è più credibile.

    E dire che ci sono sport che vanno a cercare l'altura. In quota si fa la preparazione fisica. A Città del Messico Francesco Moser fece il record dell'ora. I primati mondiali di lungo e 400 metri, stabiliti sempre a Mexico City alle Olimpiadi del '68, hanno resistito per lustri. La Fifa, invece, ha dichiarato guerra all'altitudine. Tanto che il presidente boliviano, Evo Morales, ha parlato di "discriminazione", muovendo la diplomazia e andando a dare quattro calci sulle Ande, a favore di telecamera. Finalmente - ha ironizzato qualcuno - grazie al calcio l'indio presidente operaio riusce a unire il Paese. D'altronde siamo in Sudamerica.

    Qualcun altro ricorda che anche negli Usa c'è una grande città in quota, Denver. Lì si pratica ogni disciplina sportiva professionistica. Il football, per esempio, si gioca da settembre a gennaio in uno stadio che, per i 1.600 metri di altezza, non a caso si chiama Mile High. E, se proprio un'atleta dovesse scegliere, preferirebbe battere un calcio d'angolo a La Paz, piuttosto che essere placcato da un energumento, nel gelo del Colorado. 

    pensato da: eric7 alle ore 05:23 | link | commenti (8)
    categorie: culture, palle, stellestrisce, colpi di testa, finte e controfinte
    giovedì, 26 aprile 2007

    Blu vs rossi, una lunga storia

    Blu contro rossi. Le tribune affacciate sul tappeto di gioco, perfettamente verde. Sembra una confezione del Subbuteo.
    Il pubblico rumoroso per 90 minuti, la luce artificiale contro il cielo di Londra. Un ritmo a due tocchi (controllo palla e passaggio) costante, e sempre proteso in avanti, segna il tempo.

    Tutta qui la semifinale di andata tra Chelsea-Liverpool. E non è stato poco. Bene i Blues, superiori, determinati e meglio organizzati, lucidi da non rischiare, accontentandosi dell'1-0. Contratti i Reds: ci hanno provato, ma con calma, con la fiducia di chi in casa propria sa di poter rovesciare qualunque risultato.

    Le notti del calcio europeo sono tornate a parlare inglese. Va bene l'attenzione tattica e la classe italiana, ok per lo spettacolo spagnolo, ormai lontana l'indistruttibile fierezza tedesca. Ma nulla a che vedere con la musica calcistica britannica, un pop inimitabile suonato con corretto agonismo e costante ricerca della vittoria.

    Certo, il campionato è pieno di tecnici stranieri e le squadre sono composte da stelle mondiali, non più le semplici  multinazionali della Union Jack del passato (inglesi, irlandesi, gallesi, scozzesi, con aggiunta di giocatori nordeuropei). Sono ormai un ricordo i tempi dei lanci lunghi e della conquista del campo in modalità rugbistica.
    Lontano il dopo Heysel, che ha tagliato fuori una generazione di calciatori inglesi e messo le squadre italiane sul trono continentale tra fine anni '80 e fine '90.

    Questa edizione della Champions League, con tre semifinaliste su quattro d'Oltremanica, ci ha restituito del tutto lo spirito britannico delle coppe europee.
    Quello cui siamo cresciuti trent'anni fa, con meno tv e tanta fantasia. Quando il calcio passava anche per il Subbuteo: una passione molto inglese da giocare in punta di dita.

    pensato da: eric7 alle ore 14:30 | link | commenti
    categorie: maestri, culture, palle
    sabato, 24 marzo 2007

    La cultura in un applauso

    Cultura è sapere godere di uno spettacolo. Riconoscere l'interpretazione degli attori e il contesto. Vivere lo stadio come un teatro.

    La società, con la sua crisi e le difficoltà di adattamento, rimane fuori. Questo è il calcio degli inglesi, che duramente hanno pagato la violenza. E con durezza l'hanno curata.

    Cultura è applaudire l'avversario (alcuni alzandosi anche in piedi), che esce dal campo. Perchè ha onorato lo spettacolo e il palcoscenico.

    I tre gol di Giampaolo Pazzini, centravanti dell'Italia Under 21, hanno permesso agli azzurri di pareggiare 3-3 contro i pari età inglesi, nel giorno in cui lo stadio di Wembley, ricostruito dopo sette anni di lavori, riapre le porte.

    Qui il Milan ha vinto la Coppa dei Campioni nel 1963, Wembley è la casa della nazionale inglese, che ci ha trionfato ai Mondiali '66, aperta solo per i bianchi e per le finali di manifestazioni calcistiche nazionali (ma anche rugby, football Usa e musica). Una leggenda di 76 anni e 386 partite. "E' la chiesa del football, la capitale del football e il cuore del football", ha detto Pelè.

    Pazzini, 23enne toscano, in quattro campionati di serie A ha messo insieme 14 reti in 69 partite. Attaccante che mette insieme la potenza e il colpo di testa del centravanti e velocità e tecnica della seconda punta, è capace di vincere una partita da solo e di non infilare la porta per mesi. Ma proprio a Wembley ha lasciato la firma.

    Un applauso al teatro, gioiello d'architettura sportiva. Un applauso all'attore protagonista. E un altro agli spettatori.

    pensato da: eric7 alle ore 15:41 | link | commenti (2)
    categorie: culture, palle
    lunedì, 19 marzo 2007

    Quarantun minuti di differenza

    Un tempo e un minuto. Questo è mancato all'Italia di rugby nell'edizione 2006 del Sei Nazioni per dipingere il capolavoro. Dal 12-13 del 39º minuto al 12-46 del 59º. Decisiva la metà subìta a meno di 60 secondi dalla fine del primo tempo. Una segnatura da annullare per un passaggio in avanti degli irlandesi. Ma il fair play della palla ovale impone nessuna recriminazione.

    L'Irlanda, con determinazione e maggiore esperienza, ha così preso il largo verso il torneo sognato da 22 anni. Nulla da fare però. All'ultimo minuto, la Francia ha segnato contro la Scozia la meta decisiva, in una classifica che la vedeva a pari punti coi verdi.

    Perché, proprio nel giorno di San Patrizio, gli irlandesi hanno perso a causa della loro annebbiata fierezza. Invece di gestire il netto vantaggio, accontentandosi di qualche calcio piazzato in più, hanno lasciato spazio all'orgoglio dell'Italia. Che, con De Marigny, ha segnato la meta dell'onore e del saluto al pubblico di casa, proprio sul fischio finale. Il rugby è anche questo.

    Due vittorie in cinque partite (mai successo in sette anni), Galles e Scozia ormai affrontate alla pari (e sorpassate nella classifica mondiale), un gioco più aperto, una mischia di altissimo livello, un movimento in crescita, l'interesse degli appassionati, mezza nazionale che gioca all'estero. Questo il bilancio positivo dell'Italia.

    Però, c'è da lavorare, in vista dei Mondiali di settembre in Francia, ad esempio sul placcaggio, e sull'esperienza in ogni singola giocata, anche la più semplice. Di ciò, per primi, sono consapevoli i giocatori. L'umile educazione sportiva che hanno ricevuto dalla palla ovale lo prevede.

    Ora che tutti si sono innamorati del rugby c'è solo un augurio. Non che questo sport non si rovini, come accade nel nostro Paese quando un fenomeno abbandona la nicchia in cui è cresciuto solido. Ma, più sottilmente, che il pubblico più esteso, che ne è diventato spettatore, sia contagiato dal virus di una sportività diffusa.

    Correttezza e rispetto. E cultura. Questo Paese ne ha bisogno. E la lezione del rugby potrebbe essere un buon inizio.   

    pensato da: eric7 alle ore 17:10 | link | commenti (2)
    categorie: culture, palle, ovali