Olanda-Italia 3-0
Ci sarebbe da parlare di Van dar Sar. Alla Juve se lo ricordano bene, perché è un portiere che in una stagione ti fa perdere più i punti di quanti te ne fa quadagnare. Però ha parato il rigore decisivo nella finale di Champions League. E ha parato una punizione a Pirlo che il 98% dei portieri osserva finire in rete, dando il via al 3-0 dell'Olanda.
Ci sarebbe da parlare di Van Basten. Al Milan fece cacciare via Sacchi perché non aveva più voglia di allenamenti ossessivi. Ora allena la nazionale arancione, facendosi più nemici che amici fra i giocatori. E più passano gli anni e più somiglia a Rinus Michels, suo ct agli Europei dell'88 e maestro del calcio totale.
Ci sarebbe da parlare di Donadoni. Se è vero che la formazione è stata cambiata all'ultimo minuto, significa che si è indecisi. Non il modo giusto per tenere alta la tensione della propria squadra. Se poi, dovendo scegliere fra i tre centrocampisti della squadra che si è giocata il campionato fino all'ultima giornata e quello degli spompati quinti classificati, opti per il blocco Milan, allora non sei molto difendibile. Magari mischiarli sarebbe stata un'idea migliore.
E Materazzi, che ha finito il campionato in ginocchio? E portare sia Del Piero che Cassano, solo per crearsi problemi? Bearzot, uno che credeva al gruppo consolidato ma anche alle sorprese uscite dal campionato, ne avrebbe convocato uno solo.
Preferisco parlare di chi disegna le maglie di calcio. Studiano design? Studiano storia del calcio? Quanto guadagnano? Sono nel pieno delle loro facoltà mentali? I numeri sulle spalle dei giocatori di Italia-Olanda sembrano un trip peggiore di quello vissuto da Donadoni stasera. Azzurri con cifre a effetto pixel ingrandito al 400%, arancioni che sembra gliel'abbia dipenta col pennello una classe di prima elementare.
Se Nike e Puma volessero una consulenza sono a loro disposizione. A Donadoni, invece, nessun aiuto. Ha la rosa migliore, deve cavarsela da solo.
Nei primi due anni di elementari non ero quello che si definiva un bambino agile. Non che fossi grasso, ero solo legnoso. Inabile a muovermi con scioltezza in qualunque attività fisica. C'è voluta un po' di piscina per slegarmi e permettermi di giocare a pallone, e non solo, come e magari meglio degli altri.
Dopo pranzo le suore ci concedevano un po' di libertà. Per noi maschietti si trattava di giocare a pallone. Vista la scarsa mobilità, mi appostavo davanti alla porta avversaria, segnando sempre di rapina. Un tocco da pochi passi e gol. In gergo calcistico lo chiamano opportunismo. Una parola che ho incominciato ad apprezzare molto presto e in cui, trant'anni dopo, posso dire di essermi cullato con eccessiva nonchalance.
Tornando al calcio vero, diciamo che vedevo in Paolo Rossi un esempio assai influente. Fatto sta, che a fine anno scolastico, me ne uscii coi compagni di scuola, autoeleggendomi capocannoniere della 2a elementare. La cosa provocò qualche reazione degli altri, zittiti però dall'elenco e dalla descrizione dettagliata di ogni rete segnata negli ultimi mesi. Acquistata scioltezza, crescendo scelsi altri modelli che non fossero Pablito, prima di finire per scelta a fare il portiere.
L'infantile dedizione con cui negli ultimi Romario ha contato tutti i gol della sua carriera, andando a rispolverare anche partite sfuggite agli almanacchi, con l'obiettivo di raggiungere le 1.000 reti segnate da Pelé, mi ha ricordato i tempi delle elementari.
Ora, a 42 anni e dopo circa 25 stagioni, 1002 gol e una Coppa del Mondo, il "Baixinho" si è finalmente rititrato.
Ma ancora non ho capito chi sia stato davvero. Un prodigio capace di sparire, ricomparire e segnare con la palla attaccata ai piedi. O solo un uomo dall'ego molto più smisurato del suo già enorme culo. Lui era una sorta di eresia, per il calcio europeo. Un tappo, tendente all'ingrasso cicciotto e col baricentro più basso mai visto sui campi di gioco, antitesi del football atletico, roba che in confronto a lui Maradona era un decathleta. Eppure rapidissimo e potente, e con la capacità di creare un tocco di palla diverso per ogni centimetro del suo piede.
A me sembra straordinario. Ma non saprei dove piazzarlo in un'ipotetica classifica. Forse è solo perché Romario appartiene a un strano periodo della memoria di alcuni di noi. La fase di mezzo. Non è troppo lontano nel tempo per essere mitizzato come gli eroi dell'infanzia e dell'adolescenza. Ma neanche è troppo vicino per avvicinarlo ai Cristiano Ronaldo e ai Messi che al suo confronto sembrano e sono già dei fenomeni e per di più con una vita davanti. Insomma, è come se Romario fosse ancora cronaca, non ancora storia.
Però mi piace ricordarlo (che è anche un modo per capirlo) con le parole di Carmelo Bene, in una paradossale chiacchierata fra sport e cinema, tempo e spazio, con Enrico Ghezzi, "Discorso su due piedi".
Perché Romario è il più grande? Perché è capace di una cosa, del quid che più conta: l'immediato. E' capace dell'immediato... Nemmeno gli avversari la vedono la palla con Romario. Dove passi la palla, i centrali, i difensori, non lo vedono... Questo è l'immediato di Romario: quando sull'1-2 segna, bruciante al limite dell'area, lì siamo nell'immediato... non è più l'azione... E' fermo. E' immobile.
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"Hai trovato il giocatore che ti interessava?". La domanda è innocente, e comprensibile, visto che siamo alla Hall of Fame del football. Lo è di meno il contesto. Due uomini, uno accanto all'altro davanti a un orinatoio. Sì, richiudevo giusto la patta dei jeans, quando il signore, invece di rimanere concentrato sulla sua attività, si rivolge a me.
Paul Watzlawick in "America, istruzioni per l'uso" racconta con leggera ironia e comprensione gli Stati Uniti a chi ci mette piede per la prima volta. Tra le curiosità, il fatto che gli americani non riescano a fare a meno di attaccare bottone con gli sconosciuti. Non accettano che due estranei possano condividere uno spazio in comune senza comunicare. Finora, tra pulmann e aerei, ero sempre riuscito ad alzare un muro, e tutto sommato non mi stupisco che accada anche in un bagno.
Si tratta di uno degli assistenti di sala, il suo lavoro è spiegare, illustrare, insomma rendere il più piacevole possibile la mia permanenza. Da quello che ho visto alla Hall of Fame del basket, e a giudicare dal passo e dai capelli bianchi, si tratta di pensionati che arrotondano.
A differenza di Springfield, i video che spiegano la storia del gioco sono in americano stretto. Ma la pallacanestro è uno sport globalizzato, e cerca di farsi capire da quanto più pubblico possibile. Anche qui ci sono i cimeli: palloni e divise con addosso un secolo di vita, biglietti, caschi e anche un bidone di Gatorade.
Se il basket è divenuto cosa dei neri (almeno quello praticato), coi suoi ritmi jazz, ora sempre più hip hop, alla Hall of Fame del football si respira tutto l'epos e la retorica che gli americani hanno affidato a questo sport. Così, giocatori/allenatori/presidenti che ogni anno vengono imbarcati su questa arca della gloria sportiva vengono addirittura ricordati con un busto.
Sono le sole sedici partite di campionato, i playoff e il Super Bowl a eliminazione diretta che rendono il football perfetto per essere raccontato come una epopea. C'è The Catch, la ricezione che cambia la storia, c'è The Perfect Season o The Perfect Game, The ice bowl (finale giocata a 30 sotto zero). Un mito nato in provincia e poi, con il professionismo, spostatosi in città. Lo sport inteso come spettacolo (o come circo, a seconda dei punti di vista) prevede infatti che si giochi lì dove c'è pubblico.
Incontro ancora l'assistente di sala. Stavolta mi racconta del suo viaggio in Italia, nel 1963. Annuisco e svicolo. La terza voltra che ci incrociamo gli sorrido e vado a spendere qualche dollaro nel negozio del museo: un paio di magliette per i giorni in cui starò in California.
All'uscita, giro a largo rispetto alla biglietteria. Devo evitare la signora della segreteria. All'entrata, appena ha sentito che ero italiano, m'è venuta incontro a parlare delle sue vacanze a Firenze, Roma e Positano. Ora che ci penso, potrebbe essere la moglie del signore del piano di sopra. Esco velocemente. Prima che qualcun altro mi descriva il suo viaggio di nozze nel Bel Paese, corro ad aspettare il taxi in mezzo ai cumuli di neve.
Siccome c'erano dei lavori in alcune sale, ho ricevuto un ingresso gratuito per rifare la visita completa nei prossimi mesi. Non si sa mai che mi trovi a ripassare da queste parti.
Al Madison Square Garden ricordano agli spettatori che possono essere espulsi dal palazzo per gesti o linguaggio osceno. New York non è Boston, dunque. Però puoi entrare con lo zaino in spalla, dopo una perquisizione assai sommaria. Ma senza bottiglietta, ti venisse voglia di lanciarla in campo. Ogni bevanda si compra dentro, rigorosamente senza tappo. Come negli stadi italiani.
A differenza degli stadi italiani, la gente si alza e va a fare rifornimento di birra, pizza e panini, e lascia giacche e cappotti sulla sedia (poltroncine, non gradinate), anche se sta via un quarto d'ora. E questo succede tre o quattro volte a partita.
Ora immaginate di avere il posto numero 1 della fila e moltiplicate per cinque o sei persone che la occupano con voi, ed ecco che a forza di farli passare avete smaltito la cena. Sì, perché ti alzi per agevolare il passaggio come da noi a teatro, neanche al cinema, figuarsi allo stadio, dove devi muoverti un po' come un equilibrista e un po' come tarzan. E qui si alza anche il tipo più truce.
Per fortuna, sabato sera al Garden, eravamo pochi. I New York Knicks, l'orgoglio di questa città (insieme agli Yankees, naturalmente), sono una squadra derelitta. Tanto talento, poca testa, molto ego e troppi infortuni, e un allenatore che i giocatori non stanno a sentire quando parla, quell'Isiah Thomas, staordinario playmaker tra gli anni 80 e i 90.
La partita contro Portland non entra nella storia della pallacanestro. Anche se, neanche loro sanno come, i Knicks la allungano fino ai supplementari. Poi i Blazers, altro gruppo dal talento giovane ed esagerato, porta a casa un prevedibile successo, dopo aver troppo scherzato. Almeno, però, potrò dire di aver assistito al career high di Nate Robinson, 45 punti per il nanerottolo di 1.75 che nel 2006 vinse la gara delle schiacciate.
E dire che ero andato al Madison Square Garden solo a fare un po' di foto. Poi, quando ho visto che c'erano i Knicks, sono stato calamitato dal botteghino, "accontentandomi" di un biglietto da 78 dollari. Un po' in alto, ma quasi quasi vedo meglio questa partita di quella di Boston. In seconda fila, sei praticamente in campo. Certo, vedi il sudore sulla fronte dei giocatori, ma ti perdi lo sviluppo del gioco.
Ma, in effetti, mi dico, ho visto due partite Nba dal vivo. Chissenefrega dello sviluppo del gioco!
Roba che contavo le gocce di sudere che scendevano dal viso di Kevin Garnett. Ho sentito chiaramente Rajon Rondo chiamare lo schema "Elbow" (che poi è l'unico schema sentito chiamato dai Celtics in campo, a voce, almeno).
Rasheed Wallace schiaccia quasi senza che ferro e retina facciano rumore: levita, non salta, spolverando via ogni impressione di potenza. E poi l'eleganza di Garnett: spalle a canestro, finta a destra, finta a sinistra, poi a destra. Infine si avvita e tira a canestro. Due punti.
Il campo sembra troppo piccolo. Ti chiedi come faccciano i giocatori a trovare spazio per penetrare. Loro lo fanno con l'eleganza dei ballerini. Proprio a quello dei ballerini somiglia il rumore dei loro passi sul parquet. Anche se quando corrono tutti e dieci insieme, sembrano una mandria in avvicinamento.
Boston Celtics, la squadra a cui mi sono affezionato da piccolo, contro i Detroit Piston, quelli che li hanno sostituiti quando è cominciato il declino dei verdi. E io al Loge 12, fila B, posto 13. Ancora devo rendermene conto.
Il Boston Garden è dentro la North Station cittadina, o viceversa. Al centro la sala d'aspetto, a destra l'accesso ai binari, a sinistra negozi, biglietteria, a destra l'ingresso alle tribune. Si sale in ordine, si attendono con pazienze e a voce bassa la perquisizione. E poi le maschere in giacca e cravatta ti guidano al tuo posto. Praticamente un'organizzazione da teatro. Sembra di stare al Parco della Musica di Roma. Alla partita di basket come all'Auditorium.
A margine del match, negozi, birrerie, paninoteche, cheerleaders, beneficienza, giochi riservati al pubblico, viavai a rifocillarsi di cibo e bevande (praticamente in nessun momento gli spettatori stanno seduti contemporaneamente al loro posto).
Ah, c'è anche la partita. Boston è sempre più una candidata credibile alla finale, Detroit praticamente mai in partita. I Celtics mettono insieme talento, esperienza e giovani che riducono al minimo gli errori. Insieme funzionano, perché gli anziani tirano: sanno che questo è l'ultimo (o il penultimo) giro per vincere il titolo. Anche perché dall'altra parte del tabellone ci sono almeno sei squadre che possono batterli. Ma loro, alla fine, ne incontreranno una sola, peraltro al termine di una lunga corsa a eliminazione.
Altro non riesco a dire, anche se molto ci sarebbe. Pur stando in seconda fila a bordo parquet, all'altezza della metà campo, è come se avessi un buco "razionale" (se mai esiste un buco razionale). Negli occhi ho colori, suoni e voci, a migliaia.
Però se qualcuno volesse fare domande ;-)
Alex vive a Los Angeles da... Ormai ho perso il conto. Sette o otto anni, credo. Si è sposato e ha un figlio.
Il legame con la Roma, beh, quello è ancora più saldo. Quanto basta per avere la targa personalizzata "W ROMA" (quindi, se vedete quella combinazione in giro per le autostrade di LA, sappiate che è mio cugino).
Lui Real Madrid-Roma l'ha vista su internet. In compagnia di un altro romano conosciuto lì. Non so se è lo stesso che un giorno, sentendo in strada l'eco di una telecronaca, gli bussò alla porta autoinvitandosi a vedere la partita. Potere del calcio.
Luchetto una trasferta estera all'anno non se la nega. Stavolta, però, aveva rinunciato: è tempo di ristrettezze economiche. Ma il viaggio, a sorpresa, glielo hanno regalato gli amici. A lui l'organizzazione di volo e albergo, ché gli viene bene. E i biglietti della partita?
Ah, già, c'era un problema: i biglietti della partita. A Roma era stato impossibile prenderli. A Madrid erano finiti da tempo. Insomma, c'era la concreta possibilità di partire e vedere il quarto di finale col Real da una birreria della capitale spagnola.
Finché, collegandosi casualmente da casa, Luca non ha sentito intervenire alla radio per cui lavora un'italiano che vive a Madrid. E si è fatto dare il numero dalla redazione.
Quell'italiano era romano e romanista. Anche lui doveva comprare i biglietti della partita. E sapeva anche come: rivolgendosi ai bagarini autorizzati.
Non c'è bisogno di aggiungere che il tipo ha anticipato i soldi per altre quattro persone che non consosceva. Il resto della storia ha dunque un lieto fine della vittoria e, magari, di una nuova amicizia.
Quanto a Eric, il pulmann da New York arrivava a Boston un quarto d'ora prima dell'incontro. Il tempo di prendere la metro, fare il check in in albergo e attaccare il pc a internet. E, memore dei consigli del cugino, acquistare la partita on line.
Ho perso solo mezzora. Per una volta, mi sono sentito come quegli italiani all'estero che si aggrappano alla nazionale. E, quando i giallorossi passavano la metà campo, i peli sulle braccia si impennavano. Anche se poi erano azioni da niente.
Eppure pregustavo quello che sarebbe successo. L'organizzazione di gioco e il piacere di attaccare come squadra contro il talento. E non era neanche detto che le Merengues ne fossero tanto più ricche. Era prevedibile già al momento del sorteggio. Bisogna esserci, però. La Roma c'era. A modo nostro, anche noi.
Alex a Los Angeles, Luca a Madrid, Eric a Boston.
Fai ciò che ti piace. Non quello che vogliono o si aspettano gli altri.
Così, andare a trovare un cugino che ha messo su famiglia a Los Angeles diventa solo l'ultima tappa di un viaggio di tre settimane negli Stati Uniti.
Perché alienarsi in una megalopoli infinita, quando l'America è nelle tue coordinate mentali? Certo, da questo viaggio mancherà il rock, però dentro ci ho messo un bel po' di sport. Per la casa di Elvis, facciamo la prossima volta.
Fai ciò che ti piace, suggerisce chi ti ha amato davvero, e in qualche modo ti ama ancora. E io so cosa mi piace, anche se non ho più chi mi ama. E, pensandoci bene, neanche me stesso.
Per farla breve. Il 5 marzo sarò a Boston, per Boston Celtics-Detroit Pistons. Partita di stagione regolare Nba, che con molte probabilità sarà anche la finale della Eastern Conference.
Chi è cresciuto con la Nba degli anni '80 poteva tifare solo per tre squadre: Los Angeles Lekers, Philadelphia 76ers e Boston. Io ho preso i Celtics di Bird. E, in questi anni di declino, ho ripiegato su Detroit, che negli ultimi tempi ha vinto un titolo e un paio forse li ha buttati.
Dunque, non potevo chiedere nulla di meglio. E ,una volta scoperto che a marzo era in programma una partita del genere, tutto il viaggio è stato costruito intorno a questa data. I 300 dollari meglio spesi nella mia vita.
Già che ci sono, due giorni dopo farò un salto a Springfield, alla Hall of Fame del Basket, il museo che raccoglie i cimeli dei migliori giocatori del mondo. Loro ci entrano dopo le attente valutazioni di una giuria di esperti. I turisti, pagando il biglietto. Probabilmente un'americanata. Vado a giudicare.
E per non farmi mancare niente, tre giorni dopo si vola nel freddo dell'Ohio (non che a Boston le temperature siano più tiepide). A Canton, si è giocata la prima partita di football americano della storia. E proprio Canton ospita la Hall of Fame del football. Altra americanta, lo so. Preferisco perseverare.
A quel punto si scende nel deserto della California. Per guardare il panorama e parlare con se stessi. A cercarsi. Ma è solo un luogo comune e retorico. Non sarà così. Perché non si cambia. E tre settimane sono solo dolore diluito. Ma questa è un'altra storia.
Sette milioni di dollari l'anno per tre anni? "No grazie. Ho una famiglia da sfamare". Quando Latrell Sprewell, nel 2004, rifiutò la nuova estensione salariale propostagli dai Minnesota Timberwolves (che di fatto gli dimezzavano lo stipendio), era certo di trovare un altro datore di lavoro nella Nba, sicuramente più munifico. Il suo agente rincarò la dose.
Se non ci fossero state altre offerte, "meglio ritirarsi che giocare al minimo salariale", che equivaleva a un milione, praticamente "uno schiaffo" al proprio assistito. I due si misero in attesa dell'ultimo giorno utile del mercato 2005-06, aspettando qualche squadra "disperata". Che non si è mai fatta sentire. O forse nessuna è mai stata così disperata.
Soldi meritati, per gli standard Nba. Forse un po' meno per uno che andava verso i 34 anni. Però, ali piccole come "Spree" ce ne sono state poche a cavallo di fine secolo. Bravo difensore, attento a rubare palla e concludere in contropiede, bel tiratore. Uno che accendeva e spegneva, come si suol dire. Irresistibile quando accendeva. Detestabile quando attivava l'interruttore con scritto "off".
Nel dicembre del 97, quando mise le mano al collo del suo allenatore di allora, PJ Carlesimo, che lo aveva invitato a "mettere più mostarda" nei passaggi durante un allenamento, non sapeva che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe giocato a basket fino al gennaio '99. "Non sono in vena per un trattamento del genere", disse Sprewell. Il coach fece per avvicinarsi e lui lo minacciò di morte, prima di saltargli addosso.
Forse se la sarebbe anche cavata, se venti minuti dopo essersene andato negli spogliatoi, non fosse tornato sui suoi passi, deciso a completare l'opera. Per la seconda volta, lo fermarono i compagni di squadra, mentre per una quindicina di secondi tenne le mani unite intorno alla giugulare del coach. "Non lo stavo strangolando", disse poi. "Voglio dire, era in grado di respirare".
Ci pensò pure la Nba a fermarlo. Espulsione dalla lega, che divenne poi squalifica di 64 partite. I Golden State Warriors, in cui giocava, si sentirono sollevati, quando riuscirono a mandarlo a New York. Con i Knicks si mostrò un'altra persona. Un po' come l'Alex di Arancia Meccanica, dopo la cura Ludovico Van. Cinque anni ad alti livelli, con una serie finale persa nel '99 contro San Antonio, in cui Spree giocò da Dio: 26 punti di media, 35 e 10 rimbalzi nell'ultima partita. Nel 2003, il trasferimento a Minnesota.
Quando disse di no al rinnovo contrattuale, non sapeva che nella Nba non ci avrebbe messo più piede. Né la prese bene. Considerando le tre fucilate (sparate in aria), che ancora echeggiano nelle orecchie di quei due giornalisti andati a trovarlo per sapere come se la stesse passando, da disoccupato. Tanto per non restare con le mani in mano, nel frattempo Sprewell è stato accusato anche di violenza domestica nei confronti della sua compagna e di violenza sessuale nei confronti di una ragazza. Anni prima, qualche problemino con il codice della strada. Roba all'ordine del giorno, purtroppo, per gli sportivi americani.
Quando nei giorni scorsi gli hanno pignorato la casa di Milwakee, dopo che tempo fa era stato messo sotto sequestro e poi messo all'asta lo yacht italiano da un milione e mezzo, Spree forse avrà pensato che il pezzo di carta giusto da firmare fosse quello con la cifra 21 milioni di dollari per tre anni, e non quel mutuo da 2.500 dollari che non è in grado di pagare da settembre.
Qualcuno lo ha chiamato per conoscere i dettagli. Ma al momento Sprewell non risponde al cellulare. Figurarsi se uno volesse sapere come si fa a buttare via il talento. L'esperienza suggerisce di non andare a chiedere di persona.
Mi sono sentito tradito da Pantani. Non credo a nessuno sportivo che si dichiara innocente quando viene sorpreso a un controllo antidoping. Nel suo caso, a Madonna di Campiglio nel 1999, era una sospensione cautelativa, per ematocrito troppo alto. Nessuna prova di doping, solo sangue troppo denso, che poteva mettere a rischio la sua salute, e comunque indizio potenziale di uso di epo.
Mi sono sentito tradito da Pantani perché si era portato via tutte le mie emozioni. Perché le emozioni che consegni a un ciclista si basano su un patto di solidarietà e sincerità come in nessun altro sport.
Da qualche mese anche alla morte di Pantani, così come a quella di tanta gente famosa, non si nega la teoria del complotto. Non è morto per overdose di coca. Non aveva mangiato il cibo cinese trovato nella stanza, non aveva addosso i segni di uno che invece aveva messo a soqquadro la propria stanza, aveva paura fisica di correre (si parla di un giro di scommesse che voleva liberarsi di lui in quel Giro, stravinto, del 1999), diceva che il ciclismo era una mafia.
Una madre che sopravvive al figlio perso in quel modo ha diritto di non credere alla verità ufficiale. Una donna che si chiede perché il medico legale abbia portato a casa propria il cuore del campione e ora non sa se il suo ragazzo è seppellito insieme al suo cuore. La mamma di Pantani è stata tenuta lontana nell'ultimo periodo della sua vita, per il bene di Marco le avevano consigliato ("Ci dissero che dovevamo staccarci da Marco"). Ora lei, oltre a cercare la verità, ha fondato una squadra giovanile di ciclismo.
Penso a quando lo vedevamo scattare in salita, davanti alla tv. Aspettando un momento che sapevamo sarebbe accaduto. E che era sempre decisivo, una pagina nella memoria dello sport e in quella della gente, perché solo il ciclismo è (era?) ancora così umano da avvicinare le vicende di un atleta e della gente normale. Che, se è vero - come diceva Barthes - che l'azione del ciclista è "dominare le cose", affida al corridore un potere che non ha.
Penso alla testa pelata di quel ragazzo che soffriva pedalando, che a mia madre ricordava il fratello morto da pochi anni, proprio nella testa pelata per la chemioterapia, e nell'espressione agonistica della sofferenza. Non c'era solo la mia passione per il ciclismo, né quella passata dai miei nonni a mamma, da zio a me. C'era la bici da corsa di zio, che avevo usato per qualche anno.
Quando vedevamo scattare Pantani avevamo un motivo in più, tutto nostro e intimo, per tifare. Ed emozionarci. Per questo mi sono sentito tradito da Pantani. Ma forse ora non è più tempo.
"Il sogno di Marco era quello di crescere dei giovani e farli diventare come lui".
"Mi bastano dieci minuti da Ronaldo". Poi vedi il Milan col Siena, che gli va di traverso e più di una volta si mangia il gol che metterebbe fine alla partita e a certe pretese da zona Champions. Guardi la squadra più vecchia del campionato (33 anni l'età media) e pensi all'arroganza di Ancelotti, che mette in campo il simulacro di un campione, e non sai se lo fa per salvare la faccia propria o quella di una società che non compra (eccetto Pato, naturalmente, che pare davvero un fuoriclasse).
"Squadra che vince...", si dice. Dunque, perché stupirsi. Il Milan dovrebbe rifondarsi da almeno due anni, ma vince Champions e Intercontinentale, così va avanti sempre con gli stessi. Un po' come avere una coalizione in crisi, dove ognuno va nella sua direzione come un atomo impazzito, che poi si ricompatta al solo profumo di elezioni. E di vittoria. Sempre con gli stessi. Perché il Capo, evidentemente, è lo stesso...
Fatto sta che Ronaldo sembra firmare la liberatoria per trovarsi un'altra squadra a fine stagione, con un primo tempo osceno. Stavolta non c'è di fronte la generosa difesa del Napoli. Di gol non se ne parla. E Ancelotti invita gentilmente il brasiliano alla doccia e, magari, a provare la nota lozione per capelli. Entra Alberto Paloschi, diciotto anni di Chiari, in provincia di Brescia, due gol in due partite di Coppa Italia col Catania.
E uno in campionato, alla prima partita. Esce Ronaldo, entra lui. Lancio lungo, Inzaghi fa spazio, lui spara al volo un potente destro incrociato. Diciotto secondi da quando ha messo piede in campo. A Superpippo somiglia per l'istinto che lo guida verso la porta, anche se ha un fisico più tosto (alla Shevchenko?). In più, ha personalità, determinazione, tranquillità, carisma. Né paura di parlare coi compagni o di lamentarsi con gli arbitri. Forse è solo un caso, fortuna o fine della pazienza di Ancelotti, che s'era reso conto che dei dieci minuti alla Ronaldo, forse, se ne parlerà un'altra volta.
Da stasera, si tornerà a parlare dei tanti talenti italiani che non trovano posto a causa degli stranieri. Dei giovani di Real o Manchester che sono titolari, non importa che età abbiano. Ma non da noi. E' così. Poi, magari Pato è davvero un fuoriclasse, e Balotelli (che sembra davvero bestiale per potenza e tecnica) e Paloschi no. Però, perché non provare. Perché a uno straniero sono concessi credito e pazienza e a un ragazzo italiano solo la possibilità di farsi le ossa?
Giuseppe Rossi è un Paolo Rossi più potente. Si è fatto la gavetta a Manchester e, dopo sei mesi a Parma, è dovuto ri-emigrare in Spagna, perché nessuno aveva il coraggio di investire dieci milioni di euro per averlo. Un po' come tanti ragazzi normali, o bravi, che se ne vanno fuori da questi confini a essere giudicati per ciò che valgono.
Chiacchiere. Tutto già sentito. Sì, l'Italia è un paese vecchio. E il calcio, così demoscristiano, si adegua. Vecchio significa non solo non passare il testimone e non togliere la mano dalla leva del potere. Vecchio è non osare.
Per ora, Paloschi può attendere. Può permettersi di finire il liceo scientifico, che è già qualcosa, per un calciatore. Ma se intanto qualcuno volesse cominciare.