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    sabato, 19 aprile 2008

    Prima o poi si cambia

    I New York Knicks hanno cacciato Isiah Thomas, giocatore delizioso, ma allenatore-general manager senza polso e disastroso. Meglio per loro. Anche se ci vorrà un po' per rimettersi in piedi.
    Per un turista che capita nella Grande Mela sarà un po' più difficile andare al Madison all'ultimo momento e trovare i biglietti della partita quasi a buon mercato. Ringrazierò per sempre Thomas dell'opportunità che mi ha offerto ;-)

    Madison Square Garden






















    pensato da: eric7 alle ore 02:38 | link | commenti (3)
    categorie: palle, arance, tempo scaduto, stellestrisce, giochi di mano
    martedì, 11 marzo 2008

    Metti un sabato sera al Madison Square Garden

    Al Madison Square Garden ricordano agli spettatori che possono essere espulsi dal palazzo per gesti o linguaggio osceno. New York non è Boston, dunque. Però puoi entrare con lo zaino in spalla, dopo una perquisizione assai sommaria. Ma senza bottiglietta, ti venisse voglia di lanciarla in campo. Ogni bevanda si compra dentro, rigorosamente senza tappo. Come negli stadi italiani.

    A differenza degli stadi italiani, la gente si alza e va a fare rifornimento di birra, pizza e panini, e lascia giacche e cappotti sulla sedia (poltroncine, non gradinate), anche se sta via un quarto d'ora. E questo succede tre o quattro volte a partita.

    Ora immaginate di avere il posto numero 1 della fila e moltiplicate per cinque o sei persone che la occupano con voi, ed ecco che a forza di farli passare avete smaltito la cena. Sì, perché ti alzi per agevolare il passaggio come da noi a teatro, neanche al cinema, figuarsi allo stadio, dove devi muoverti un po' come un equilibrista e un po' come tarzan. E qui si alza anche il tipo più truce.

    Per fortuna, sabato sera al Garden, eravamo pochi. I New York Knicks, l'orgoglio di questa città (insieme agli Yankees, naturalmente), sono una squadra derelitta. Tanto talento, poca testa, molto ego e troppi infortuni, e un allenatore che i giocatori non stanno a sentire quando parla, quell'Isiah Thomas, staordinario playmaker tra gli anni 80 e i 90.

    La partita contro Portland non entra nella storia della pallacanestro. Anche se, neanche loro sanno come, i Knicks la allungano fino ai supplementari. Poi i Blazers, altro gruppo dal talento giovane ed esagerato, porta a casa un prevedibile successo, dopo aver troppo scherzato. Almeno, però, potrò dire di aver assistito al career high di Nate Robinson, 45 punti per il nanerottolo di 1.75 che nel 2006 vinse la gara delle schiacciate. 

    E dire che ero andato al Madison Square Garden solo a fare un po' di foto. Poi, quando ho visto che c'erano i Knicks, sono stato calamitato dal botteghino, "accontentandomi" di un biglietto da 78 dollari. Un po' in alto, ma quasi quasi vedo meglio questa partita di quella di Boston. In seconda fila, sei praticamente in campo. Certo, vedi il sudore sulla fronte dei giocatori, ma ti perdi lo sviluppo del gioco.

    Ma, in effetti, mi dico, ho visto due partite Nba dal vivo. Chissenefrega dello sviluppo del gioco!

    pensato da: eric7 alle ore 13:42 | link | commenti (1)
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, arance, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano

    Springfield, Massachussets

    La Hall of Fame del basket oscilla pericolosamente fra il circo e il museo. Il segreto è allacciare le cinture e lasciarsi portare in giro. Qui, a fine '800, un professore canadese che voleva far fare un po' di sano moto ai ragazzi della Ymca ha inventato la pallacenestro, con due cesti di frutta.

    Si comincia dal secondo piano: l'honor ring. Una sorta di pantheon con le foto di chi ha fatto la storia della pallacanestro: allenatori, giocatori, arbitri, giornalisti.

    Mi concentro sugli europei. I due italiani, Cesare Rubini e Dino Meneghin, il colonnello Gomelski, colui che ha creato il basket nella vecchia Unione Sovietica, e Drazen Petrovic, per tutti il Mozart dei canestri. Talento e provocazione diabolica portati all'estremo, carriera nella ex Jugoslavia, poi salto in America, e la morte in un incidente stradale, ancora giovane.

    Oltre alle foto, cimeli. Palloni, magliette lise dai decenni, scarpe, medaglie, libri. Poi si scende al piano intermedio, e la musica non cambia. In più, tanti video, brevi, così non devi stare venti minuti fermo come nelle mostre "normali". E sono sottotitolati. Tutti. Questione di civiltà.

    Come un luna park che si rispetti, puoi misurare la tua capacità di saltare da fermo toccando una parete elettronica, o confrontare la tua altezza con quella dei professionisti (io arrivo a 5 piedi e 9 pollici, 173 cm, ma lo sapevo), o saltare a prendere un pallone sospeso a un braccio meccanico per testare le tue doti di rimbalzista.

    Ma l'attrazione è al piano terra. Un campo da basket vero, in vero parquet e veri palloni a disposizione dei visitatori. "Show me if you are a professional player", mi dicono. Dico di no, "sono meglio a soccer". Prendo la sfera e me ne vado a disonorare il gioco, nella metà campo opposta. Un po' più lontano dagli occhi di chi osserva.

    Riesco a farmi fare qualche foto, che naturalmente viene sfuocata. Vorrà dire che il ricordo me lo tengo nella memoria, altro che immagini digitali.

    Non avevo mai calpestato un parquet. È più morbido di quanto pensassi, così come i palloni. Sono le 3 del pomeriggio e solo i crampi della fame mi convincono a lasciare ed affondare la forchetta in un'insalata gigantesca, come qualunque portata da queste parti.

    Il tipo che mi ha fatto le foto dice che ci viene tutti i giorni. Confesso che se non avessi avuto il pulmann che mi riportava a Boston, c'era da rimanere lì e chiedere di fare un altro giro sulla giostra.

    pensato da: eric7 alle ore 04:25 | link | commenti
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, arance, stellestrisce, giochi di mano
    lunedì, 10 marzo 2008

    Metti una sera al Boston Garden

    Roba che contavo le gocce di sudere che scendevano dal viso di Kevin Garnett. Ho sentito chiaramente Rajon Rondo chiamare lo schema "Elbow" (che poi è l'unico schema sentito chiamato dai Celtics in campo, a voce, almeno).

    Rasheed Wallace schiaccia quasi senza che ferro e retina facciano rumore: levita, non salta, spolverando via ogni impressione di potenza. E poi l'eleganza di Garnett: spalle a canestro, finta a destra, finta a sinistra, poi a destra. Infine si avvita e tira a canestro. Due punti.

    Il campo sembra troppo piccolo. Ti chiedi come faccciano i giocatori a trovare spazio per penetrare. Loro lo fanno con l'eleganza dei ballerini. Proprio a quello dei ballerini somiglia il rumore dei loro passi sul parquet. Anche se quando corrono tutti e dieci insieme, sembrano una mandria in avvicinamento.

    Boston Celtics, la squadra a cui mi sono affezionato da piccolo, contro i Detroit Piston, quelli che li hanno sostituiti quando è cominciato il declino dei verdi. E io al Loge 12, fila B, posto 13. Ancora devo rendermene conto.

    Il Boston Garden è dentro la North Station cittadina, o viceversa. Al centro la sala d'aspetto, a destra l'accesso ai binari, a sinistra negozi, biglietteria, a destra l'ingresso alle tribune. Si sale in ordine, si attendono con pazienze e a voce bassa la perquisizione. E poi le maschere in giacca e cravatta ti guidano al tuo posto. Praticamente un'organizzazione da teatro. Sembra di stare al Parco della Musica di Roma. Alla partita di basket come all'Auditorium.

    A margine del match, negozi, birrerie, paninoteche, cheerleaders, beneficienza, giochi riservati al pubblico, viavai a rifocillarsi di cibo e bevande (praticamente in nessun momento gli spettatori stanno seduti contemporaneamente al loro posto).

    Ah, c'è anche la partita. Boston è sempre più una candidata credibile alla finale, Detroit praticamente mai in partita. I Celtics mettono insieme talento, esperienza e giovani che riducono al minimo gli errori. Insieme funzionano, perché gli anziani tirano: sanno che questo è l'ultimo (o il penultimo) giro per vincere il titolo. Anche perché dall'altra parte del tabellone ci sono almeno sei squadre che possono batterli. Ma loro, alla fine, ne incontreranno una sola, peraltro al termine di una lunga corsa a eliminazione.

    Altro non riesco a dire, anche se molto ci sarebbe. Pur stando in seconda fila a bordo parquet, all'altezza della metà campo, è come se avessi un buco "razionale" (se mai esiste un buco razionale). Negli occhi ho colori, suoni e voci, a migliaia.
    Però se qualcuno volesse fare domande ;-)

    pensato da: eric7 alle ore 04:11 | link | commenti (2)
    categorie: in viaggio, palle, arance, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano
    lunedì, 03 marzo 2008

    Guardare lo sport, cercare se stessi, trovare un cugino

    Fai ciò che ti piace. Non quello che vogliono o si aspettano gli altri.

    Così, andare a trovare un cugino che ha messo su famiglia a Los Angeles diventa solo l'ultima tappa di un viaggio di tre settimane negli Stati Uniti.

    Perché alienarsi in una megalopoli infinita, quando l'America è nelle tue coordinate mentali? Certo, da questo viaggio mancherà il rock, però dentro ci ho messo un bel po' di sport. Per la casa di Elvis, facciamo la prossima volta.

    Fai ciò che ti piace, suggerisce chi ti ha amato davvero, e in qualche modo ti ama ancora. E io so cosa mi piace, anche se non ho più chi mi ama. E, pensandoci bene, neanche me stesso.

    Per farla breve. Il 5 marzo sarò a Boston, per Boston Celtics-Detroit Pistons. Partita di stagione regolare Nba, che con molte probabilità sarà anche la finale della Eastern Conference.

    Chi è cresciuto con la Nba degli anni '80 poteva tifare solo per tre squadre: Los Angeles Lekers, Philadelphia 76ers e Boston. Io ho preso i Celtics di Bird. E, in questi anni di declino, ho ripiegato su Detroit, che negli ultimi tempi ha vinto un titolo e un paio forse li ha buttati.

    Dunque, non potevo chiedere nulla di meglio. E ,una volta scoperto che a marzo era in programma una partita del genere, tutto il viaggio è stato costruito intorno a questa data. I 300 dollari meglio spesi nella mia vita.

    Già che ci sono, due giorni dopo farò un salto a Springfield, alla Hall of Fame del Basket, il museo che raccoglie i cimeli dei migliori giocatori del mondo. Loro ci entrano dopo le attente valutazioni di una giuria di esperti. I turisti, pagando il biglietto. Probabilmente un'americanata. Vado a giudicare.

    E per non farmi mancare niente, tre giorni dopo si vola nel freddo dell'Ohio (non che a Boston le temperature siano più tiepide). A Canton, si è giocata la prima partita di football americano della storia. E proprio Canton ospita la Hall of Fame del football. Altra americanta, lo so. Preferisco perseverare.

    A quel punto si scende nel deserto della California. Per guardare il panorama e parlare con se stessi. A cercarsi. Ma è solo un luogo comune e retorico. Non sarà così. Perché non si cambia. E tre settimane sono solo dolore diluito. Ma questa è un'altra storia.

    pensato da: eric7 alle ore 00:01 | link | commenti (1)
    categorie: palle, arance, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa
    domenica, 17 febbraio 2008

    Tengo famiglia

    Sette milioni di dollari l'anno per tre anni? "No grazie. Ho una famiglia da sfamare". Quando Latrell Sprewell, nel 2004, rifiutò la nuova estensione salariale propostagli dai Minnesota Timberwolves (che di fatto gli dimezzavano lo stipendio), era certo di trovare un altro datore di lavoro nella Nba, sicuramente più munifico. Il suo agente rincarò la dose.

    Se non ci fossero state altre offerte, "meglio ritirarsi che giocare al minimo salariale", che equivaleva a un milione, praticamente "uno schiaffo" al proprio assistito. I due si misero in attesa dell'ultimo giorno utile del mercato 2005-06, aspettando qualche squadra "disperata". Che non si è mai fatta sentire. O forse nessuna è mai stata così disperata.

    Soldi meritati, per gli standard Nba. Forse un po' meno per uno che andava verso i 34 anni. Però, ali piccole come "Spree" ce ne sono state poche a cavallo di fine secolo. Bravo difensore, attento a rubare palla e concludere in contropiede, bel tiratore. Uno che accendeva e spegneva, come si suol dire. Irresistibile quando accendeva. Detestabile quando attivava l'interruttore con scritto "off".

    Nel dicembre del 97, quando mise le mano al collo del suo allenatore di allora, PJ Carlesimo, che lo aveva invitato a "mettere più mostarda" nei passaggi durante un allenamento, non sapeva che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe giocato a basket fino al gennaio '99. "Non sono in vena per un trattamento del genere", disse Sprewell. Il coach fece per avvicinarsi e lui lo minacciò di morte, prima di saltargli addosso.

    Forse se la sarebbe anche cavata, se venti minuti dopo essersene andato negli spogliatoi, non fosse tornato sui suoi passi, deciso a completare l'opera. Per la seconda volta, lo fermarono i compagni di squadra, mentre per una quindicina di secondi tenne le mani unite intorno alla giugulare del coach. "Non lo stavo strangolando", disse poi. "Voglio dire, era in grado di respirare".

    Ci pensò pure la Nba a fermarlo. Espulsione dalla lega, che divenne poi squalifica di 64 partite. I Golden State Warriors, in cui giocava, si sentirono sollevati, quando riuscirono a mandarlo a New York. Con i Knicks si mostrò un'altra persona. Un po' come l'Alex di Arancia Meccanica, dopo la cura Ludovico Van. Cinque anni ad alti livelli, con una serie finale persa nel '99 contro San Antonio, in cui Spree giocò da Dio: 26 punti di media, 35 e 10 rimbalzi nell'ultima partita. Nel 2003, il trasferimento a Minnesota.

    Quando disse di no al rinnovo contrattuale, non sapeva che nella Nba non ci avrebbe messo più piede. Né la prese bene. Considerando le tre fucilate (sparate in aria), che ancora echeggiano nelle orecchie di quei due giornalisti andati a trovarlo per sapere come se la stesse passando, da disoccupato. Tanto per non restare con le mani in mano, nel frattempo Sprewell è stato accusato anche di violenza domestica nei confronti della sua compagna e di violenza sessuale nei confronti di una ragazza. Anni prima, qualche problemino con il codice della strada. Roba all'ordine del giorno, purtroppo, per gli sportivi americani.

    Quando nei giorni scorsi gli hanno pignorato la casa di Milwakee, dopo che tempo fa era stato messo sotto sequestro e poi messo all'asta lo yacht italiano da un milione e mezzo, Spree forse avrà pensato che il pezzo di carta giusto da firmare fosse quello con la cifra 21 milioni di dollari per tre anni, e non quel mutuo da 2.500 dollari che non è in grado di pagare da settembre.

    Qualcuno lo ha chiamato per conoscere i dettagli. Ma al momento Sprewell non risponde al cellulare. Figurarsi se uno volesse sapere come si fa a buttare via il talento. L'esperienza suggerisce di non andare a chiedere di persona.

    pensato da: eric7 alle ore 23:03 | link | commenti (1)
    categorie: palle, arance, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano, fantasisti
    venerdì, 15 febbraio 2008

    Post sul post-San Valentino. Dello sport

    Anticipare un avversario in uscita e poi venire abbattuto. Rialzarsi, darsi la mano e fare finta di niente. E poi dire: "Cazzo che botta".

    Palleggiare, tirare a canestro, ginocchia piegate e difesa. Uscire dal campo di basket coi polmoni spaccati dalla fatica.

    Impiccare il quadricipite su una salita e scoprire che Roma non è città per andare in bici.

    Sapere tenere a malapena in mano una racchetta e ammirare quanti punti può fare chi ti sta di fronte, mentre tu hai un black out mentale. Meglio ripiegare su intere giornate di ping pong...

    Nuotare, nuotare, nuotare. Andare lontano, anche se non hai il fisico.

    Ma anche...

    Il tacco di Bettega per Paolo Rossi: Italia-Argentina 1-0 del 1978.

    Il tiro di Michael Jordan a sei secondi dalla fine contro Utah nel '98.

    Italia-Ungheria di pallanuoto nel 1978: un pareggio che valeva il titolo mondiale.

    Mennea a Mosca sui 200: l'eco dei televisori sintonizzati sullo stesso canale in tutto il campeggio.

    Bubka e Vigneron al Golden Gala di Roma: 3 record mondiali in un'ora.

    La prima vittoria di Alberto Tomba al Setriere. Aveva il numero 25. Ero a casa malato.

    La rimonta di Joe Montana nel Super Bowl dell'89: 82 yards, 8 lanci completati su 9 e touchdown a 34 secondi dalla fine. Erano le 4 del mattino. Il giorno dopo, 4 all'interrogazione di chimica.

    Svegliarsi prima dell'alba per vedere i match di un animale chiamato Tyson.

    Italia-Brasile del 1982. Una delle ragione per cui vale aver vissuto. Sportivamente parlando.

    Francesco Moser. Il motivo per cui imposi ai miei di chiamare mio fratello Francesco. Anche se nelle prime ore di vita, in clinica, si chiamava Cristian.

    La dinale di Coppa Davis Italia-Cile del 1976: non sapevo chi fosse un certo Pinochet.

    Pantani sull'Alpe d'Huez. E non una volta.

    Roma-Dundee United, semifinale di Coppa dei Campioni, 25 aprile 1984: quando tu e 11 giocatori che non conoscevi potevate avere un sogno comune.

    Gilles Villeneuve. In ogni corsa.

    Vedere per la prima volta il verde-campo dello stadio Olimpico. In televisione non verrà mai così...

    Volevo raccontare perché si ama lo sport. Non finirei mai di descrivere i volti di un amore.
    pensato da: eric7 alle ore 00:09 | link | commenti (1)
    categorie: palle, arance, quattroruote, dueruote, ovali, tempo scaduto, finte e controfinte, lanci salti corse
    mercoledì, 09 gennaio 2008

    Buon compleanno, Eric

    Tifare Roma e festeggiare il compleanno insieme alla Lazio. Per un periodo, il più fulgido dei biancocelesti, farlo insieme anche al suo presidente, Sergio Cragnotti. Che mi stava pure simpatico, a pelle, per la condivisione del giorno di nascita e perché m'ero convinto che somigliasse a mio padre. Se solo mio padre avesse fatto la sua vita borghese, e non quella di chi tirava la carretta dall'alba.

    Insomma, a un romanista, punizione peggiore per l'essere nato il 9 gennaio non poteva capitare. Soprattutto negli anni in cui la Lazio è stata in auge. Che, essendo troppo piccolo per ricordare il 1974 (avevo tre anni, ma mia madre racconta che andavo in giro per casa urlando "Chinaglia gol!". Non proprio una bella cosa per un futuro tifoso giallorosso), sono stati fortunatamente pochi, in pratica solo quelli in chiusura di millennio.

    Anche se il calendario di Wikipedia lo dimentica, c'è un altra nobile nascita in questo giorno, Dan Peterson. Un'istituzione per chi è cresciuto con le sue telecronache della Nba. Ha raccontato il gioco e spiegato la cultura americana. Mio padre odiava Dan Peterson, gli urli e le iperboli, giudicandolo "demenziale". Lui, non so perché, ha sempre preferito le telecronache in undestatement, all'inglese, insomma.

    Ascoltare Peterson è ancora uno spasso, nonostante i 72 anni e la marea di volte in cui ripete sempre lo stesso concetto o dà valutazioni tecniche sbagliate su un giocatore. O consiglia la zona 1-3-1, per recuperare una partita. Solo perché quando la introdusse lui in Italia 30 anni fa, gli avversari diventavano matti. Sì, è un po' come parlare col nonnetto un po' svagato. Un nonnetto con esperienza.

    Capricorni, gente tosta. A scorrere la lista di Wikipedia dei nati il 9 gennaio (ci ho passato mezza giornata), ci sono molti centrocampisti, attaccanti che si rimboccavano le maniche, qualche allenatore, sprazzi di fantasia, rare stelle. Insomma, persone di sostanza. Per fortuna, pure qualche romanista, seppure non indimenticabile.

    Panchine
    Miguel Muñoz.
    Allenatore e commissario tecnico della Spagna. Vincente col Real Madrid, in Nazionale è stato il primo di una serie selezionatori schiacciati dal peso di una squadra con ottimi elementi ma mai vincente. Lo ricordo vecchietto e bianco e con la faccia pensosa.

    Alberto Cavasin. A cercarlo bene, c'era pure nelle figurine di noi ragazzini degli anni 80. Ma è in panchina che ha dato il suo meglio, specializzandosi in salvezze. Squadre corte, pressing, ottima organizzazione tattica, ma per lo spettacolo rivolgersi altrove.

    Una vita da mediano
    Gennaro Gattuso.
    Sangue di Calabria, rinforzato a dosi di calcio scozzese. Duro, irascibile, mai cattivo. Unico il suo rapporto col pallone: lo sradica dai piedi avversari (non facendo caso se insieme viene via anche una caviglia), se ne libera al più presto cedendolo ai compagni con piedi più educati, ma fenomenale nel palleggiarlo di testa come una foca, come neanche Maradona. Vorrei che un giorno raccontasse, sinceramente, cosa ha pensato quando Berlusconi (che non gradiva il suo taglio di capelli) gli chiese sarcastico (e offensivo) se il suo barbiere stesse a Sesto San Giovanni.

    Daniele Conti. Figlio del brasiliano di Nettuno, dal padre ha ereditato solo la capigliatura. Tecnica sufficiente, regia decente e tanto agonismo, non ce l'ha fatta nella Roma, ma il suo spazio in Serie A al Cagliari è assicurato. Come l'abbonamento ai cartellini gialli. La scorsa stagione, 14 ammonizioni in 30 partite. Anche quest'anno promette bene: 7 in 16.

    Daniele De Vezze. Nato e cresciuto nella Roma, è un altro di quelli che si guadagnano il pane con la grinta. E che viaggiano col bagaglio leggero. A settembre qui, a gennaio lì, a giugno da un'altra parte. In 10 stagioni ha cambiato 13 maglie di 10 squadre diverse.

    Antonio Sabato. Piedi un pochino più nobili, buona corsa, si fece anche tre anni di Inter (82-85). I migliori ricordi li lascia a Catanzaro (80-82) e a Torino (85-89). Ma soprattutto a 90° minuto. Indimenticabile la descrizione di un'azione dell'altrettanto indimenticabile Cesare Castellotti, che snocciolò una serie di passaggi: "giocatore 1-Sabato-Trippa". Voleva dire Crippa. Ma sotto sotto non sembrava un lapsus.

    Oh, oh, oh, che centrattacco
    Claudio Paul Caniggia. Del calciatore aveva solo la velocità, e veniva sfuttato solo per quello, in chilometrici contropiede. Come un cane a cui lanci la palla. Nella storia entra per un gol dopo 50 metri palla al piede in una semifinale di Coppa Italia Roma-Milan e per un vizietto. Verona, Bergamo, Roma: in ognuna delle città in cui ha giocato, il suo nome è stato accostato a notti a base di cocaina. Poi c'è il gol all'Italia nella semifinale di Italia 90, ma non ricordatelo a Zenga e Vicini.

    Yannick Stopyra. A me ricordava Michael J Fox. Agile attaccante della Francia anni 80, segnò un gol contro l'Italia ai Mondiali del Messico, eliminandoci.

    Savio. Finalmente un po' di tecnica. Centrocampista offensivo mancino dai piedi buoni, ha anche giocato cinque anni nel Real Madrid, senza lasciare grosse tracce. A 34 anni, è ancora in Spagna ed entra di diritto tra i talenti sprecati.
     
    Iain Dowie. Irlandese sdentato, con qualche difetto di parola, tipico centravanti britannico dal gran fisico, colpitore di testa, tecnica da dimenticare. Ora allena. Negli anni 90 ha girato un po' di squadre di Premier League. Il segno lo hanno lasciato i suoi gomiti. Sugli avversari.

    Euzebiusz Smolarek. Figlio d'arte, il padre ha giocato due Mondiali nella Polonia anni 80, più gregario che centravanti di sfondamento. Segna più del genitore, ma non troppo. Ha 27 anni e una Coppa del Mondo alle spalle, ma non credo proprio che entrerà nella storia del calcio.

    Stelle e strisce
    Bart Starr.
    Finalmente una stella, di nome e di fatto. Primo quarterback dell'era moderna, vincitore dei primi due Super Bowl della storia con la maglia dei Green Bay Packers. E' al numero 41 nella lista dei migliori 100 del gioco. Le sue reliquie sportive sono visitabili alla Hall of Fame del football di Canton in Ohio. Per gli amanti dei Simpson, in una puntata Homer diventa allenatore della squadra dei ragazzi e fa giocare suo figlio quarterback titolare. La puntata, naturalmente, si intitola "Bart Star".

    Muggsy Bogues. Di nome faceva Tyrone Curtis Bogues, ma tutto il pianeta lo conosce come Muggsy. E soprattutto come il cestista più basso della storia della Nba: 160 centimetri. Per questo forse anche i non sportivi lo ricorderanno: era nel film Space Jam, in compagnia di altri più nobili colleghi.

    M. L. Carr. Per fortuna di un tifoso dei Boston Celtics, c'è anche uno dei verdi che mi hanno fatto innamorare della Nba negli anni 80. Buon difensore e bravo a rubar palla, è il classico comprimario che a Boston amano. Un po' meno, se pensano alla sua carriera di allenatore. Perse il posto dopo aver chiuso una stagione con 15 vittore e 67 sconfitte. Il peggior record nella storia dei Celtics. Comunque, un modo per non farsi dimenticare.

    pensato da: eric7 alle ore 19:55 | link | commenti (5)
    categorie: palle, arance, stellestrisce, colpi di testa, finte e controfinte, giochi di mano
    venerdì, 04 gennaio 2008

    Dall'Iowa con onore

    Strana roba le elezioni americane. Se vuoi votare, devi registrarti in anticipo. Se vuoi arrivare ad attaccare l'Iraq, devi passare dalle convention, ma prima ancora dalle primarie o dai caucus. Che sono una sorta di riunione di condominio (per i democratici. Perché invece i repubblicani partecipano a un'assemblea e poi mettono in un cappello il foglietto col nome del proprio candidato), dove gli attivisti si distribuiscono a gruppetti in una stanza, spostandosi anche da un candidato all'altro, fino a stabilire il numero di delegati per ognuno attraverso calcoli matematici più complessi dello "scorporo" della nostra vecchia legge elettorale. E qui, il solito quesito sugli Usa: esempio di democrazia che parte sempre dal basso o solito inganno?
     
    In tutto questo, non stupisce che Des Moine, la capitale dell'Iowa, stato da cui parte la corsa alle presidenziali, raccolga gente di ogni tipo, tra chi fa pubblicità al proprio candidato e chi sollecita i rappresentanti dei candidati sugli argomenti più disparati. Un po' più strano il fatto che, intabarrato come una befana, si sia fatto sotto anche un nero che non poteva passare inosservato: 231 centimetri d'altezza e poco più largo di uno stuzzicadenti.

    Si tratta di Manute Bol, eroe della fantasia di tutti quelli che negli anni '80 si sono appassionati al basket Nba. Svernò anche a Forlì, nel 1996, mettendo insieme due partite sul parquet e una sfilata di moda in passerella, prima di essere costretto al ritiro dai reumatismi.

    Manute ha 45 anni ed è un guerriero sudanese Dinka, di nobile discendenza. Si dice che avesse ucciso un leone con una lancia (alcuni sostengono a mani nude) e comprato una moglie in cambio di 5 mucche (alcune fonti dicono 80). Arrivò a 18 anni negli Usa e riuscì a passare tra i professionisti, sebbene all'universitò avesse cattivi voti in inglese (qualcuno dice che non sapesse proprio né leggere né scrivere).

    Ieri era a Des Moines per sensibilizzare i candidati democratici sulla tragedia del Darfur. Si calcola che Manute abbia devoluto almeno tre milioni e mezzo di dollari dei suoi guadagni alla causa dell'esercito popolare di liberazione del Sudan, altri spiccioli, invece li ha persi in due locali di amici che hanno fatto bancarotta.

    Per sostenere il suo popolo, si è messo a raccogliere soldi in beneficienza. Ha affrontato un'esibizione pugilistica televisiva contro un ex giocatore di football, noto per il fisico imponente e non proprio atletico (era detto "The Refrigerator"), ha fatto il fantino e pure il portiere di hockey.

    Nel suo paese, dilaniato dalla guerra civile e dagli scontri etnici, si è sempre rimboccato le maniche. Il rifiuto di convertirsi all'Islam gli ha procurato il sequestro del passaporto e poi un complicato esilio al Cairo, da dove con enormi difficoltà è riuscito a tornare negli Stati Uniti. Qui (rimessosi in piedi dopo essere stato investito da un tassista ubriaco), continua la sua opera di sensibilizzazione, qualcuno lo ha definito una sorta di ambasciatore di pace del suo paese dilaniato dalla guerra e dallo scarso interesse internazionale (In questo video, il match di boxe, ma soprattutto il suo impegno umanitario).

    Noi lo ricordiamo perché è stato il cestista più alto a giocare nella Nba (anche se pare sia stato superato di qualche millimetro dal romeno Muresan), soprattutto con la maglia dei Washington Bullets, che per un anno si trasformarono in una specie di circo cestistico. Nella stessa stagione, infatti, scelsero dall'università i 231 centimetri di Manute Bol e i 160 (scarsi) di Muggsy Bogues, il più basso della storia nella lega americana (eccoli uno accanto all'altro).

    In 10 stagioni nella Nba, il principe sudanese ha giocato in quattro squadre, che se lo sono scambiato più come un regalo di Natale non gradito che come un elemento tecnico in grado di spostare gli equilibri di un team. Con la sua altezza poteva schiacciare solo mettendosi in punta di piedi, invece ha concluso la carriera pro con una percentuale di circa il 40%. Però, con i suoi centimetri, intimidiva gli avversari. Una volta stopppò quattro conclusioni a canestro nel corso della stessa azione. Detiene un record imbattibile: è l'unico giocatore della Nba ad aver messo insieme più stoppate che punti (2.086 contro 1.599).

    "La sua carriera Nba - racconta il mitico Federico Buffa nel suo Black Jesus, inserendolo fra i giocatori paradossalmente e inevitabilmente più indimenticabili della storia - è stata gravemente condizionata dal fatto che una mattina arrivò a un allenamento convinto che il suo meglio lo avrebbe fatto da dietro la linea da tre punti. Nessuno è più riuscito a convincerlo del contrario".

    Qualcuno, invece, dice che l'idea fu del coach di Golden State (allora come oggi), Don Nelson, secondo cui un uomo di quell'altezza era praticamente immarcabile dalla linea dei tre punti. Manute lo prese sul serio. E cominciò a sparare da tutte le posizioni, con risultati mediamente mediocri. Una volta, però, mise sei bombe in solo un quarto di gioco. Per i tifosi, che si divertivano a incitarlo a tirare ogni volta che aveva la palla in mano, era una festa.

    "Manute Bol è così magro che per risparmiare i soldi delle trasferte la squadra può faxarlo da città a città", disse una volta Woody Allen.

    Manute Bol, uno che non è mai passato inosservato. Un po' ingenuo, un po' fenomeno da baraccone, Uno di cui non fare a meno.

    pensato da: eric7 alle ore 09:26 | link | commenti (2)
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    venerdì, 07 dicembre 2007

    Avete mai visto uno svedese giocare a basket?

    Ora, perché in ogni scuola di Stoccolma (o almeno in quella decina che ho visto) ci sia un campo di basket, proprio non lo so.

    La Svezia ha regalato allo sport mondiale fior di campioni. Ma non nella pallacanestro. Lì vanno un po' meglio Finlandia (Hanno Mottola, due anni ad Atlanta nella Nba, o Petteri Koponen, 30a scelta questa estate, ma poi tornato in Europa) e Danimarca (il tatuato Michael Andersen e il talentuoso Christian Drejer nel campionato italiano). Addirittura l'Islanda, con quello Stefansson che gioca a Roma, e prima è stato tra i pro Usa.

    Nel tennis degli anni '70, un giorno venne Björn Borg, a fare il tergicristallo da fondo campo. Nonostante questo, vinse cinque titoli consecutivi sull'erba di Wimbledon, come se si trovasse sulla terra battuta. Un mistero tecnico che rimarrà inspiegabile finché gli uomini terranno in mano una racchetta. Poi decise di dire addio a 26 anni, quando normalmente si entra nella maturità sportiva. Nel mentre, si era portato via anche sei titoli del Roland Garros. Dopo arrivò qualche problema con la droga e il matrimonio con Loredana Bertè. Due che con la testa non c'erano mica tanto. Match Svezia-Calabria finito male. Tentativi di suicidio compresi.

    Ci fu Mats Wilander, che incantò trionfando al Roland Garros prima di compiere 18 anni. Un regolarista cristallino, degno erede di Borg, si pensò. Pure lui mollò presto. Ben diverso Stefan Edberg. Almeno nello stile. Servizio, corsa a rete a chiudere in volée. Eleganza, carattere sin troppo tranquillo, e qualche vittoria meno di quanto avrebbe potuto. Ma la concorrenza tra fine anni '80 e inizio '90 era davvero straordinaria.

    Prima che Alberto Tomba portasse la sua sciata cittadina e caciarona, tutta classe e potenza, lo sci era stato dominato dall'aristocratico self control di Ingmar Stenmark, tuttora detentore del maggior numero di vittorie in Coppa del mondo: 86. Dove c'è neve ci sono gli svedesi, come nello sci di fondo o nel salto dal trampolino. Per non parlare dell'hockey, dove giocano anche negli Usa.

    Nell'atletica Patrick Sjöberg ha segnato un'epoca, stabilendo anche il record del mondo di salto in alto a 2.42. Karolina Kluft è una splendida eptatleta, campionessa mondiale e olimpica. Tralascio l'automobilismo e chissà quanti altri ne dimentico. Però, nessun giocatore di basket.

    A meno che non vogliano dare la cittadinanza svedese a Scottie Pippen. Il fido scudiero di Michael Jordan agli Chicago Bulls (e straordinario difensore), a tre anni dal ritiro, tornerà sul parquet per giocare una partita di pallacanestro. L'11 gennaio del 2008, con la maglia degli sconosciuti Sundsvall Dragons.

    PS: E poi sfatiamolo il mito vichingo. Non è che col mio metro e settantatre sfigurassi in mezzo agli svedesi. Forse è solo per questo che non si è mai visto uno svedese giocare a basket.

    pensato da: eric7 alle ore 22:42 | link | commenti (2)
    categorie: palle, arance, pallacorda, tempo scaduto, colpi di testa, finte e controfinte, fantasisti, lanci salti corse