Nei primi due anni di elementari non ero quello che si definiva un bambino agile. Non che fossi grasso, ero solo legnoso. Inabile a muovermi con scioltezza in qualunque attività fisica. C'è voluta un po' di piscina per slegarmi e permettermi di giocare a pallone, e non solo, come e magari meglio degli altri.
Dopo pranzo le suore ci concedevano un po' di libertà. Per noi maschietti si trattava di giocare a pallone. Vista la scarsa mobilità, mi appostavo davanti alla porta avversaria, segnando sempre di rapina. Un tocco da pochi passi e gol. In gergo calcistico lo chiamano opportunismo. Una parola che ho incominciato ad apprezzare molto presto e in cui, trant'anni dopo, posso dire di essermi cullato con eccessiva nonchalance.
Tornando al calcio vero, diciamo che vedevo in Paolo Rossi un esempio assai influente. Fatto sta, che a fine anno scolastico, me ne uscii coi compagni di scuola, autoeleggendomi capocannoniere della 2a elementare. La cosa provocò qualche reazione degli altri, zittiti però dall'elenco e dalla descrizione dettagliata di ogni rete segnata negli ultimi mesi. Acquistata scioltezza, crescendo scelsi altri modelli che non fossero Pablito, prima di finire per scelta a fare il portiere.
L'infantile dedizione con cui negli ultimi Romario ha contato tutti i gol della sua carriera, andando a rispolverare anche partite sfuggite agli almanacchi, con l'obiettivo di raggiungere le 1.000 reti segnate da Pelé, mi ha ricordato i tempi delle elementari.
Ora, a 42 anni e dopo circa 25 stagioni, 1002 gol e una Coppa del Mondo, il "Baixinho" si è finalmente rititrato.
Ma ancora non ho capito chi sia stato davvero. Un prodigio capace di sparire, ricomparire e segnare con la palla attaccata ai piedi. O solo un uomo dall'ego molto più smisurato del suo già enorme culo. Lui era una sorta di eresia, per il calcio europeo. Un tappo, tendente all'ingrasso cicciotto e col baricentro più basso mai visto sui campi di gioco, antitesi del football atletico, roba che in confronto a lui Maradona era un decathleta. Eppure rapidissimo e potente, e con la capacità di creare un tocco di palla diverso per ogni centimetro del suo piede.
A me sembra straordinario. Ma non saprei dove piazzarlo in un'ipotetica classifica. Forse è solo perché Romario appartiene a un strano periodo della memoria di alcuni di noi. La fase di mezzo. Non è troppo lontano nel tempo per essere mitizzato come gli eroi dell'infanzia e dell'adolescenza. Ma neanche è troppo vicino per avvicinarlo ai Cristiano Ronaldo e ai Messi che al suo confronto sembrano e sono già dei fenomeni e per di più con una vita davanti. Insomma, è come se Romario fosse ancora cronaca, non ancora storia.
Però mi piace ricordarlo (che è anche un modo per capirlo) con le parole di Carmelo Bene, in una paradossale chiacchierata fra sport e cinema, tempo e spazio, con Enrico Ghezzi, "Discorso su due piedi".
Perché Romario è il più grande? Perché è capace di una cosa, del quid che più conta: l'immediato. E' capace dell'immediato... Nemmeno gli avversari la vedono la palla con Romario. Dove passi la palla, i centrali, i difensori, non lo vedono... Questo è l'immediato di Romario: quando sull'1-2 segna, bruciante al limite dell'area, lì siamo nell'immediato... non è più l'azione... E' fermo. E' immobile.
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