Zdenek Zeman e i tutti i profeti del pressing affermano che prima ti aggredisco e prima torno in possesso della palla. E se ti aggredisco mentre tu cominci l'azione, vicino alla tua porta, quando ti tolgo la palla, ho molte più possiblità di far gol; neanche mi sarò stancato tanto col pallone fra i piedi. In più, se ti aggredisco vicino alla tua porta, ti terrò lontano dalla mia, riducendo il rischio di subire una segnatura.
Una bella lezione per il catenacciaro calcio italiano, in cui ci si arroccava in difesa, serrati per la bufera, pronti a colpire al primo squarcio fra le nuvole con un contropiede, fantastico, di 80 metri. Questa era la lezione, impartita decennio accademico dopo decennio, da Gianni Brera, maestro di penna e antropologo delle genti calcianti.
Almeno fino a quando, con una intuizione visionaria, Berlusconi non mise Arrigo Sacchi sulla panchina del Milan, nell'87. E la storia del nostro calcio cambiò (purtroppo, di intuizioni ne vennero altre, come "la discesa in campo")...
Una volta mi hanno detto che sono un bravo stratega. Credo abbiano ragione. Penso sia frutto della determinazione, della lucidità, della capacità di analisi degli elementi in gioco. Valuto mosse e contromosse, sfrondo, elaboro e individuo l'obiettivo da raggiungere. Però non mi fate fare anche il tattico, perchè potrei scegliere strade tortuose. Sono un teorico dell'attesa e, finchè non ho il numero di truppe sufficiente da far rientrare fra le possibili perdite, non attacco. Ma, se lo faccio, sono dolori. Anche per me.
Se parto lancia in resta, tutto diventa scivoloso e poco prevedibile, a meno che non rientri nella strategia (anche se talvolta uno se la racconta così, mentre invece ha mosso un casino ingestibile). Non so se considerarmi uno da pressing o un catenacciaro, forse un discepolo della ragnatela a zona di Liedholm: io tengo la palla, che corre in una fitta ragnatela di passaggi, tu corri invano e alla fine, grazie alla mia tecnica, vado in rete. "Se il pallone ce l'ho io, non ce l'hanno gli altri".