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    mercoledì, 19 marzo 2008

    Five Little Monkeys Jumping on the Bed (ovvero, tanto per non titolare sul derby romano)

    Dopo due settimane negli Usa, ho capito cos'è davvero il jet-lag. Il problema di vedere una partita di Serie A con 8 fusi orari di differenza è che dopo non puoi smaltire la delusione, andandotene a letto. Figurarsi il derby romano. Figurarsi se è un derby perso nel tempo di recupero.

    I Mondiali a volte ci hanno abituato a incontri alle 8 di mattina (Giappone e Corea) o in piena notte (Messico), però una partita di campionato è diversa. Sai che in Italia è sera, e che dopo le chiacchiere televisive si va a nanna.
    Invece, se stai a Los Angeles, sono le 3 del pomeriggio e ti tocca vivere tutto il resto della giornata in una sorta di ipnosi straniata, con un loop mentale del tiro di Behrami che finisce in rete.

    Risultato giusto, intendiamoci. Meglio la Lazio, tatticamente e per determinazione. La Roma dimostra superiorità tecnica quando finalmente trova spazio nel pressing biancazzurro. Ma dura poco e rimane spesso in potenza. E poi i giallorossi avevano già dato (anzi avuto), anni fa, con l'autogol di Negro. Il gollonzo di Taddei è un sogno quasi incoffessabile da veder segnare in un derby, un rimpallo che finisce morbido a dare una mano di velluto all'angolino destro di Ballotta. Ma stavolta era davvero troppo, anche per questa Lazio.

    I tre del divano di Los Angeles abbandonano la partita alla spicciolata. Alex fugge al lavoro sul 2-2, dopo essersi già preso mezzora di permesso. Gli do la notizia, pronunciando la sola parola "Behrami", mentre sta dando gas al suo scooterone. Pierpaolo fugge silenziosamente al fischio finale. Io, dopo il 3-2, abbandono il mio posto sulla moquette. Mi aspetta un pomeriggio da baby-sitter. Intrattengo il piccolo Marco, di due anni, con cartoni didattici americani e filastrocche in inglese. Intrattengo lui, e distraggo me. E canto: "Five Little Monkeys Jumping on the Bed". E Behrami è un po' più lontano.

    pensato da: eric7 alle ore 23:17 | link | commenti (8)
    categorie: in viaggio, palle, tempo scaduto, stellestrisce
    domenica, 16 marzo 2008

    Dialoghi da un pissoir

    "Hai trovato il giocatore che ti interessava?". La domanda è innocente, e comprensibile, visto che siamo alla Hall of Fame del football. Lo è di meno il contesto. Due uomini, uno accanto all'altro davanti a un orinatoio. Sì, richiudevo giusto la patta dei jeans, quando il signore, invece di rimanere concentrato sulla sua attività, si rivolge a me.

    Paul Watzlawick in "America, istruzioni per l'uso" racconta con leggera ironia e comprensione gli Stati Uniti a chi ci mette piede per la prima volta. Tra le curiosità, il fatto che gli americani non riescano a fare a meno di attaccare bottone con gli sconosciuti. Non accettano che due estranei possano condividere uno spazio in comune senza comunicare. Finora, tra pulmann e aerei, ero sempre riuscito ad alzare un muro, e tutto sommato non mi stupisco che accada anche in un bagno.

    Si tratta di uno degli assistenti di sala, il suo lavoro è spiegare, illustrare, insomma rendere il più piacevole possibile la mia permanenza. Da quello che ho visto alla Hall of Fame del basket, e a giudicare dal passo e dai capelli bianchi, si tratta di pensionati che arrotondano.

    A differenza di Springfield, i video che spiegano la storia del gioco sono in americano stretto. Ma la pallacanestro è uno sport globalizzato, e cerca di farsi capire da quanto più pubblico possibile. Anche qui ci sono i cimeli: palloni e divise con addosso un secolo di vita, biglietti, caschi e anche un bidone di Gatorade.

    Se il basket è divenuto cosa dei neri (almeno quello praticato), coi suoi ritmi jazz, ora sempre più hip hop, alla Hall of Fame del football si respira tutto l'epos e la retorica che gli americani hanno affidato a questo sport. Così, giocatori/allenatori/presidenti che ogni anno vengono imbarcati su questa arca della gloria sportiva vengono addirittura ricordati con un busto.

    Sono le sole sedici partite di campionato, i playoff e il Super Bowl a eliminazione diretta che rendono il football perfetto per essere raccontato come una epopea. C'è The Catch, la ricezione che cambia la storia, c'è The Perfect Season o The Perfect Game, The ice bowl (finale giocata a 30 sotto zero). Un mito nato in provincia e poi, con il professionismo, spostatosi in città. Lo sport inteso come spettacolo (o come circo, a seconda dei punti di vista) prevede infatti che si giochi lì dove c'è pubblico.

    Incontro ancora l'assistente di sala. Stavolta mi racconta del suo viaggio in Italia, nel 1963. Annuisco e svicolo. La terza voltra che ci incrociamo gli sorrido e vado a spendere qualche dollaro nel negozio del museo: un paio di magliette per i giorni in cui starò in California.

    All'uscita, giro a largo rispetto alla biglietteria. Devo evitare la signora della segreteria. All'entrata, appena ha sentito che ero italiano, m'è venuta incontro a parlare delle sue vacanze a Firenze, Roma e Positano. Ora che ci penso, potrebbe essere la moglie del signore del piano di sopra. Esco velocemente. Prima che qualcun altro mi descriva il suo viaggio di nozze nel Bel Paese, corro ad aspettare il taxi in mezzo ai cumuli di neve.

    Siccome c'erano dei lavori in alcune sale, ho ricevuto un ingresso gratuito per rifare la visita completa nei prossimi mesi. Non si sa mai che mi trovi a ripassare da queste parti.

    pensato da: eric7 alle ore 17:15 | link | commenti (2)
    categorie: maestri, culture, palle, ovali, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano
    martedì, 11 marzo 2008

    Metti un sabato sera al Madison Square Garden

    Al Madison Square Garden ricordano agli spettatori che possono essere espulsi dal palazzo per gesti o linguaggio osceno. New York non è Boston, dunque. Però puoi entrare con lo zaino in spalla, dopo una perquisizione assai sommaria. Ma senza bottiglietta, ti venisse voglia di lanciarla in campo. Ogni bevanda si compra dentro, rigorosamente senza tappo. Come negli stadi italiani.

    A differenza degli stadi italiani, la gente si alza e va a fare rifornimento di birra, pizza e panini, e lascia giacche e cappotti sulla sedia (poltroncine, non gradinate), anche se sta via un quarto d'ora. E questo succede tre o quattro volte a partita.

    Ora immaginate di avere il posto numero 1 della fila e moltiplicate per cinque o sei persone che la occupano con voi, ed ecco che a forza di farli passare avete smaltito la cena. Sì, perché ti alzi per agevolare il passaggio come da noi a teatro, neanche al cinema, figuarsi allo stadio, dove devi muoverti un po' come un equilibrista e un po' come tarzan. E qui si alza anche il tipo più truce.

    Per fortuna, sabato sera al Garden, eravamo pochi. I New York Knicks, l'orgoglio di questa città (insieme agli Yankees, naturalmente), sono una squadra derelitta. Tanto talento, poca testa, molto ego e troppi infortuni, e un allenatore che i giocatori non stanno a sentire quando parla, quell'Isiah Thomas, staordinario playmaker tra gli anni 80 e i 90.

    La partita contro Portland non entra nella storia della pallacanestro. Anche se, neanche loro sanno come, i Knicks la allungano fino ai supplementari. Poi i Blazers, altro gruppo dal talento giovane ed esagerato, porta a casa un prevedibile successo, dopo aver troppo scherzato. Almeno, però, potrò dire di aver assistito al career high di Nate Robinson, 45 punti per il nanerottolo di 1.75 che nel 2006 vinse la gara delle schiacciate. 

    E dire che ero andato al Madison Square Garden solo a fare un po' di foto. Poi, quando ho visto che c'erano i Knicks, sono stato calamitato dal botteghino, "accontentandomi" di un biglietto da 78 dollari. Un po' in alto, ma quasi quasi vedo meglio questa partita di quella di Boston. In seconda fila, sei praticamente in campo. Certo, vedi il sudore sulla fronte dei giocatori, ma ti perdi lo sviluppo del gioco.

    Ma, in effetti, mi dico, ho visto due partite Nba dal vivo. Chissenefrega dello sviluppo del gioco!

    pensato da: eric7 alle ore 13:42 | link | commenti (1)
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, arance, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano

    Springfield, Massachussets

    La Hall of Fame del basket oscilla pericolosamente fra il circo e il museo. Il segreto è allacciare le cinture e lasciarsi portare in giro. Qui, a fine '800, un professore canadese che voleva far fare un po' di sano moto ai ragazzi della Ymca ha inventato la pallacenestro, con due cesti di frutta.

    Si comincia dal secondo piano: l'honor ring. Una sorta di pantheon con le foto di chi ha fatto la storia della pallacanestro: allenatori, giocatori, arbitri, giornalisti.

    Mi concentro sugli europei. I due italiani, Cesare Rubini e Dino Meneghin, il colonnello Gomelski, colui che ha creato il basket nella vecchia Unione Sovietica, e Drazen Petrovic, per tutti il Mozart dei canestri. Talento e provocazione diabolica portati all'estremo, carriera nella ex Jugoslavia, poi salto in America, e la morte in un incidente stradale, ancora giovane.

    Oltre alle foto, cimeli. Palloni, magliette lise dai decenni, scarpe, medaglie, libri. Poi si scende al piano intermedio, e la musica non cambia. In più, tanti video, brevi, così non devi stare venti minuti fermo come nelle mostre "normali". E sono sottotitolati. Tutti. Questione di civiltà.

    Come un luna park che si rispetti, puoi misurare la tua capacità di saltare da fermo toccando una parete elettronica, o confrontare la tua altezza con quella dei professionisti (io arrivo a 5 piedi e 9 pollici, 173 cm, ma lo sapevo), o saltare a prendere un pallone sospeso a un braccio meccanico per testare le tue doti di rimbalzista.

    Ma l'attrazione è al piano terra. Un campo da basket vero, in vero parquet e veri palloni a disposizione dei visitatori. "Show me if you are a professional player", mi dicono. Dico di no, "sono meglio a soccer". Prendo la sfera e me ne vado a disonorare il gioco, nella metà campo opposta. Un po' più lontano dagli occhi di chi osserva.

    Riesco a farmi fare qualche foto, che naturalmente viene sfuocata. Vorrà dire che il ricordo me lo tengo nella memoria, altro che immagini digitali.

    Non avevo mai calpestato un parquet. È più morbido di quanto pensassi, così come i palloni. Sono le 3 del pomeriggio e solo i crampi della fame mi convincono a lasciare ed affondare la forchetta in un'insalata gigantesca, come qualunque portata da queste parti.

    Il tipo che mi ha fatto le foto dice che ci viene tutti i giorni. Confesso che se non avessi avuto il pulmann che mi riportava a Boston, c'era da rimanere lì e chiedere di fare un altro giro sulla giostra.

    pensato da: eric7 alle ore 04:25 | link | commenti
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, arance, stellestrisce, giochi di mano
    lunedì, 10 marzo 2008

    Metti una sera al Boston Garden

    Roba che contavo le gocce di sudere che scendevano dal viso di Kevin Garnett. Ho sentito chiaramente Rajon Rondo chiamare lo schema "Elbow" (che poi è l'unico schema sentito chiamato dai Celtics in campo, a voce, almeno).

    Rasheed Wallace schiaccia quasi senza che ferro e retina facciano rumore: levita, non salta, spolverando via ogni impressione di potenza. E poi l'eleganza di Garnett: spalle a canestro, finta a destra, finta a sinistra, poi a destra. Infine si avvita e tira a canestro. Due punti.

    Il campo sembra troppo piccolo. Ti chiedi come faccciano i giocatori a trovare spazio per penetrare. Loro lo fanno con l'eleganza dei ballerini. Proprio a quello dei ballerini somiglia il rumore dei loro passi sul parquet. Anche se quando corrono tutti e dieci insieme, sembrano una mandria in avvicinamento.

    Boston Celtics, la squadra a cui mi sono affezionato da piccolo, contro i Detroit Piston, quelli che li hanno sostituiti quando è cominciato il declino dei verdi. E io al Loge 12, fila B, posto 13. Ancora devo rendermene conto.

    Il Boston Garden è dentro la North Station cittadina, o viceversa. Al centro la sala d'aspetto, a destra l'accesso ai binari, a sinistra negozi, biglietteria, a destra l'ingresso alle tribune. Si sale in ordine, si attendono con pazienze e a voce bassa la perquisizione. E poi le maschere in giacca e cravatta ti guidano al tuo posto. Praticamente un'organizzazione da teatro. Sembra di stare al Parco della Musica di Roma. Alla partita di basket come all'Auditorium.

    A margine del match, negozi, birrerie, paninoteche, cheerleaders, beneficienza, giochi riservati al pubblico, viavai a rifocillarsi di cibo e bevande (praticamente in nessun momento gli spettatori stanno seduti contemporaneamente al loro posto).

    Ah, c'è anche la partita. Boston è sempre più una candidata credibile alla finale, Detroit praticamente mai in partita. I Celtics mettono insieme talento, esperienza e giovani che riducono al minimo gli errori. Insieme funzionano, perché gli anziani tirano: sanno che questo è l'ultimo (o il penultimo) giro per vincere il titolo. Anche perché dall'altra parte del tabellone ci sono almeno sei squadre che possono batterli. Ma loro, alla fine, ne incontreranno una sola, peraltro al termine di una lunga corsa a eliminazione.

    Altro non riesco a dire, anche se molto ci sarebbe. Pur stando in seconda fila a bordo parquet, all'altezza della metà campo, è come se avessi un buco "razionale" (se mai esiste un buco razionale). Negli occhi ho colori, suoni e voci, a migliaia.
    Però se qualcuno volesse fare domande ;-)

    pensato da: eric7 alle ore 04:11 | link | commenti (2)
    categorie: in viaggio, palle, arance, stellestrisce, colpi di testa, giochi di mano
    sabato, 08 marzo 2008

    Alex, Luchetto ed Eric: c'erano

    Alex vive a Los Angeles da... Ormai ho perso il conto. Sette o otto anni, credo. Si è sposato e ha un figlio.

    Il legame con la Roma, beh, quello è ancora più saldo. Quanto basta per avere la targa personalizzata "W ROMA" (quindi, se vedete quella combinazione in giro per le autostrade di LA, sappiate che è mio cugino).

    Lui Real Madrid-Roma l'ha vista su internet. In compagnia di un altro romano conosciuto lì. Non so se è lo stesso che un giorno, sentendo in strada l'eco di una telecronaca, gli bussò alla porta autoinvitandosi a vedere la partita. Potere del calcio.

    Luchetto una trasferta estera all'anno non se la nega. Stavolta, però, aveva rinunciato: è tempo di ristrettezze economiche. Ma il viaggio, a sorpresa, glielo hanno regalato gli amici. A lui l'organizzazione di volo e albergo, ché gli viene bene. E i biglietti della partita?

    Ah, già, c'era un problema: i biglietti della partita. A Roma era stato impossibile prenderli. A Madrid erano finiti da tempo. Insomma, c'era la concreta possibilità di partire e vedere il quarto di finale col Real da una birreria della capitale spagnola.

    Finché, collegandosi casualmente da casa, Luca non ha sentito intervenire alla radio per cui lavora un'italiano che vive a Madrid. E si è fatto dare il numero dalla redazione.

    Quell'italiano era romano e romanista. Anche lui doveva comprare i biglietti della partita. E sapeva anche come: rivolgendosi ai bagarini autorizzati.

    Non c'è bisogno di aggiungere che il tipo ha anticipato i soldi per altre quattro persone che non consosceva. Il resto della storia ha dunque un lieto fine della vittoria e, magari, di una nuova amicizia.

    Quanto a Eric, il pulmann da New York arrivava a Boston un quarto d'ora prima dell'incontro. Il tempo di prendere la metro, fare il check in in albergo e attaccare il pc a internet. E, memore dei consigli del cugino, acquistare la partita on line.

    Ho perso solo mezzora. Per una volta, mi sono sentito come quegli italiani all'estero che si aggrappano alla nazionale. E, quando i giallorossi passavano la metà campo, i peli sulle braccia si impennavano. Anche se poi erano azioni da niente.

    Eppure pregustavo quello che sarebbe successo. L'organizzazione di gioco e il piacere di attaccare come squadra contro il talento. E non era neanche detto che le Merengues ne fossero tanto più ricche. Era prevedibile già al momento del sorteggio. Bisogna esserci, però. La Roma c'era. A modo nostro, anche noi.
    Alex a Los Angeles, Luca a Madrid, Eric a Boston.

    pensato da: eric7 alle ore 05:15 | link | commenti (3)
    categorie: in viaggio, palle, stellestrisce, colpi di testa
    lunedì, 03 marzo 2008

    Guardare lo sport, cercare se stessi, trovare un cugino

    Fai ciò che ti piace. Non quello che vogliono o si aspettano gli altri.

    Così, andare a trovare un cugino che ha messo su famiglia a Los Angeles diventa solo l'ultima tappa di un viaggio di tre settimane negli Stati Uniti.

    Perché alienarsi in una megalopoli infinita, quando l'America è nelle tue coordinate mentali? Certo, da questo viaggio mancherà il rock, però dentro ci ho messo un bel po' di sport. Per la casa di Elvis, facciamo la prossima volta.

    Fai ciò che ti piace, suggerisce chi ti ha amato davvero, e in qualche modo ti ama ancora. E io so cosa mi piace, anche se non ho più chi mi ama. E, pensandoci bene, neanche me stesso.

    Per farla breve. Il 5 marzo sarò a Boston, per Boston Celtics-Detroit Pistons. Partita di stagione regolare Nba, che con molte probabilità sarà anche la finale della Eastern Conference.

    Chi è cresciuto con la Nba degli anni '80 poteva tifare solo per tre squadre: Los Angeles Lekers, Philadelphia 76ers e Boston. Io ho preso i Celtics di Bird. E, in questi anni di declino, ho ripiegato su Detroit, che negli ultimi tempi ha vinto un titolo e un paio forse li ha buttati.

    Dunque, non potevo chiedere nulla di meglio. E ,una volta scoperto che a marzo era in programma una partita del genere, tutto il viaggio è stato costruito intorno a questa data. I 300 dollari meglio spesi nella mia vita.

    Già che ci sono, due giorni dopo farò un salto a Springfield, alla Hall of Fame del Basket, il museo che raccoglie i cimeli dei migliori giocatori del mondo. Loro ci entrano dopo le attente valutazioni di una giuria di esperti. I turisti, pagando il biglietto. Probabilmente un'americanata. Vado a giudicare.

    E per non farmi mancare niente, tre giorni dopo si vola nel freddo dell'Ohio (non che a Boston le temperature siano più tiepide). A Canton, si è giocata la prima partita di football americano della storia. E proprio Canton ospita la Hall of Fame del football. Altra americanta, lo so. Preferisco perseverare.

    A quel punto si scende nel deserto della California. Per guardare il panorama e parlare con se stessi. A cercarsi. Ma è solo un luogo comune e retorico. Non sarà così. Perché non si cambia. E tre settimane sono solo dolore diluito. Ma questa è un'altra storia.

    pensato da: eric7 alle ore 00:01 | link | commenti (1)
    categorie: palle, arance, tempo scaduto, stellestrisce, colpi di testa