Riuscirà il perfetto Tom Brady a portare all'ultimo atto la stagione perfetta dei New England Patriots? O gli azzoppati San Diego Chargers infileranno un'altra sorpresa, dopo aver battuto gli Indianapolis Colts del quasi perfetto Payton Manning?
Brett Favre riuscirà a tornare al Super Bowl dopo dieci anni coi sui Packers nel freddo di Green Bay, dove si gioca a -18 (con una temperatura percepita di 30 sotto zero)? O i New York Giants vinceranno la nona partita in trasferta dell'anno, guidati dal Eli Manning, il fratellino di Payton, che in casa gioca male perché patisce il vento e i suoi tifosi che gli dicono che è solo un raccomandato?
Ho un problema con chi fa lavori umili. Più propriamente con chi fa dei lavori del cavolo. Precisamente, quelli in cui la gente, normalmente, dice no.
E' che empatizzo. Solidale.
C'è da imbucare depliant pubblicitari nella posta e nessuno apre il portone condominiale? Beh, ci penso io.
Un biglietto per la riffa della parrocchia? Nessun problema, apro io.
Vendita telefonica di surgelati? Tranquilli, che da me minestrone e bastoncini di pesce troveranno sempre spazio, a costo di murarli come mattoni nel congelatore.
C'è da spacciarmi la nuova tariffa telefonica, per cellulare o a casa? Accetto.
Per Sky, ancora mi devono ancora convincere, ma lì potè più il portafogli che la volonta.
Il giovane segretario della sinistra giovanile di un quartiere vicino veniva a prendere il caffé e chiacchierare di politica coi miei, dopo che una prima volta gli ho aperto la porta.
Non parliamo dell'Istat. Statistica sui giornalisti? Rispondo. Quando mi chiedono se ne conosco altri, costringo il resto dei colleghi con tesserino a sottoporsi alle domande.
La free press? Penso che sia utile, ma non educativa in un Paese come il nostro che legge poco i quotidiani. Però mi dispiace per chi si prende il freddo delle mattine invernali. Così accetto i giornali, ma solo all'uscita della metro, tanto per portarli in ufficio in attesa che il postino porti quelli a cui siamo abbonati. Tra tutti, mi piace City. Per lo stesso motivo, rifiuto "Ventiquattro minuti". Tanto più che è di Confindustria.
Stasera, però, fiero del passaggio in farmacia a garantirmi una preparazione serena per il viaggio in Usa a suon di valeriana, e del dvd con le finali di conference della Nfl giocate ieri, ho guardato impietosito il ragazzo che distribuiva "Ventiquattro minuti" e ho allungato la mano. Pensavo di buttarlo subito nel cestino, perché mi avrebbe distratto dalle lezioni d'inglese in podcast (altro impegno preparatorio al viaggio...).
La giornata era trascorsa in una benvenuta full immersion lavorativa che mi ha evitato le visite a Gazzetta.it, imposto nessun clic su sito statunitensi e l'annullamento di tutte le notifiche dall'aggregatore di feed rss. Insomma, tutto era apparecchiato per godersi le due partite propedeutiche al Super Bowl, senza conoscerne il risultato.
Peccato che, oltre al lunedì nero delle Borse mondiali (notizia che mi aveva convinto a non cestinare il foglio) e al ritorno in tv di Fiorello, la prima pagina di "Ventiquattro minuti" dedicava un box alle due squadre che avevano vinto le finali di conference. Tanta fatica per nulla. Sono riuscito a guastarmi la festa da solo. E da solo ridevo, chiedendomi: "Ma proprio non avevate altro da dire? A chi cazzo può interessare in Italia il football americano?!?".
La questione non è chi fa un lavoro umile. La verità è che ho un problema coi "No". Fatico ad accettare un "No", ma fatico anche a dirlo. Dovrò parlarne prima o poi, con qualche psicoterapeuta.
Non nelle prossime due settimane. Perché almeno il Super Bowl lo vedrò in diretta. E, almeno lì, dovrei riuscire a non rovinarmi la sorpresa.
Riusciranno i New England Patriots a completare la stagione perfetta, a chiudere imbattuti e diventare la squadra più forte della storia del football?
Riuscirà Brett Favre a coronare una carriera da sogno e a tornare al Superbowl a 38 anni con un bagaglio di disavventure e record? Riusciranno gli Indianapolis Colts, campioni in carica, ad arrivare all'ennessima partita del destino coi Patriots per poi doppiare il loro titolo? O i San Diego Chargers andranno loro di traverso?
Riusciranno gli eccitanti Dallas Cowboys, il cui quarterback nell'ultimo mese ha fatto parlare di sé per la storia d'amore patinata con l'attrice Jessica Simpson, a superare i New York Giants?
Per ora il blog tace. Le risposte a questi quesiti cruciali per i destini dell'umanità a quando avrò finito di vedermi le quattro partite di playoffs Nfl giocate del weekend. Come ogni anno di questi tempi, indigestione catodica.
Per tre mesi si gioca e ci si picchia. Per un altro mese si gioca, ci si picchia e solo uno arriva alla fine. Bello il football, perché intenso e dura poco, come tutte le cose emozionanti.
Beh, questione di punti di vista ;-)
Tifare Roma e festeggiare il compleanno insieme alla Lazio. Per un periodo, il più fulgido dei biancocelesti, farlo insieme anche al suo presidente, Sergio Cragnotti. Che mi stava pure simpatico, a pelle, per la condivisione del giorno di nascita e perché m'ero convinto che somigliasse a mio padre. Se solo mio padre avesse fatto la sua vita borghese, e non quella di chi tirava la carretta dall'alba.
Insomma, a un romanista, punizione peggiore per l'essere nato il 9 gennaio non poteva capitare. Soprattutto negli anni in cui la Lazio è stata in auge. Che, essendo troppo piccolo per ricordare il 1974 (avevo tre anni, ma mia madre racconta che andavo in giro per casa urlando "Chinaglia gol!". Non proprio una bella cosa per un futuro tifoso giallorosso), sono stati fortunatamente pochi, in pratica solo quelli in chiusura di millennio.
Anche se il calendario di Wikipedia lo dimentica, c'è un altra nobile nascita in questo giorno, Dan Peterson. Un'istituzione per chi è cresciuto con le sue telecronache della Nba. Ha raccontato il gioco e spiegato la cultura americana. Mio padre odiava Dan Peterson, gli urli e le iperboli, giudicandolo "demenziale". Lui, non so perché, ha sempre preferito le telecronache in undestatement, all'inglese, insomma.
Ascoltare Peterson è ancora uno spasso, nonostante i 72 anni e la marea di volte in cui ripete sempre lo stesso concetto o dà valutazioni tecniche sbagliate su un giocatore. O consiglia la zona 1-3-1, per recuperare una partita. Solo perché quando la introdusse lui in Italia 30 anni fa, gli avversari diventavano matti. Sì, è un po' come parlare col nonnetto un po' svagato. Un nonnetto con esperienza.
Capricorni, gente tosta. A scorrere la lista di Wikipedia dei nati il 9 gennaio (ci ho passato mezza giornata), ci sono molti centrocampisti, attaccanti che si rimboccavano le maniche, qualche allenatore, sprazzi di fantasia, rare stelle. Insomma, persone di sostanza. Per fortuna, pure qualche romanista, seppure non indimenticabile.
Panchine
Miguel Muñoz. Allenatore e commissario tecnico della Spagna. Vincente col Real Madrid, in Nazionale è stato il primo di una serie selezionatori schiacciati dal peso di una squadra con ottimi elementi ma mai vincente. Lo ricordo vecchietto e bianco e con la faccia pensosa.
Alberto Cavasin. A cercarlo bene, c'era pure nelle figurine di noi ragazzini degli anni 80. Ma è in panchina che ha dato il suo meglio, specializzandosi in salvezze. Squadre corte, pressing, ottima organizzazione tattica, ma per lo spettacolo rivolgersi altrove.
Una vita da mediano
Gennaro Gattuso. Sangue di Calabria, rinforzato a dosi di calcio scozzese. Duro, irascibile, mai cattivo. Unico il suo rapporto col pallone: lo sradica dai piedi avversari (non facendo caso se insieme viene via anche una caviglia), se ne libera al più presto cedendolo ai compagni con piedi più educati, ma fenomenale nel palleggiarlo di testa come una foca, come neanche Maradona. Vorrei che un giorno raccontasse, sinceramente, cosa ha pensato quando Berlusconi (che non gradiva il suo taglio di capelli) gli chiese sarcastico (e offensivo) se il suo barbiere stesse a Sesto San Giovanni.
Daniele Conti. Figlio del brasiliano di Nettuno, dal padre ha ereditato solo la capigliatura. Tecnica sufficiente, regia decente e tanto agonismo, non ce l'ha fatta nella Roma, ma il suo spazio in Serie A al Cagliari è assicurato. Come l'abbonamento ai cartellini gialli. La scorsa stagione, 14 ammonizioni in 30 partite. Anche quest'anno promette bene: 7 in 16.
Daniele De Vezze. Nato e cresciuto nella Roma, è un altro di quelli che si guadagnano il pane con la grinta. E che viaggiano col bagaglio leggero. A settembre qui, a gennaio lì, a giugno da un'altra parte. In 10 stagioni ha cambiato 13 maglie di 10 squadre diverse.
Antonio Sabato. Piedi un pochino più nobili, buona corsa, si fece anche tre anni di Inter (82-85). I migliori ricordi li lascia a Catanzaro (80-82) e a Torino (85-89). Ma soprattutto a 90° minuto. Indimenticabile la descrizione di un'azione dell'altrettanto indimenticabile Cesare Castellotti, che snocciolò una serie di passaggi: "giocatore 1-Sabato-Trippa". Voleva dire Crippa. Ma sotto sotto non sembrava un lapsus.
Oh, oh, oh, che centrattacco
Claudio Paul Caniggia. Del calciatore aveva solo la velocità, e veniva sfuttato solo per quello, in chilometrici contropiede. Come un cane a cui lanci la palla. Nella storia entra per un gol dopo 50 metri palla al piede in una semifinale di Coppa Italia Roma-Milan e per un vizietto. Verona, Bergamo, Roma: in ognuna delle città in cui ha giocato, il suo nome è stato accostato a notti a base di cocaina. Poi c'è il gol all'Italia nella semifinale di Italia 90, ma non ricordatelo a Zenga e Vicini.
Yannick Stopyra. A me ricordava Michael J Fox. Agile attaccante della Francia anni 80, segnò un gol contro l'Italia ai Mondiali del Messico, eliminandoci.
Savio. Finalmente un po' di tecnica. Centrocampista offensivo mancino dai piedi buoni, ha anche giocato cinque anni nel Real Madrid, senza lasciare grosse tracce. A 34 anni, è ancora in Spagna ed entra di diritto tra i talenti sprecati.
Iain Dowie. Irlandese sdentato, con qualche difetto di parola, tipico centravanti britannico dal gran fisico, colpitore di testa, tecnica da dimenticare. Ora allena. Negli anni 90 ha girato un po' di squadre di Premier League. Il segno lo hanno lasciato i suoi gomiti. Sugli avversari.
Euzebiusz Smolarek. Figlio d'arte, il padre ha giocato due Mondiali nella Polonia anni 80, più gregario che centravanti di sfondamento. Segna più del genitore, ma non troppo. Ha 27 anni e una Coppa del Mondo alle spalle, ma non credo proprio che entrerà nella storia del calcio.
Stelle e strisce
Bart Starr. Finalmente una stella, di nome e di fatto. Primo quarterback dell'era moderna, vincitore dei primi due Super Bowl della storia con la maglia dei Green Bay Packers. E' al numero 41 nella lista dei migliori 100 del gioco. Le sue reliquie sportive sono visitabili alla Hall of Fame del football di Canton in Ohio. Per gli amanti dei Simpson, in una puntata Homer diventa allenatore della squadra dei ragazzi e fa giocare suo figlio quarterback titolare. La puntata, naturalmente, si intitola "Bart Star".
Muggsy Bogues. Di nome faceva Tyrone Curtis Bogues, ma tutto il pianeta lo conosce come Muggsy. E soprattutto come il cestista più basso della storia della Nba: 160 centimetri. Per questo forse anche i non sportivi lo ricorderanno: era nel film Space Jam, in compagnia di altri più nobili colleghi.
M. L. Carr. Per fortuna di un tifoso dei Boston Celtics, c'è anche uno dei verdi che mi hanno fatto innamorare della Nba negli anni 80. Buon difensore e bravo a rubar palla, è il classico comprimario che a Boston amano. Un po' meno, se pensano alla sua carriera di allenatore. Perse il posto dopo aver chiuso una stagione con 15 vittore e 67 sconfitte. Il peggior record nella storia dei Celtics. Comunque, un modo per non farsi dimenticare.
Strana roba le elezioni americane. Se vuoi votare, devi registrarti in anticipo. Se vuoi arrivare ad attaccare l'Iraq, devi passare dalle convention, ma prima ancora dalle primarie o dai caucus. Che sono una sorta di riunione di condominio (per i democratici. Perché invece i repubblicani partecipano a un'assemblea e poi mettono in un cappello il foglietto col nome del proprio candidato), dove gli attivisti si distribuiscono a gruppetti in una stanza, spostandosi anche da un candidato all'altro, fino a stabilire il numero di delegati per ognuno attraverso calcoli matematici più complessi dello "scorporo" della nostra vecchia legge elettorale. E qui, il solito quesito sugli Usa: esempio di democrazia che parte sempre dal basso o solito inganno?
In tutto questo, non stupisce che Des Moine, la capitale dell'Iowa, stato da cui parte la corsa alle presidenziali, raccolga gente di ogni tipo, tra chi fa pubblicità al proprio candidato e chi sollecita i rappresentanti dei candidati sugli argomenti più disparati. Un po' più strano il fatto che, intabarrato come una befana, si sia fatto sotto anche un nero che non poteva passare inosservato: 231 centimetri d'altezza e poco più largo di uno stuzzicadenti.
Si tratta di Manute Bol, eroe della fantasia di tutti quelli che negli anni '80 si sono appassionati al basket Nba. Svernò anche a Forlì, nel 1996, mettendo insieme due partite sul parquet e una sfilata di moda in passerella, prima di essere costretto al ritiro dai reumatismi.
Manute ha 45 anni ed è un guerriero sudanese Dinka, di nobile discendenza. Si dice che avesse ucciso un leone con una lancia (alcuni sostengono a mani nude) e comprato una moglie in cambio di 5 mucche (alcune fonti dicono 80). Arrivò a 18 anni negli Usa e riuscì a passare tra i professionisti, sebbene all'universitò avesse cattivi voti in inglese (qualcuno dice che non sapesse proprio né leggere né scrivere).
Ieri era a Des Moines per sensibilizzare i candidati democratici sulla tragedia del Darfur. Si calcola che Manute abbia devoluto almeno tre milioni e mezzo di dollari dei suoi guadagni alla causa dell'esercito popolare di liberazione del Sudan, altri spiccioli, invece li ha persi in due locali di amici che hanno fatto bancarotta.
Per sostenere il suo popolo, si è messo a raccogliere soldi in beneficienza. Ha affrontato un'esibizione pugilistica televisiva contro un ex giocatore di football, noto per il fisico imponente e non proprio atletico (era detto "The Refrigerator"), ha fatto il fantino e pure il portiere di hockey.
Nel suo paese, dilaniato dalla guerra civile e dagli scontri etnici, si è sempre rimboccato le maniche. Il rifiuto di convertirsi all'Islam gli ha procurato il sequestro del passaporto e poi un complicato esilio al Cairo, da dove con enormi difficoltà è riuscito a tornare negli Stati Uniti. Qui (rimessosi in piedi dopo essere stato investito da un tassista ubriaco), continua la sua opera di sensibilizzazione, qualcuno lo ha definito una sorta di ambasciatore di pace del suo paese dilaniato dalla guerra e dallo scarso interesse internazionale (In questo video, il match di boxe, ma soprattutto il suo impegno umanitario).
Noi lo ricordiamo perché è stato il cestista più alto a giocare nella Nba (anche se pare sia stato superato di qualche millimetro dal romeno Muresan), soprattutto con la maglia dei Washington Bullets, che per un anno si trasformarono in una specie di circo cestistico. Nella stessa stagione, infatti, scelsero dall'università i 231 centimetri di Manute Bol e i 160 (scarsi) di Muggsy Bogues, il più basso della storia nella lega americana (eccoli uno accanto all'altro).
In 10 stagioni nella Nba, il principe sudanese ha giocato in quattro squadre, che se lo sono scambiato più come un regalo di Natale non gradito che come un elemento tecnico in grado di spostare gli equilibri di un team. Con la sua altezza poteva schiacciare solo mettendosi in punta di piedi, invece ha concluso la carriera pro con una percentuale di circa il 40%. Però, con i suoi centimetri, intimidiva gli avversari. Una volta stopppò quattro conclusioni a canestro nel corso della stessa azione. Detiene un record imbattibile: è l'unico giocatore della Nba ad aver messo insieme più stoppate che punti (2.086 contro 1.599).
"La sua carriera Nba - racconta il mitico Federico Buffa nel suo Black Jesus, inserendolo fra i giocatori paradossalmente e inevitabilmente più indimenticabili della storia - è stata gravemente condizionata dal fatto che una mattina arrivò a un allenamento convinto che il suo meglio lo avrebbe fatto da dietro la linea da tre punti. Nessuno è più riuscito a convincerlo del contrario".
Qualcuno, invece, dice che l'idea fu del coach di Golden State (allora come oggi), Don Nelson, secondo cui un uomo di quell'altezza era praticamente immarcabile dalla linea dei tre punti. Manute lo prese sul serio. E cominciò a sparare da tutte le posizioni, con risultati mediamente mediocri. Una volta, però, mise sei bombe in solo un quarto di gioco. Per i tifosi, che si divertivano a incitarlo a tirare ogni volta che aveva la palla in mano, era una festa.
"Manute Bol è così magro che per risparmiare i soldi delle trasferte la squadra può faxarlo da città a città", disse una volta Woody Allen.
Manute Bol, uno che non è mai passato inosservato. Un po' ingenuo, un po' fenomeno da baraccone, Uno di cui non fare a meno.
Sarà l'aria di casa, saranno l'estate e il capodanno di Rio, fatto sta che finalmente Adriano è tornato a fare centro. Certo, per ora si è limitato a prendere in pieno con la sua Audi uno spartitraffico e di seguito tre automobili incontrate nella carambola. Con queste premesse, però, quando finalmente finiranno le sue vacanze, anche i portieri avversari dovranno tornare a temere le sue proverbiali bordate.
Pare che stavolta non fosse ubriaco, come si sono affrettati a confermare la madre e il procuratore di quello che per un breve periodo è stato l'Imperatore di San Siro, prima di diventare nelle notti milanesi l'obiettivo dei paparazzi, più desiderato dei reali d'Inghilterra. Una cosa è certa: "Adriano dovrebbe pregare di più", ha commentato il presidente del San Paolo, Juvenal Juvencio, che tanto aveva supplicato il collega Moratti a prestargli il calciatore.
Probabilmente Juvencio aveva ben chiaro in mente l'esempio a cui il futuro figliuol prodigo dovrebbe ispirarsi: Kakà, calciatore straordinario, ma soprattutto devoto al signore. Il neo Pallone d'Oro non beve, non fuma, non fa tardi la notte ed è arrivato vergine al matrimonio (almeno così aveva detto prima delle nozze). Non contento, di recente ha affermato: "Una volta lasciato il calcio vorrei fare il pastore evangelico".
Il brasiliano è infatti un fedele della chiesa evengelica "Renascer em Cristo", alla quale (si dice) versa un decimo del suo stipendio. Che Estevam e Sonia Hernandes, i fondatori della "Renascer em Cristo", siano attualmente in galera negli Usa, è un particolare che finora non ha incrinato la fede di Kakà: per il suo Capodanno in famiglia aveva un palco riservato in chiesa.
Di Kakà ce n'è uno solo. Per fortuna dei tifosi del Milan. Ma, per loro buona sorte, ce n'è uno solo anche di Ronaldo. Strappato nello scorso inverno al Real Madrid, che se ne liberò con un sospiro di sollievo galactico, il numero 99 nella seconda parte della scorsa stagione mise a segno 7 gol in 14 partite. Un piccolo miracolo, calcistico, ma nulla in confronto al destino del Milan, che con una squadra cotta e un gioco prevedibile quanto i discorsi degli anziani alla posta e sugli autobus, è riuscito a vincere Champions, Supercoppa Europea e Intercontinentale nel giro di sette mesi.
La stagione 07/08 non era neanche cominciata che il Fenomeno è finito in infermeria per un guaio muscolare. Un infortunio inciampato presto nell'ipocondria, tanto che lo si è visto solo 94 minuti con il Cagliari. Quando di fenomenale Ronaldo ha mostrato un paio di patetiche accelerazioni da far venire il magone, ripensandolo 10 chili e un ginocchio fa, e un paio di cadute ai limiti del comico, di cui una fantasiosamente trasformata dall'arbitro in un rigore a favore. Ultimo avvistamento in campo, a Yokohama, mentre riprendeva con la sua camera digitale i compagni che festeggiavano l'Intercontinentale, in un filmino da far mostrare ai parenti.
E' andato meglio nelle apparizioni mondane, indaffarato in una festa carioca insieme ad Adriano, e poi a Capodanno, dove si dice abbia festeggiato il 2008 con indosso la maglia del Flamengo, la squadra che si è messa in testa di ingaggiarlo a gennaio. Lui però ha già minacciato tifosi e società rossonera di presentarsi al ritiro invernale del Milan nel ridente Dubai in perfetto orario, deciso a riguadagnare un posto da attaccante titolare.
Mentre dirigenza e tecnico cercano di uscire con stile da questa storia d'amore mai consumata, l'unico rimasto a prenderlo sul serio è Filippo Inzaghi. Non contento di aver nascosto coi suoi gol decisivi due campagne acquisti sballate, è stato il primo della rosa milanista a raggiungere l'emirato. Con un giorno di anticipo rispetto a tutti i compagni.