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    giovedì, 27 dicembre 2007

    Il triangolo? Sì

    Dagli americani c'è sempre da imparare. Non so quale insegnamento potranno trarre i provinciali che gestiscono la nostra Lega Calcio e i diritti televisivi della serie A, ma si sappia che, nel paese del libero mercato, c'è una partita di football che andrà in onda in contemporanea su due network nazionali e su uno via cavo. Loro lo chiamano "simulcast".

    A un momento storico, si risponde infatti con una decisione storica. Sabato sera, i New England Patriots affrontano i New York Giants, nell'ultima partita della stagione regolare. Un incontro pressoché inutile, visto che entrambe le squadre sono qualificate per i playoff che cominceranno la settimana seguente.

    Ma c'è una particolarità. Finora New England ha vinto tutte e 15 le partite giocate ed ha già stabilito una serie di record, mentre altri potrebbero venire infranti sabato sera. In uno sport dominato dall'equilibrio e dalla forza fisica, dove gli infortuni sono dietro l'angolo, si tratta di un evento unico.

    Finora in 75 anni a finire imbattuti sono stati solo i Miami Dolphins del 1972: 17 vittorie e zero sconfitte, compreso il Super Bowl, in quella che da allora viene definita la "perfect season". Impensabile negli altri sport di squadra come il baseball, dove si giocano 162 partite di stagione regolare, o come il basket, dove se ne giocano 82, e le sole 10 sconfitte dei Chicago Bulls di Michael Jordan nel 1992 sono ammirate come un monumento nazionale.

    I diritti sulla partita New York-New England sono in possesso della Nfl, la lega di football, che li trasmette alle televisioni via cavo tramite la propria tv. Con difficoltà. Perché i maggiori canali via cavo, oltre a prendere soldi dagli abbonati, li chiedevano anche alla Nfl. La quale non ci sta e da tempo ha organizzato una petizione web, dove i cittadini possono firmare per chiedere l'annullamento del balzello (come a dire, gli strumenti del web calati dall'alto).

    Gli unici a poterla vedere gratis erano i cittadini di Boston e New York, rispettivi mercati di riferimento delle due squadre. Ne sono rimaste fuori alcune zone a metà strada fra le due città, come il Connecticut e il Rhode Island. Siccome tutto il mondo è paese, della cosa si sono interessati alcuni membri del congresso provenienti dai due stati. Così come qualche altro pezzo grosso del Vermont e della Pennsylvania (sempre costa Est).

    Così, in nome dell'antitrust e del diritto dei consumatori, la Nfl ha concesso la possibilità di trasmettere l'incontro anche a Nbc e Cbs. Che potranno vendersi da sole gli spazi pubblicitari, ma si prenderanno il logo e i commentatori di Nfl Network, che a sua volta si garantisce il massimo della visibilità. Tutti felici dunque, televisioni, detentori dei diritti, tifosi. Sì, forse è una soluzione che oscilla tra garanzia e compromesso, ma quanto accaduto confermia che si è pur sempre nella terra delle opportunità.
    .
    E per chi sta dall'altra parte dell'Oceano non c'è da perdersi d'animo. La partita andrà in diretta anche su internet sul sito della Nfl. La birra è già in fresco e i popcorn da micronde pronti a scoppiettare. Dei motivi per i quali motivi schierarsi con una squadra dal nome così poco accattivante (Patriots), se ne parla la prossima volta.

    pensato da: eric7 alle ore 19:38 | link | commenti (2)
    categorie: ovali, stellestrisce, finte e controfinte, giochi di mano
    mercoledì, 26 dicembre 2007

    Second chance

    Rivincita, gesto tecnico e o quasi scienza agonistica. Nella vita forse no, ma nello sport qualche volta c'è una seconda possibilità.

    Prendete Yuri Chechi, ad esempio. Aveva dominato il mondo degli anelli e si preparava a raccogliere l'alloro di Olimpia, quando alla vigilia di Barcellona 92 si infortunò al tendine d'achille. Quattro anni buttati (nella ginnastica si fatica davvero). E subito reinvestiti, per trionfare ad Atlanta 96. Tavola apparecchiata per il bis a Sydney e nuovo ko. Tornerà per un insperato e toccante bronzo ad Atene 2004.

    Per rimanere alle Olimpiadi, la nazionale italiana di pallavolo ha avuto due possibilità, però sempre sconfitta in finale. Sei volte campione d'Europa in nove edizioni, tre volte consecutive campione del mondo dal 90 al 98. Ma solo due argenti olimpici, nel 96 e nel 2004. Mai il titolo, dunque. E niente classica ciliegina su una torta che ha fatto di quella generazione del volley italiano la più grande squadra della storia, anche futura.

    Al secondo anno nella Nfl, il quarterback Dan Marino portò i Miami Dolphins al Superbowl, ma poi fu stracciato dalla classe di Joe Montana (uno che non aveva bisogno di seconde possibilità, perché in finale vinceva sempre). Era il 1985. Si disse che il ragazzone aveva davanti una carriera intera per rifarsi. Nei restanti 15 anni, Marino alla partita più importante non c'è più arrivato. E' finito al cinema (era rapito insieme alla mascotte della squadra in Ace Ventura), ma soprattutto ha stabilito ogni record nel ruolo. Senza mai vincere nulla.

    Diversamente è andata a John Elway, quarterback dei Denver Broncos. Lui di Superbowl perdenti ne ha messi insieme tre. Sembrava un altro pronto a entrare nella storia dalla parte sbagliata. Ce l'ha fatta a 36 anni. E la stagione seguente lo ha rifatto. A quel punto, con un po' di rivincite in tasca, non gli rimase altro che appendere il casco al chiodo.
     
    Una seconda possibilità non ce l'ha avuta neanche Scott Norwood, il kicker dei Buffalo Bills, che sbagliò il calcio decisivo a pochi secondi dalla fine nel Superbowl contro i New York Giants. Il suo errore è finito in un film.
    Il quarterback della stessa squadra di chance, sotto forma di Super Bowl, ne ha raccolte quattro. Jim Kelly è ritenuto uno dei 25 più forti in 75 anni di football. Ma tutte e quattro le volte, per giunta consecutive, è uscito sconfitto.

    Passando al calcio, nonostante abbia schierato campioni come Crujiff e Maradona, e sia storicamente uno dei team più forti, ricchi e noti del mondo, il Barcellona ha dovuto attendere 93 anni, prima di vincere la Coppa dei Campioni.

    Poi c'è la seconda chance di quando vai a segno, per esempio, dopo una respinta. Quella del portiere o dei legni delle porte. Qui Filippo Inzaghi è un maestro. Come lo era Paolo Rossi. Ma si tratta di opportunismo, senso del gol, intuizione e fortuna. Situazioni fondamentali, e spesso uniche, ma utili a cambiare, spesso definitivamente, le partite. Però, altrettanto spesso casuali.

    Ma è nella pallacanestro che la seconda possibilità diventa quasi una scienza. Un fondamentale, come il passaggio, il palleggio o il tiro. Significa capire dove finirà un rimbalzo, evitare di essere tagliato fuori dal corpo di un difensore. Diventa uno di quegli elementi statistici che pesano alla fine di una partita.

    Tiri e segni, e riparte l'azione degli avversari. Tiri, sbagli e di solito il rimbalzo lo prendono gli avversari, che possono partire velocemente e segnare senza che ti sei schierato in difesa. Ma se tiri, sbagli e uno dei tuoi prende il rimbalzo, è lui che può segnare o far ricominciare il gioco ai compagni. Istinto e colpo d'occhio, elevate a statistica cestistica. Con 15-20 punti da rimbalzo offensivo, una partita è vinta di sicuro.

    A volte, dunque, di second chance si può anche vivere.
     

    pensato da: eric7 alle ore 23:57 | link | commenti (2)
    categorie: maestri, palle, tempo scaduto, stellestrisce, corpolibero
    domenica, 23 dicembre 2007

    Voce del verbo...

    Cosa ispira più malizia, se non l'aria di Natale? Ora che ci sarà il terzo tempo, il calcio italiano si è dato un'altra spolverata di fondotinta. Anzi, come passarsi un po' di deodorante su un'ascella non proprio profumata. Così, al ritorno dalle feste, avremo in regalo il terzo tempo.

    E' stata dura convincere i giornali che il terzo tempo è andare a cena e alzare il gomito insieme agli avversari dopo la partita, e se lo possono permettere sportivi educati come i rugbisti. Il nostro calcio si concede invece una stretta di mano in parata, a centrocampo, a fine partita, come nella pallavolo. Non una grande novità, visto che già avviene prima del fischio iniziale.

    Calci, insulti, spinte, gomitate lontane dallo sguardo degli arbitri, simulazioni. Il codice agonistico prevede un bel po' di zozzerie in campo. Ma anche, da sempre, che ci si stringa la mano, tornando negli spogliatoi. Magari in modo disordinato, magari con qualche commento ancora acceso sulla partita. Mi chiedo, però, se esiste un limite per cui metti da parte la sportività. E se qualcuno compie quel gesto assai poco piacevole, ma ormai sempre più frequente, cioé ti sputa?

    I primi che hanno cominciato sono stati Frank Rijkaard e Rudi Voeller, ottavo di finale Olanda-Germania Ovest a Italia '90. Prima di allora lo sputo era sembrata roba da ricreazione alle elementari o guerre tra bande di settenni in strada (c'è stato un tempo in cui un bambino di sette anni poteva passare l'estate in strada al sicuro) a fare a gara a chi lo mandava più lontano.

    I due fecero scintille per una simulazione del tedesco, che si ritrovò al centro del mirino labiale dell'olandese. Intanto li aveva espulsi. Voeller esegue un controllo tattile tra i capelli e scopre che si trattava di saliva. Quando va a chiedere spiegazioni all'attuale allenatore del Barcellona, Rijkaard fa fuoco almeno un'altra volta.

    L'ultimo caso in ordine di tempo, invece, riguarda Eric Addo del Psv Eindhoven. Alla gomitata del turco Semih, il ghanese si schiarisce la voce e contraccambia con una sputazzata. La cosa sfugge all'arbitro ma non all'Uefa: squalifica di quattri giornate.

    In Italia, invece, la prodezza più recente è quella del portoghese del Parma Fernando Couto. Uno che se deve farti una scorrettezza non si tira mai indietro. Che siano gomitate, testate, tirate di capelli. Anche sputi, come accaduto in Livorno-Parma, contro l'albanese Bogdani. Tre giornate di squalifica, che vanno ad aggiungersi a una fedina "sportiva" non limpidissima.

    Certo, quello che ha fatto parlare di più è stato Totti. Un tempo di gomitate e calcetti del danese Poulsen e alla fine, dopo la quindicesima provocazione, un bello scaracchio sulla maglietta. Lo scandinavo non si scompone. Ma neanche la Uefa che rimedia una ripresa televisiva personalizzata sul numero 10 e gli affibbia tre giornate. Addio Europei 2004. Brutto gesto. Più schifose le reazioni del giornalismo sportivo italiano, che sotto la giacca ha sempre la maglia della squadra del cuore: il solito romano, si disse.

    In questa poco nobile rassegna, entra naturalmente anche quel campione di correttezza che risponde al nome di Sinisa Mihajlovic. Non contento di aver dato dello sporco negro a Viera in un Lazio-Arsenal, in una partita di Champions sputò allo "zingaro" Mutu.

    Ma il maestro indiscusso è il brasiliano Antonio Carlos Zago, difensore della Roma, soprannominato in modo sin troppo iperbolico "Terminator". In un derby del '99, centrò in viso il laziale Simeone, che non era un santo e lo aveva abbondantemente provocato.
    Non contento delle tre giornate di squalifica, Zago esportò all'estero la prodezza. Toccò al portoghese Rogerio del Boavista, un anno dopo. Stavolta le giornate furono quattro.

    Nel 2006, rischierà la galera per razzismo (che in Brasile è reato penale), dopo aver insultato un avversario di colore, in una partita del campionato brasiliano. Pare gli avesse indicato la pelle, per evidenziare la differenza tra i due. Zago negò il gesto, ma confessò: "Posso aver detto la parola macaco". "Terminator" si è ritirato dal calcio giocato poche settimane fa. I colleghi possono tirare un sospiro di sollievo.

    PS: Secondo questa interessante scheda, per la storia, il primo sputo squalificato nel calcio risale al 1983, protagonista il greco Vlahos dell'Aek Atene. Magari, ci saranno stati altri episodi, ma è allora che stava iniziando l'era del calcio televisivo.

    PSS: A proposito di elenco storico di sputi, qui ce n'è un articolo "carino" e quantomeno campanilista che sottolinea quanti romani/romanisti se ne siano resi protagonisti. Anche Samuel che in maglia Inter salivò Nedved, pagava il peccato originale di aver vestito il giallorosso. Questo sì che è giornalismo.

    pensato da: eric7 alle ore 23:29 | link | commenti (5)
    categorie: palle, colpi di testa
    domenica, 16 dicembre 2007

    E' Natale per tutti. Anche per Silvio

    Tutti gli italiani dovrebbero essere orgogliosi nel vedere una squadra italiana in grado di vincere una manifestazione del genere". Firmato Silvio Berlusconi.

    Così, stamattina, per la finale del Mondiale per club, di fronte a una tale chiamata patriottica c'erano due scelte: tifare per gli argentini del Boca Juniors o non vedere la partita. Naturalmente, con il Natale che s'avvicina e il recente viaggio a Stoccolma in testa, ho optato per una full immersion a Ikea. Non potevo dargliela vinta.

    Sono arrivato a casa giusto per il fischio finale, le feste e le interviste. Il Milan ce la fatta. Complimenti a Maldini, 39 anni in cui ha vissuto tutti i trionfi rossoneri, ad Ancelotti, che ne ha dovute sopportare tra commenti presidenziali e campagne acquiste scarsine, a Kakà, diventato col suo modo educato e pacifico il più forte del mondo, a Inzaghi, che ha i piedi fucilati, è antipatico, è vecchio, però ha deciso tutte e tre le finali giocate e vinte dai rossoneri in sette mesi, e non ci sono problemi se non sa stoppare un pallone: quella palla da anni gli finisce prima addosso e poi in rete.

    In tutto questo, mi colpisce l'emozione di Arrigo Sacchi, che è a Milano a commentare la partita. Tutto cominciò con lui. Con il football maniacale e visionario di quest'uomo senza nobile passato calcistico. Un provinciale che aveva affittato il vestito buono per la Scala del calcio, una sorta di Ayatollah della tattica che ha spiegato come si potesse vincere attraverso il bel gioco e non l'opportunismo tutto italiano. Ricordo un Sacchi, in un momento di pausa degli allenamenti a Usa '94, da solo in campo a fare le flessioni. Per me, questa è la sua immagine. La disciplina del lavoro, uguale per tutti, gregari e fuoriclasse. E, alla fine, anche questa è una sua vittoria. Sua e di qualcun altro.

    Poi, infatti, c'è il Milan che ha vinto più trofei di tutti al mondo: 18. Tredici nell'era Berlusconi. I venti anni che hanno cambiato il calcio italiano e, un po', quello mondiale. Grazie a Sacchi, sì, grazie alla correttezza in campo, alla ricerca della vittoria tramite lo spettacolo, grazie anche allo strapotere dei soldi (soprattutto i primi dieci anni), al potere televisivo e a un patto economico con la Juventus.

    Però, nei giorni in cui inizia il processo al sistema Moggi, mi piace ricordare il fatto che le vittorie rossonere, almeno in Italia, sono state molto meno di quelle bianconere. E, se errori e favoritismi arbitrali ci sono stati (e in 20 anni ce ne sono stati), non è mai sembrato un piano deciso dietro le quinte e sistematico. Anzi, tra Milan e Juve, è sempre stato chiaro chi ci rimettesse. Ecco, questo è il motivo per cui, tutto sommato, mi tolgo il cappello. 

    Qualcuno pensa che Berlusconi sia anche competente, almeno come dirigente calcistico. Ha scelto grandi allenatori e grandi giocatori, ma anche gente mediocre, in campo e in panchina. Mi chiedo: sarà solo un caso se il Milan ha avuto gente seria come Van Basten o Kakà, e l'Inter - tanto per fare un esempio - è riuscita prima a perdere Ronaldo e poi a far perdere Adriano?

    Per una volta si può non parlare male di Berlusconi. Almeno del presidente di calcio. Mi sia perdonato. E' pur sempre Natale.

    pensato da: eric7 alle ore 20:22 | link | commenti (9)
    categorie: maestri, palle, colpi di testa, fantasisti
    venerdì, 14 dicembre 2007

    Sono strani questi svedesi

    Quando ti presenti agli Europei e ai Mondiali con due commissari tecnici, significa che hai un problema. Anche se, essendo svedese, puoi permetterti di farlo passare per "progresso" o "socialismo calcistico", come fu fatto quando la coppia raggiunse la notorietà. Lars Lagerbäck e Tommy Söderberg hanno guidato, più o meno alla pari, la Svezia dal 2000 al 2004. Il primo faceva l'allenatore, il secondo, laureato in sociologia e insegnante, lo psicologo dei giocatori. E parla coi giornalisti, ché al primo non piace.

    I risultati sul campo, neanche a dirlo, sono stati mediocri. Così come la gestione dello spogliatoio. Mica facile con un gruppo dove hai chi fugge di notte dal ritiro, chi si picchia in allenamento e chi ha un equilibrio emotivo un po fragile. Soprattutto se è uno di due metri che prende a forbiciate un compagno di squadra o ferma le prostitute di notte, fingendosi poliziotto (accaduto a Ibrahimovic, naturalmente).

    Insomma, non tutti i calciatori svedesi sono affidabili, freddi e razionali, come da luogo comune. Dalle nostre parti se ne sono visti di questo tipo, sin dai tempi del trio del Milan Gren, Nordhal, Liedholm. Ci fu Skoglund, all'Inter, anche se lui (come molti connazionali) aveva più di un problemino con l'alcol. Con la riapertura delle frontiere, nel 1980, oltre a sudamericani e tedeschi, la Svezia è sempre stata ben rappresentata.

    Di solito da tipi regolari. Come il vichingo Stromberg e il motorino Prytz, all'Atalanta, il geometra Thern (Napoli e Roma), il fantasista Limpar (Cremonese), l'utile Ingesson (Bari e Bologna), alto e sgraziato ma perfetto per il fantacalcio, l'efficace attaccante Kenneth Andersson (anche lui Bari e Bologna), il timido Daniel Andersson (Bari e Venezia). La Roma, infine, per sei mesi si è concessa l'apporto di Wilhemsson. Che in realtà verrà ricordato nella Capitale soprattutto per la fidanzata Oksana, ex Miss Svezia e finita a fare la valletta di Gianfranco Funari su RaiUno. 

    Calciatori di classe e personalità, magari sopra le righe. Il prossimo è Olaf Mellberg, 30enne difensore centrale dell'Aston Villa. Si dice che a giugno verrà a puntellare la difesa della Juventus, a paramentro zero. Non contenti di aver buttato una paio di decine di milioni di euro questa estate per il sopravvalutato Almiron e il mediocre Tiago, ora i bianconeri si mettono in casa anche una testa calda.

    Nel settembre 2006, prima di giocare con il Liechtenstein, in compagnia di Wilhemsson e Ibrahimovic Mellberg è tornato in ritiro nel cuore della notte. Cacciati tutti e tre.
    Qualche mese prima, ai Mondiali, dopo il soprendente pareggio della Svezia con Trinidad & Tobago, Mellberg litigò con Freddie Ljungberg, che aveva criticato la debolezza della difesa. La federazione svedese, con trasparenza e ingenuità, smentì la rissa, non il diverbio. Vecchie ruggini.
    Nel 2002, durante un allenamento prima dei Mondiali di Corea-Giappone, i due ebbero un confronto franco e non molto fraterno. E molto più vicino al wrestling che al calcio.
    Quasi quasi verrebbe da sperare che la Juve ingaggi anche Ljungberg.

    Due foto della rissa: 1 - 2 

    Il video della rissa. Per arrivarci c'è da vedere una collezione di falli o entrate assassine tra le peggiori della storia del calcio. Mellberg e Ljungberg arrivano fra gli ultimi.

    pensato da: eric7 alle ore 00:10 | link | commenti (3)
    categorie: palle, tempo scaduto, colpi di testa, giochi di mano
    mercoledì, 12 dicembre 2007

    Turisti fai da te

    Uno la cui squadra ha preso sette gol sette a Manchester, forse dovrebbe osservare un silenzio stampa per una decina di edizioni della Champions.

    Però la figura della Lazio a Madrid è di quelle che ti stringono il cuore. Per la compassione. Un "che ci faccio qui?" che ha poco di affascinante e molto di improvvisato. Una lezione per il nostro calcio, non tanto per la modestia della nostra rappresentante, ma per la voglia del Real di giocare ancora un po' per lo spettacolo, nonostante il 3-0.

    E dire che i biancocelesti avevano mostrato 12 minuti diligenti e volenterosi, andando pure vicini all'impensabile vantaggio con un avversario dalla difesa quasi trasparente. Ché quasi quasi stavo tifando per gli odiati cuginetti. Che in quel breve periodo hanno fatto pure dignitosa figura, prima di passare il proverbiale brutto quarto d'ora.

    Ma la differenza fra turisti low cost e viaggio in pulmann a 15 euro tutto compreso è tutta nel 3-0 alla fine del primo tempo. Peccato che alla fine alla Lazio non hanno regalato neanche una batteria di pentole.

    pensato da: eric7 alle ore 00:03 | link | commenti (1)
    categorie: in viaggio, palle, finte e controfinte
    lunedì, 10 dicembre 2007

    L'angolo di Nacka. Katarina Bangata 42, Stoccolma

    Södermalm è il quartiere più vero di Stoccolma. Quindi, a suo modo, più bello. Meglio di Gamla Stan, il medievale cuore turistico, meglio della City, con i negozi dello shopping spinto, meglio di Östermalm, coi suoi boulevard a metà tra Parigi e Londra. Era una zona operaia, ora è piena di ristoranti e giovani, che la vivono anche in un freddo martedì notte di dicembre. A pochi metri da una piazza e un giardinetto dedicati a Greta Garbo, c'è una strana scultura di acciaio. Siamo in Katarina Bangata 42.

    Un calciatore, una stele con riconoscibile la parola "Nacka". E qualche metro a sinistra, una porta, con un pallone sospeso nel tradizionale "sette". E' piazzata all'altezza della casa in cui è nato e cresciuto Lennart Skoglund. L'opera ricorda un suo gol, direttamente su calcio d'angolo, con la maglia dell'Hammarby, dopo il ritorno dai 13 anni trascorsi in Italia.

    Lennart "Nacka" aveva giocato i Mondiali del 1950 con la Svezia, classificatasi terza. Dopo il torneo, approdò in Italia, all'Inter, dove in nove stagioni e 246 partite segnò 57 gol, vincendo due volte lo scudetto. C'era anche nella Svezia che finì battuta dal Brasile del giovane Pelè nel 1958. Dal '59 al '62, giocò tre anni nella Sampdoria e uno nel Palermo. Il declino era già iniziato e continuò in patria.

    Biondo, elegante, assai tecnico, Il mancino Skoglund si muoveva palla al piede tra finte, dribbling e invenzioni. E' una stella che ama la bella vita fuori dal campo. In particolare la bottiglia. La storia vuole che per tenerlo lontano dalle sbronze, il presidente dell'Inter chiamò il padre a tenergli compagnia a Milano. Furono trovati entrambi ubriachi in un bar.
    Un classico esempio di genio e sregolatezza, che solo i tifosi interisti over 65 possono ricordare con estrema nostalgia. A noi, rimangono alcune immagini in bianco e nero dell'Archivio Luce.

    Morì nel 1975, a 46 anni, distrutto dall'alcol. Nove anni dopo, viene inaugurata la scultura che lo ricorda. Da allora, ogni 24 dicembre, centinaia di persone per ricordare Skoglund si ritrovano al numero 42 di Katarina Bangata. Si chiama "Nackas Hörna", l'angolo di Nacka, un gioco di parole dedicato a quel famoso calcio d'angolo. Da questa sera ho un motivo in più per amare Stoccolma. E per tornarci, magari la vigilia di Natale.

    pensato da: eric7 alle ore 02:12 | link | commenti (6)
    categorie: maestri, culture, in viaggio, palle, colpi di testa, finte e controfinte, fantasisti
    venerdì, 07 dicembre 2007

    Avete mai visto uno svedese giocare a basket?

    Ora, perché in ogni scuola di Stoccolma (o almeno in quella decina che ho visto) ci sia un campo di basket, proprio non lo so.

    La Svezia ha regalato allo sport mondiale fior di campioni. Ma non nella pallacanestro. Lì vanno un po' meglio Finlandia (Hanno Mottola, due anni ad Atlanta nella Nba, o Petteri Koponen, 30a scelta questa estate, ma poi tornato in Europa) e Danimarca (il tatuato Michael Andersen e il talentuoso Christian Drejer nel campionato italiano). Addirittura l'Islanda, con quello Stefansson che gioca a Roma, e prima è stato tra i pro Usa.

    Nel tennis degli anni '70, un giorno venne Björn Borg, a fare il tergicristallo da fondo campo. Nonostante questo, vinse cinque titoli consecutivi sull'erba di Wimbledon, come se si trovasse sulla terra battuta. Un mistero tecnico che rimarrà inspiegabile finché gli uomini terranno in mano una racchetta. Poi decise di dire addio a 26 anni, quando normalmente si entra nella maturità sportiva. Nel mentre, si era portato via anche sei titoli del Roland Garros. Dopo arrivò qualche problema con la droga e il matrimonio con Loredana Bertè. Due che con la testa non c'erano mica tanto. Match Svezia-Calabria finito male. Tentativi di suicidio compresi.

    Ci fu Mats Wilander, che incantò trionfando al Roland Garros prima di compiere 18 anni. Un regolarista cristallino, degno erede di Borg, si pensò. Pure lui mollò presto. Ben diverso Stefan Edberg. Almeno nello stile. Servizio, corsa a rete a chiudere in volée. Eleganza, carattere sin troppo tranquillo, e qualche vittoria meno di quanto avrebbe potuto. Ma la concorrenza tra fine anni '80 e inizio '90 era davvero straordinaria.

    Prima che Alberto Tomba portasse la sua sciata cittadina e caciarona, tutta classe e potenza, lo sci era stato dominato dall'aristocratico self control di Ingmar Stenmark, tuttora detentore del maggior numero di vittorie in Coppa del mondo: 86. Dove c'è neve ci sono gli svedesi, come nello sci di fondo o nel salto dal trampolino. Per non parlare dell'hockey, dove giocano anche negli Usa.

    Nell'atletica Patrick Sjöberg ha segnato un'epoca, stabilendo anche il record del mondo di salto in alto a 2.42. Karolina Kluft è una splendida eptatleta, campionessa mondiale e olimpica. Tralascio l'automobilismo e chissà quanti altri ne dimentico. Però, nessun giocatore di basket.

    A meno che non vogliano dare la cittadinanza svedese a Scottie Pippen. Il fido scudiero di Michael Jordan agli Chicago Bulls (e straordinario difensore), a tre anni dal ritiro, tornerà sul parquet per giocare una partita di pallacanestro. L'11 gennaio del 2008, con la maglia degli sconosciuti Sundsvall Dragons.

    PS: E poi sfatiamolo il mito vichingo. Non è che col mio metro e settantatre sfigurassi in mezzo agli svedesi. Forse è solo per questo che non si è mai visto uno svedese giocare a basket.

    pensato da: eric7 alle ore 22:42 | link | commenti (2)
    categorie: palle, arance, pallacorda, tempo scaduto, colpi di testa, finte e controfinte, fantasisti, lanci salti corse