Al massimo va in tribuna a tenere compagnia a Galliani. Lo si riconosce perché è l'unico ragazzo di colore fra le autorità. Adesso porta i capelli lunghi, un po' gonfi. I riccioletti biondo-platino con cui s'era presentato in Italia sono un ricordo incollato ormai solo agli album Panini.
Credo di averlo trovato nella rosa del Milan, pensavo fosse un omonimo o un errore di stampa. Poi un trafiletto sulla Gazzetta di un paio di settimane fa: Ibrahim Ba viene inserito nella lista dei convocabili per la Coppa Intercontinentale.
Ba ha 34 anni. Senegalese di nascita e francese di passaporto calcistico, aveva in tasca la carta d'identità della vecchia ala destra, con la forza del football contemporaneo. Un Beckham nero. Quasi.
Dribbling e velocità. Un solo anno al Bordeaux e il Milan nel 97 lo chiama a San Siro. La squadra è in caduta e la società fatica ad accettare un paio di stagioni senza vittorie.
Fanno grandi spese, investendo su presunti giovani di belle speranze. Ziege dal Bayern, Klujvert e Bogarde dall'Ajax, Ba dal campionato francese, Maini.
Non serve un genio per capire che i due olandesi sono mediocri, il tedesco senza personalità, il nazionale transalpino acerbo, l'italiano famoso perché sarà il primo della lista di fidanzati calcistici di Alessia Merz. Soprattutto in una gestione tecnica senza polso. In due anni, prima il laureato Tabarez, poi Sacchi (di cui la vecchia guardia si era voluta liberare), infine Capello, che non ha un gioco e, in quanto a tensioni, con lui la stessa vecchia guardia ha già dato.
Ibou, come è soprannominato chiamare in onore del padre, gioca due stagioni al Milan, poi finisce al Perugi nel '99. Qui entra nella storia della giustizia sportive perché in una partita contro il Cagliari prende a capocciate Fabio Macellari.
L'episodio sfugge a Collina, non alle telecamere. Con lui, per la prima volta, viene applicata la prova tv: quattro giornate di squalifica. Vale la pena aprire parentesi e leggere la ricostruzione del giudice. "Al 43° del primo tempo il calciatore Fabio Macellari del Cagliari, ricevuto il pallone da un compagno, lo controllava evitando un primo avversario; veniva affrontato, poi, da Ba, il quale cercava di sottrargli il possesso della palla. Macellari superava tale contrasto, durante il quale Ba alzava da terra una gamba, senza peraltro colpire l’avversario. Macellari aggirava ancora un terzo avversario, mantenendo il possesso del pallone, che poi passava ad un proprio compagno. Quando quest’ultimo, ormai in possesso della palla, stava proseguendo l’azione di attacco del Cagliari, Macellari veniva raggiunto di corsa da Ba che, postosi di fronte a lui, lo colpiva con una violenta testata allo zigomo sinistro, senza che gli ufficiali di gara rilevassero tale condotta. Quello che si dice un colpo di testa.
A Perugia gioca solo 14 partite, con un gol, che qualcuno ha il buon cuore di consegnare ai posteri su YouTube. Lui è sdraiato per terra, non si sa neanche perché, ma appena la palla si avvicina, si alza e la mette dentro.
Poi il francesa sparisce dai radar. Cioé, il Milan se lo ritrova in mano e lo presta nel 2001 al Marsiglia. Che dopo sei mesi lo rispedisce al mittente. Su di lui cala una sorta di ostracismo calcistico che lo porta, valigia in mano, dal 2003 al 2006, dall'Inghilterra alla Turchia, fino alla Svezia. Dopo un anno a spasso, ricompare nella primavera del 2007 a Varese. A maggio il Milan lo invita ad Atene al seguito della spedizione rossonera nella finale di Champions. Il resto è storia di oggi. Una storia senza perché.
Eccetto uno. Dare un'occhiata al palmares di vittorie di Ba. C'era al tempo del miracoloso scudetto di Zaccheroni nel '99. Vabbè, c'era. Diciamo che incassava l'assegno a fine mese: 15 presenze.
C'era nel 2003, Coppa Italia vinta dal Milan dopo 27 anni. Naturalmente, c'era nello stesso anno, quando i rossoneri superarono la Juve nella finale di Champions. Non c'era contro il Liverpool nel 2005. Ed ecco spiegato perché lo scorso maggio lo invitano nella rivincita con gli inglesi.
Fra due settimane il Milan prova l'assalto all'Interconentale, obiettivo stagionale dichiarato. Ba ancora una volta può dare del suo meglio. Come portafortuna, naturalmente.
Poi c'è chi si ribella a proprio destino. Non come un eroe della tragedia. Ma solo come chi prova a salire qualche scalino di troppo. E non è neanche colpa sua. Su quel gradino ce l'hanno messo.
Per sua fortuna è arrivata la Croazia a porre fine alle sue sofferenze. E il giorno dopo la federcalcio inglese a licenziarlo. Ora Steve McLaren, da ieri ex commissario tecnico dell'Inghilterra, potrà godersi una sontuosa buonuscita di tre milioni e mezzo di euro e una meritata pensione anticipata. Ché il mestiere di allenatore forse non fa per lui.
Un calvario iniziato dopo i Mondiali di Germania, un anno e mezzo in cui era stato chiamato a sostituire Sven Goran Eriksson. Che aveva fatto la gioia dei tabloid, con le sue avventure amorose, ma da molti era ritenuto lo straniero usurpatore della panchina albionica. McClaren è riuscito a far eliminare l'Inghilterra dalla corsa agli Europei del 2008, pareggiando con Macedonia e Israele, e perdendo da Israele e due volte dalla Croazia.
Neanche gli infortuni dei suoi sono una giustificazione. Dopo che la Russia aveva incredibilmente perso in Israele, bastava un pareggio in casa, con la Croazia, già qualificata. Neanche c'era da perdere tenpo davanti alla tv, tutti sapevano come era andata a finire. Invece i croati dopo 20 minuti erano già sopra 2-0. Nonostante questo, era arrivato il prevedibile 2-2, con una rincorda confusa e neanche robusta, insomma poco britannica. Ma siccome gli inglesi stavano a guardare i croati, seppure un po' stanchi, sono andati a segnare il 3-2 senza provocare reazioni.
McLaren era stato braccio destro di Alex Ferguson a Manchester. Come succede in Inghilterra, il secondo faceva il manager, il primo dirigeva gli allenamenti. Poi ha tentato la sorte al Middlesbroguh. Nulla di starordinario, se non una squadra mediocre porttata in Uefa. Infine la chiamata in Nazionale.
Ma lui è nato per tenere insieme la truppa, non per guidarla. Era capitato anche a Carlos Queiroz, ex braccio destro di Ferguson. Lui che aveva un diverso pedigree, a Manchester c'era finito dopo aver allenato il Portogallo. Poi la chiamata del Real Madrid e il fallimento in pochi mesi. Queiroz, umilmente, se n'è tornato allo United a fare il luotenente di Ferguson.
Il problema è che gli inglesi hanno grandi giocatori pieni di soldi, una stampa che li tritura e campioni trattati come idoli pop, tanto che i nostri calciatori al confronto sono delle stelle da feste di paese. Gonfiare di sterline un calciatore britannico equivale alla corruzione dei costumi dei romani al tempo del tardo impero.
E poi, non c'è nessun imperatore che possa guidarli. Perché gli allenatori d'oltremanica sono scarsi e poco preparati tatticamente. E neanche hanno il polso per reggere la pressione. Così tutti i papabili del dopo McClaren hanno già rispedito l'invito al mittente. L'unico che ha la sfacciataggine di proporsi viene dal Friuli e ha sentito il produmo della sterlina, tale Fabio Capello.
Lui non farà comunque la fine di McCLaren, che nonostante le critiche e le difficoltà, è andato fino in fondo. Anzi a fondo. D'altronde come si fa a pensare che uno che per la tensione passa chiuso in bagno gli ultimi 10 minuti di Israele-Russia (racconto dei figli che stavano con lui davanti alla tv), possa reggere la pressione della nazionale inglese.
Niente in confronto a quello che è accaduto i giorni seguenti l'eliminazione. Il "Daily Express" racconta che, dopo la partita di Wembley, un guidatore della metro, giustificando il rallentamento del convoglio, pare abbia detto ai viaggiatori: "Mi scuso per il ritardo, ma ci dicono che c’è qualcosa che sembra un uomo sul binario di fronte a noi. Speriamo si tratti di Steve McClaren".
Essere tedesco e geniale. Troppo complicato in una persona sola. Molti calciatori ci hanno provato in campo con ottimi risultati, come Pierre Litbarski o Thomas Hassler. Altri hanno mostrato doti strambe, presunzione e predisposizione alla rissa, che li avvicinavano alla follia, anche fuori dal terreno di gioco (come Stefan Effemberg).
Nessuno però è stato come Bernd Schuester. A 21 anni, campione europeo con la Germania Ovest e miglior giovane giocatore del torneo continentale del 1980. Caschetto e baffi biondi, piedi morbidi, bel fisico e visione di gioco. Aveva tutto. La Germania dal 1982 al 1990 ha giocato tre finali di coppa del mondo, vincendone una. Ma lui non c'era. Aveva rotto con la nazionale, perché gli avevano impedito di lasciare il ritiro per andare a trovare il suo primogenito appena nato.
Nell'80 se n'era già andato in Spagna, perché diceva che dalle sue parti non aveva più niente da imparare. In quattordici anni è riuscito a giocare nel Barcellona, nel Real e nell'Atletico Madrid (squadra nemiche per definizione), sfidando le ire dei tifosi (tanto per rendere l'idea, a Luis Figo, che era passato dalla maglia blaugrana a quella blanca, avevano lanciato in campo una testa di maiale, così per ricordargli la gravità del tradimento). A Barcellona, la società chiese addirittura una perizia psichiatrica, pur di mandarlo via.
Alla fine, se ne tornò in patria nel '93, al Bayer Leverkusen. Giocava da fermo, ma era sempre uno spettacolo. Proprio dal cerchio di centrocampo, dove pascolava e dispensava geometrie, segnò uno dei gol più belli dell'anno. Poi il ritiro, e il lavoro di allenatore, che lo ha portato in Messico, Ucraina e Spagna.
Se è vero che dietro un grande uomo c'è una donna, si può dire che anche dietro un folle lo zampino è sempre quello femminile. Sì, perché a casa Schuster ha sempre comandato la moglie Gaby. È lei che chiede un milione di marchi alla federazione tedesca che lo implorava di tornare in nazionale nel 1986.
E' lei, ex modella e più grande di sette anni, che lo spinge a un rifiuto all'apparenza folle. Dire no all'avvocato Agnelli, che lo voleva alla Juve per sostituire Platini (così in bianconero finì l'atalantino Magrin e per la Vecchia Signora vennero anni bui). Meglio Barcellona che la capitale sabauda, disse Gaby. Un po' come la moglie di Zidane quando disse al marito che desiderava andare a vivere in una città di mare. Il francese finì invece a Madrid, che in tutta Europa è forse la capitale più lontana dalle spiagge (ah, le donne).
Così nell'ultimo gesto di devozione alla moglie, e all'istituzione del matrimonio, la scorsa settimana Schuster ha dichiarato che il calciatore sposato è più affidabile di uno senza compagna. Se hanno famiglia, i giocatori non hanno distrazioni e non pensano ad altro se non alla causa della squadra. "La prima cosa che chiediamo a un calciatore è se sia sposato. Ci garantisce maggiore stabilità", sono le parole testuali.
Qualcuno gli ha fatto notare che il suo Real Madrid, mediocremente allenato ma in testa alla classifica spagnola (e dire che lo avevano chiamato a sostituire Capello che vinceva ma non piaceva), ha in rosa 9 calciatori coniugati e 16 celibi. Ma risposte di Schiester, aiutato dalla pausa campionato, non ce ne sono.
Forse era solo un modo velato per dire che l'anno prossimo la squadra vuole farla lui e non il presidente. Forse Schuster non ricorda che i ritiri pre-partita sono la migliore occasione per i giocatori, sposati o no, per andare a fare bisboccia. Certo, non la pensa come Enzo Ferrari che sosteneva come un pilota sposato perdesse un secondo di velocità a ogni figlio messo al mondo.
Ha vinto quello che ha perso o quello che ha perso ha perso davvero? Se glielo chiedi, non lo sa nessuno dei due. Di certo quello che ha vinto, non ha vinto. Un po' complicato, come sono complicate le loro prime due settimane di campionato.
La sfida tra i due italiani della Nba è finita con il successo dei Golden State Warriors di Marco Belinelli sui Toronto Raptors di Andrea Bargnani. Sfida a distanza, perché insieme in campo si sono ritrovati per un minuto. Praticamente, sono stati più tempo a stringersi la mano per i fotografi prima della partita che poi sul parquet.
L'allenatore dei Raptors, quasi dispettosamente, ha subito tolto Bargnani, e Belinelli ha proseguito per altri tre, poi è tornato a fare lo spettatore e non è più rientrato. Solo soletto senza l'altro azzurro, ha toccato due palloni, che ha subito provato a tirare a canestro senza successo. Per il resto ha fatto avanti e indietro per il campo, fra attacco e difesa, ignorato dai compagni. Un breve allenamento agonistico, nulla più.
Bargani di minuti ne ha messi insieme 19, con 12 punti (secondo marcatore dei suoi) e il solito bagaglio di tiri da lontano a buona percentuale. Prevedibile anche l'apporto difensivo: spesso fuori posizione e sempre lontano dalla traiettoria del rimbalzo. Insomma, un passante, e pure sbadato. Per il controllo del corpo, poi, siamo molto lontani dall'eccellenza. Dopo tre secondi che era in campo, ha subito fatto fallo, con l'eccesso del wrestler e l'abituale faccia di chi sta leggendo il giornale al parco la domenica mattina.
E dire che l'Italian day era stato pompato adeguatamente dai media. In campo alle 13 canadesi, in modo da trasmettere la partita nella prima serata italiana, e la mossa di marketing di distribuire 10mila bobblehead col capoccione snodato Bargnani, i pupazzi con molla infilata nel collo che tanto piacciono agli americani. E i Raptors in campo con la maglia con fregi tricolori.
Cosa che non ha commosso gli allenatori dei due. Sam Mitchell ha ormai tolto dal quintetto base Bargnani, prima scelta assoluta dello scorso anno, perché vuole difesa e rimbalzi, mentre Don Nelson, che durante tutta l'estate aveva esaltato il talento di Belinelli (18a scelta di quest'anno), s'è rimangiato tutto, spingendolo ai margini di una panchina peraltro assai corta.
Alla fine, a farci caso siamo solo noi da quast'altra parte dell'oceano. Il circo della Nba non ha tempo ed è atteso da altre 70 partite, in cui i due ragazzi possono specializzarsi nella parte degli spettatori non paganti o avere minuti e punti di gloria. In una giungla di schiacciate, egoismo e gesti atletici, si sono fatti spazio a forza di gomitate argentini, tedeshi, francesi, slavi, russi, lettoni. Mancano solo gli italiani. Ai quali manca qualcosa che non si chiama tecnica o talento, potenza o agilità. Qualcosa che non si allena, ma che puoi trovare dentro di te.
Dio salvi gli scozzesi. O perlomeno li preservi, altro che preoccuparsi della Regina. Hanno una terra bella, affascinante e fiera. Hanno la pioggia e l'orgoglio. La birra e l'agonismo. Il kilt e le cornamuse. La durezza e la sportività. Serenità e correttezza.
In certe occasioni, come questa serata di Glasgow, sono la migliore squadra che uno spettatore neutrale può augurarsi di vedere. Ma anche l'avversario migliore che puoi sperare di incontrare. Quando giocano in casa hanno una ferocia medievale. Ti fanno davvero sputare l'anima, ma ti tirano fuori il meglio: il coraggio e la tecnica. Aiutandoti a ricordare chi è il campione del mondo.
Loro sono cinque milioni, eppure mettono in piedi una delle otto migliori squadre di rugby. Nel calcio, però, perdono colpi da tempo. Hanno saltato i mondiali del '94, 98, 2002 e 2006, gli Europei del 2000 e 2004. Rimaneva in ballo la qualificazione per quelli del 2008. Che, dopo tutti questi fallimenti, sarebbe stata un piccolo momento storico e, soprattutto, di riscatto. Visto che potevano essere l'unica squadra dell'isola a rappresentare la Gran Bretagna nella rassegna continentale, con Galles e Irlanda del Nord già fuori e praticamente anche l'Inghilterra. Così la sfida decisiva con l'Italia ha fatto stringere insieme questo popolo che si ritiene nazione. Tanto che un messaggio di sir Sean Connery (il presidente "ombra" a Edinburgo e dintorni) viene letto negli spogliatoi per spingere i giocatori.
Insomma, ce n'è abbastanza per simpatizzare per loro. Però l'Italia di Donadoni sollecitata dagli schiaffi del vento, della pioggia e dall'onda roboante del pubblico avversario, trova quella grinta che spesso manca quando non recita nei grandi teatri. Ma anche la testa per stare in campo, la tecnica che sopravvive all'erba scivolosa, l'organizzazione tattica, che è superba, se gli azzurri lo ricordano.
Alla fine vincono i campioni del mondo e volando agli Europei. Personalmente confesso di aver fatto anche un po' di tifo, emozione rara quando guardo la nazionale. Ma se ce l'avesse fatta la Scozia, sarebbe stato altrettanto bello. Quasi quasi istituirei per legge uno Scozia-Italia l'anno. Un modo per cominciare un po' di educazione al calcio.
Io voglio vedere le partite di calcio. Ancora non capisco perché dovrebbero fermare il campionato. Per una settimana, per mesi o per sempre.
Voglio vedere una partita. Come non voglio arrivare in aeroporto con quattro ore di anticipo per sottopormi ai controlli dei voli internazionali. Colpa del terrorismo, dicono. Per me colpa di chi ha lasciato crescere il torrorismo. Toh, il terrorismo, quello di cui sono accusati quelli che hanno messo a ferro e fuoco Roma. Ma chi li ha lasciati liberi di attaccare lo Stato? E soprattutto chi li ha accarezzati per anni, in curva?
Ebbene, per loro non dovrei vedere una partita di calcio? Io sono un tifoso, uno che vuole bene alla propria squadra e a questo sport. Io sono più tifoso di loro. E credo che la mia squadra camperebbe, e bene, senza di loro. Caccio i soldi, come loro. E non accetto che siano loro a rappresentare la mia passione.
Fermarsi per il lutto? Carità di facciata. Fermarsi per l'ordine pubblico? E se lo Stato non è in grado di mantenerlo, cosa facciamo, aspettiamo che vadano a casa a prelevare gli ultrà nottetempo, come i generali argentini? Poi magari vengono sottoposti alla cura Ludovico, come l'Alex di Arancia Meccanica? O attendiamo di insegnare a una generazione di bambini l'educazione civica e poi gli stadi fra vent'anni?
Poi, a me i giovani fascistoidi di Roma Nord non piacciono (avrei detto lo stesso se fosse accaduto a un giovane da centro sociale. È che non sopporto un certo spregio al vivere civile). Figurarsi i saluti romani al funerale del dj. Però un bel po' di ordine lo vorrei, mica no.
Visto che le curve e i funerali dei giovani tifosi sono i luoghi dove salutare tanto serenamente col braccio teso, comincerei a svuotare le curve (al 90% tendono a destra). Mandandoci le famiglie, rendendo così fisicamente impossibile la costituzione dei gruppi del tifo organizzato. Dispiace, ma il vostro posto è riservato a padri, madri (se vogliono) e figli. In Inghilterra, ci sono riusciti, bonificando i luoghi più caldi. Tutti seduti e composti, coi bambini in prima fila. Questo sarebbe ordine. O solo normalità.
Fine. Dalla prossima volta si torna a parlare di sport.
Ci sono un bel po' di cose che sfuggono sui fatti di ieri. Qualcuna è sfuggita al mondo dell'informazione, e naturalmente alla politica. "Tifoso ucciso", titolano tutti i giornali. Ragazzo in viaggio verso lo stadio. Rissa con altri tifosi in trasferta. E tutto il resto. Poi la reazione delle curve. Facile riempire le solite caselle vuote. Troppo comodo.
E' successo che un poliziotto ha sparato (con quanta volontà non lo sappiamo, ma pare molta) a una macchina in movimento. Dopo un alterco, una discussione o una scazzottata (non lo sappiamo), come ne possono capitare, perché gli altri sono albanesi, napoletani, perché non hanno rispettato la fila alla cassa, perché ti hanno sorpassato o lampeggiato con gli abbaglianti.
E' morto un ragazzo, come poteva capitare a chiunque si fosse trovato lì. Un turista, un camionista, un rappresentante, un dj in viaggio. E il tifo sembra solo una casualità.
Sembra. Perché poi sfugge cosa sia accaduto davvero, in quell'autogrill. E così come sembra che tutti stessero aspettando questo. Chi per riattizzare il fuoco. Chi fa le leggi, per un giro di vite. Chi fa casino, per ristabilire il proprio disordine.
Solo un ministro non competente di ordine pubblico, solo una polizia inefficente, solo giornalisti che pubblicano comunicati stampa potevano credere che le cose fossero migliorate. A tutti bastavano le statistiche sulla violenza dei tifosi.
Personalmente mi sono rotto. Io voglio vedere il calcio, anche oggi. In televisione. Perché allo stadio non vado più, rischioso e scomodo. In trasferta ci sono stato, una volta sola, e nella civile Londra. Sì, il civile calcio inglese.
La scorsa settimana ho rinunciato ad andare a Empoli. Pranzo tra amici e partita con un pubblico avversario tranquillo. Ma avevo paura di fermarmi a un autogrill e incontrare altri tifosi in trasferta diretti in altri stadi. Perché si sapeva, tutti lo sapevano, che la nuova "frontiera" degli scontri era lì.
Ora le curve hanno il loro Carlo Giuliani e le forze dell'ordine sono sempre più il nemico principale. Roma contro Atalanta, Atalanta contro Brescia, Brescia contro Roma, e tutti contro la Polizia. La Federazione ha il suo peloso quarto d'ora di ritardo in segno di lutto, e il governo l'ennesima gatta da pelare.
Cosa fare? Se si tratta di teste calde, vanno isolate, perché in curva li conoscono. Altrimenti, paga il tifo organizzato. O la società. Multe salate, penalizzazioni, squalifiche. I tifosi puliti, poi, dovrebbero avere il coraggio di denunciare questa mafia violenta, a Palermo pare ci stiano provando col pizzo. Perché non in curva, con quattro fascistelli borgatari? In tutto questo, servirebbero forze di polizia preparate, anche col pugno duro. Magari col grilletto meno facile.
Non ricordo dove ho sentito dire che gli americani prendono sul serio le cose non serie, e non prendono sul serio quelle serie. Questo spiega perché hanno creato l'intrattenimento così come lo intendiamo. E anche perché fanno guerre con disinvoltura e alleanze un po' a caso. Per questo, come capita a tanti altri, nel primo caso mi piacciono, nel secondo molto meno.
Fatico a ricordare uno sciopero dei lavoratori americani. Quelli tradizionali. Se invece parliamo di cose leggere, è di questi giorni la protesta degli autori di Hollywood. Il precedente, nel 1988, è durato cinque mesi, con perdite per l'industria dell'intrattenimento di 500 milioni di dollari. Stavolta siamo al quarto giorno, e rischiano di saltare i principali spettacoli tv. Se dovesse durare, c'è già chi teme per le soap, le serie Tv e, forse, i film.
Anche se non sono propriamente "compagni dai campi e dalle officine", anche gli sportivi Usa non sono stati da meno. In tutte e tre la discipline nazionali. Lì, l'astensione dal lavoro è "dura" e (in un certo senso) "pura". Nella stagione 1982 del football Nfl, la disputa sui salari (i contratti non erano noti e certi titolari scoprirono di guadagnare meno delle riserve) portò a 57 giorni di sciopero, col campionato ridotto da 16 a 9 partite.
Ogni sciopero, naturalmente, ha i suoi "crumiri". Come nel 1987, quando il campionato (poi ridotto da 16 a 15 partite) iniziò e poi fu sospeso per una domenica. Mentre gli scioperanti dimostravano fuori dagli stadi e picchettavano i campi d'allenamento, lo spettacolo continuò. Perché i "padroni" (i proprietari delle squadre) andarono a ingaggiare giocatori che erano stati esclusi dalle rose a inizio stagione o fuori dal giro professionistico. Tre settimane in cui, sotto le divise e i caschi, giocarono delle controfigure, tornati poi nell'anonimato da dove erano venuti.
Più in basso è caduta la Mlb, la lega nazionale di baseball. Il campionato del 1994 non si giocò proprio. Ben 232 giornate di sciopero prima di trovare un accordo, 920 partite annullate, compreso l'appuntamento finale, le attesissime World Series. Un anno senza lo sport nazionale, roba che i calciatori italiani, quando chiedono una settimana di ferie in più a Natale, sembrano dei pivellini. I tifosi Usa non la presero bene, insultando i giocatori e disertando gli stadi per un po' di tempo. Per recuperare lo stesso numero di spettatori del '94 ci sono voluti dieci anni.
Per evitare lo sciopero e forzare la mano a quelli dall'altra parte del tavolo delle trattative, c'è la "serrata". L'altra faccia della medaglia. Il "padrone" chiude la baracca non ti manda al lavoro. In America lo chiamano lockout. Nel 1999 è toccato al basket Nba. "Lotta dura senza paura"? Niente da temere per i proprietari, che impedirono ai cestisti di andare a fare il loro lavoro. Si cominciò con quattro mesi di ritardo e stagione ridotta da 84 a 50 partite. Quell'anno vinsero i San Antonio Spurs. Con l'asterisco, disse Phil Jackson, l'allenatore-zen dei Los Angeles Lakers, per sminuirne l'impresa. Fu il primo di quattro titoli in 9 stagioni. Ma questa è un'altra storia.
Prologo
Ultimamente, provo sensazioni che si avverano. Penso che squillerà il telefono e squilla. Penso che riceverò una mail dopo settimane di silenzio e la ricevo. Penso di mettere Camoranesi in campo al fantacalcio e lui, che non giocava da quasi due mesi, entra e segna in Juve-Inter. Questo è un post che avrei scritto, lo avevo anticipato a Blimunda venerdì, poi nel mentre è successo qualcosa.
Atto I
"Mentre iniziavo a spingere si è chiuso pericolosamente lo sterzo a 280 km/h e mi sono un po' spaventato". Che strano, fanno impressione parole del genere in bocca a Valentino Rossi. Perché farsi male, a Mondiale perso? Perché rischiare il fisico per difendere il secondo posto nella classifica? E' venerdì sera, quando leggo queste dichiarazioni.
Atto II
Nelle prove decisive per la pole, Valentino cade e si frattura la mano. Cazzo, altro che sensazioni. Porto proprio sfiga. Farsi male per non arrivare terzo (l'altro obiettivo, impedire a Stoner il record di 11 vittorie in stagione, era francamente improponibile con quella moto, se non con l'aiuto degli avversari). Domenica, si presenta orgogliosamente in gara. Parte penultimo, sorpassa, risale con circospezione. Se non lo tradisse la moto, finirebbe ampiamente a punti, davanti a Pedrosa.
Atto III
Tempo di cambiamenti. In estate, il Dottore si è lasciato con la ragazza con cui stava da due anni, Arianna. Francemente non sapevo che stessero insieme, né chi sia lei, probabilmente una modella. Confesso l'ignoranza. Licenziato anche Gibo Badioli. Lo storico manager di Rossi paga il caso evasione fiscale. Una leggerezza che costerà al pilota 112 milioni di euro. Tutti gli sportivi emigrano per pagare meno tasse. I piloti di Formula 1, per esempio, vanno in Svizzera. Con in giro Visco, bisognerebbe essere, come dire, un pochino più attenti.
Atto IV
La stagione va male, sempre peggio, nonostante un paio di gare straordinarie in Olanda e al Mugello. La Ducati è finalmente perfetta in ogni pista, Stoner un avversario coraggioso e finalmente maturo. Ma a fare la differenza, oltre a una decina di chilometri orari, ci sono le gomme. La Bridgestone le azzecca tutte, la Michelin non so dove mettere le mani. Anche la Honda, con pneumatici francesi, va in crisi per quasi tutto il campionato. Il Dottore per la prima volta mugugna. Alla Biaggi. Contro la moto inferiore, le gomme. Provoca anche Stoner, per metterne alla prova l'equilibrio mentale.
Atto V
Per un anno in cui sono le coperture a fare la differenza, si parla improvvisamente di monogomma. Si pensa, cioé, a proporre la fornitura di un solo produttore, per ridare equilibrio al campionato. Strano che ai tempi in cui Valentino dominava con la Honda nessuno pensasse di limitare la moto giapponese. Rossi, da pilota simpatico e mattacchione alla Piquet, diventa un politico che trama, alla Prost. Alla fine, niente monogomma, ma ottiene una fornitura di Bridgestone solo per lui. Il suo futuro compagno in Yamaha, Lorenzo, avrà le Michelin. Una soluzione che non si vedeva da un bel po' di anni. Si pensa a una stagione da separati in casa, con un muro divisorio, per impedire la fuga di informazioni tra un pilota e l'altro.
Epilogo
Single, in cerca di un nuovo manager, con i pneumatici desiderati e ottenuti per recuperare il distacco dalla Ducati. Cambiare è dote di pochi. E il coraggio a volte fa quasi rima con capriccio. Quelli di un campione, poi, non sono tanto diversi da quelli di un bambino viziato. Io punto ancora su di lui. Però, si è preso una bella responsabilità.