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    sabato, 29 settembre 2007

    Voce del verbo dare

    Il pianto è l'ultima risorsa. L'impotenza di chi deve accantonare i sogni. La sconfitta dell'amore e della determinazione, della consapevolezza e della fiducia. Quello in cui avevi creduto per anni. Per cui ti eri sporcato le mani. Per cui eri tornato, dopo aver detto addio. Piangi per ciò che non avrai mai più, piangi per tutto ciò che di bello hai vissuto a lungo.

    Sono le lacrime di Alessandro Troncon, mediano di mischia, capitano nell'occasione e leader anche quando era lontano dalla nazionale, recordman di presenze in azzurro, l'immagine con cui l'Italia del rugby lascia i Mondiali, sconfitta dalla Scozia. L'unica partita che andava giocata e vinta, visto che in tutte le altre il risultato era già noto da mesi (ko con la Nuova Zelanda e successi, anche se meno disinvolti del previsto, con Romania e Portogallo). L'incontro che ci avrebbe consegnato lo storico traguardo dei quarti di finale, fra le otto migliori squadre del mondo.

    Era la partita che attendevano anche gli scozzesi, quelli che proprio agli azzurri regalarono la gioia del primo successo assoluto nel Sei Nazioni, sette anni fa, e quella della prima vittoria in trasferta, a Edinburgo, sette mesi fa. E' stata una battaglia primordiale, sotto la pioggia di St. Etienne, fatta di calci a rimadare la palla di là e calci di punizione, proprio per evitare i rischi di maneggiare troppo a lungo l'ovale bagnato. Una scelta dettata anche dall'equilibrio, ormai noto, tra le due squadre. E il 18-16 finale ne è la conferma. A fare la differenza, alla fine, proprio la precisione nei calci piazzati. E qualcosa che sta a metà fra l'orgoglio e l'esperienza.

    Ma tutti ricorderanno le lacrime di Troncon, il suo viso da pugile in un rugby che regala ragazzi da calendario, la sua voce che urlava per gli 80 minuti di partita "disciplina". Lui è il volto di uno sport che dalla provincia è cresciuto fino a confrontarsi con i maestri anglossasoni e la Francia, di una nazionale che ormai regala la maggior parte dei suoi giocatori al campionato francese e inglese. Loro avranno una nuova possibilità. Lui lascia stasera, a 34 anni, dopo 101 partite in azzurro. Dicono che devi sempre avere un sogno, un desiderio, nella vita. Non è facile accettare di vederlo svanire, in una scivolosa serata francese di settembre. Ecco perché Troncon piange. 

    "Difficile che io molli quando c'è qualcosa che mi interessa veramente. Che sia rugby o amore. Perché rugby e amore si assomigliano: sono passione, sentimento, legame, sono voce del verbo dare".
    (Alessandro Troncon - Sportweek, 8 settembre 2007)

    pensato da: eric7 alle ore 23:57 | link | commenti (1)
    categorie: ovali, tempo scaduto, giochi di mano
    domenica, 23 settembre 2007

    6 gentiluomo

    Quando è morto Gaetano Scirea, le strade della Polonia erano vuote. Però morivi in un incidente, perché la benzina era poca e facevi la scorta di taniche nel bagagliaio.

    Ora le strade della Polonia sono un'alternanza di tir e lavori in corso: l'Europa unita che avanza, con la moneta che si approssima.

    Quando è morto Gaetano Scirea, la cortina di ferro stava per sbriciolarsi, sulla spinta della perestrojka e della stanchezza. E per studiare un avversario nelle coppe, dovevi attrezzarti come un turista all'avventura.

    Gaetano Scirea era un gentiluomo, che viveva in un quartiere borghese di Torino, in mezzo a gente normale. Mai un cartellino rosso, l'eleganza e la correttezza vestita col numero 6. Roba d'altri tempi, si dice oggi, ma che era d'altri tempi anche 25 anni fa.
    Lui, architetto in mezzo a operai e artisti nell'Italia campione del mondo.

    Fra poche ora è Roma-Juventus. Segnò al Comunale di Torino in una vittoria bianconera nell'anno in cui i giallorossi vinsero lo scudetto dell'83. Da romanista, ancora oggi non vedo perché volergliene male.
    pensato da: eric7 alle ore 04:37 | link | commenti (10)
    categorie: maestri, palle, tempo scaduto
    domenica, 16 settembre 2007

    Diapositive

    Si può essere felici come bambini dopo aver perso 108-13? Sì, se sei un Paese di calciatori di classe che da 40 anni cerca un centravanti per la propria nazionale di calcio, e - non si sa come - riesci a mettere in piedi una squadra di rugby, arrivata alla Coppa del Mondo. Contro la Nuova Zelanda c'era solo da stabilire se gli All Blacks avrebbero superato i 100 punti. Ci sono riusciti, naturalmente. Ma il Portogallo, oltre a due calci, è riuscito a segnare una meta. A fine partita è festa. Per i favoriti che continuano gli "allenamenti" in vista della fase finale della manifestazione. Per i tifosi lusitani, che esultano liberi e felici come se avessero vinto una finale. È sport. Ogni tanto vive di cose semplici.

    Poi ci sono i motori. Nella più brutta settimana della storia dell'automobilismo (a parte quelle luttuose), il duello tra Hamilton e Alonso è da brividi. L'inglese ha iniziato a Monza, bruciando la Ferrari di Massa all'esterno della staccata della prima variante, poi Raikkonen passandolo all'esterno sempre allo stesso punto. Oggi a Spa ha affiancato il compagno di squadra dopo lo start, finché lo spagnolo non lo ha invitato a passeggiare per un po' sull'erba sintetica. I due poi hanno proseguito a braccetto a braccetto a 300 all'ora, finché la fisica non ha avuto la meglio sul coraggio. Poi doppietta Ferrari, ma questa è un'altra storia. Tre episodi, però, che solitamente avvenivano in 17 gran premi, non in otto giorni. È un campioanto splendido nonostante le miserie della spy story. Il pomeriggio non si dorme, perché quando c'è equilibrio tecnico c'è spettacolo.

    Ditelo a Valentino Rossi. Con moto e gomme finalmente all'altezza, mette fine all'abbuffata di vittorie di Stoner. Certo, il mondiale non è in discussione e, forse, l'australiano si accontenta di mettersi per una volta alla finestra. Vale vince in Portogallo su Pedrosa, con una staccata di coraggio raro e sontuoso. Impenna al contrario e infila lo spagnolo solo sulla ruota anteriore. Ecco uno che abdica. Ma solo per un po'.

    pensato da: eric7 alle ore 23:10 | link | commenti (2)
    categorie: quattroruote, dueruote, ovali, finte e controfinte
    giovedì, 13 settembre 2007

    L'unica tentazione di Dennis

    In un film la parte del cattivo sarebbe la sua. Antipatico, presuntuoso, arrogante. Un ex meccanico che ha messo in piedi un team di Formula 1, è diventato ricco (il 648º  al mondo, secondo il Sunday Times) e vincente. Potrebbe essere un Enzo Ferrari nato quarant'anni dopo. Ma lui non ha lasciato che la leggenda fosse alimentata dal sogno romantico di un Paese impolverato e da una regione ricca di energia e sangue. Lui s'è messo a lavorare e basta. Senza carisma, solo sudore.

    Nato nel '47, a 16 anni lascia la scuola e va a fare l'apprendista meccanico. Negli anni '70 mette in piedi alcune scuderie nelle formule minori. A 34 controlla la McLaren. Negli anni '80 chiama un ingegnere geniale (John Barnard) e, a suon di miliardi e garanzie tecniche, chiama i migliori piloti del momento: Lauda, Prost, Senna. Non vince, domina. Negli anni '90, dopo un po' di astinenza da successi, si fa sposare dalla Mercedes, torna al titolo mondiale, e cede la maggioranza della McLaren. Oltre a ricevere onoreficienze da Sua Maestà.

    In realtà è solo un tipo pratico. Modi spicci, linguaggio analitico e manageriale, e una esplicita allergia ai giornalisti di ogni latitudine. Non è uomo da compromessi. Agli italiani, naturalmente, non è simpatico. Troppo diversa la visione del mondo. Eppure tra la storica, meravigliosa massima di Enzo Ferrari ("La vittoria più bella è sempre quella che deve venire") e la sua "Essere competitivi, vincere ogni Gp, ma soprattutto continuare a farlo indipendentemente dalla mancanza di un singolo, anche il più importante", non c'è molta differenza. Se non quella che separa Modena dal cuore dell'Inghilterra.

    Antipatico, presuntuoso, duro, arrogante come chi si è fatto da solo. A Monza, dopo la doppietta McLaren, ha pianto fra le braccia della moglie. La tensione per un mondiale equilibratissimo, i dispetti tra i suoi piloti e la spy story ai danni della Ferrari. Se non fosse così cattivo come si fa dipingere, penseresti a una recita. Lui che ha sempre raccomandato di nascondere la gioia di una vittoria nelle quattro mura dei box ("E' solo il nostro lavoro. Quando smetti di essere professionale, sprofondi in un vortice") Forse stavolta ha solo mostrato una debolezza, almeno dal suo punto di vista: le emozioni di un uomo.

    Domattina, quando la Federazione dell'automobilismo giudicherà l'eventuale (e probabile) coinvolgimento suo e/o della sua squadra nello spionaggio, si saprà se, proprio come un uomo, ma misero, è caduto anche in un'altra grave debolezza. E tentazione. Leggere (o lasciare che altri lo facessero) quello che non avrebbe mai dovuto leggere. Qualcosa che non gli apparteneva. Le parole, le idee e i progetti di altri.

    pensato da: eric7 alle ore 00:13 | link | commenti
    categorie: quattroruote, tempo scaduto, giochi di mano
    lunedì, 10 settembre 2007

    Last minute

    Uno. Non consideravo finite le vacanze. Due. Avevo e ho voglia di viaggiare. Tre. Voglio vedere un importante evento sportivo. Quattro. Fuggire la Notte Bianca.

    Il caso, sotto forma di Nuova Zelanda-Italia, a Marsiglia, offre la grande opportunità. I valori di uno sport vero come il rugby, una partita che è spettacolo, i più forti al mondo in campo. Match nel primo pomeriggio dell'8 settembre. E Notte Bianca romana da passare in bianco, ma lontani dalla Capitale. Tutto perfetto, se non fosse per internet. Lo strumento che riduce le distanze, che fa viaggiare beni e servizi abbattendo costi e tempi. Una beffa per uno che lavora e vive di internet.

    Trovo i biglietti, dopo Ferragosto. Nuova Zelanda-Italia è una delle poche partite che ancora ne offre in abbondanza. Scelgo il posto popolare: 29 euro. Mi registro al sito, e clicco per acquistarli. Ma le carte elettroniche, come la mia Postepay, non sono più accettate, informa il rivenditore. Serve una carta di credito tradizionale. La chiederò in prestito al Principe, aspetto qualche giorno.

    Intanto, studio il tragitto. Esclusa l'auto, scopro che un aereo diretto costa il doppio che raggiungere gli Usa. Volo per Lione e treno per Marsiglia: troppo complicato. Idea traghetto? Non male, se uno volesse passare dalla Corsica. Ci impiegavano meno le poste degli antichi Romani. Mi dicono che esiste un pulmann che parte dalla stazione Tiburtina. Decido che il viaggio coi ragazzi maghrebini me lo posso anche risparmiare. Alla fine, meglio il treno. Già fatto in gita scolastica. Sarebbero solo di 32 ore di viaggio e 9 in città. In mezzo, gli 80 minuti della partita. La metropolitana arriva diretta al Velodrome. Perfetto.

    E' ora di procedere all'acquisto. Ma, nel giro di tre giorni, i biglietti sono finiti. Maledizione, c'avevo fatto la bocca. Il rischio Notte Bianca si fa concreto. Ripiego sugli Europei di basket. Ancora peggio. Praticamente tutto esaurito, eccetto Slovenia-Italia. Per i costi, non sarebbe un viaggio mordi e fuggi, ma una vera e propria vacanza. Una settimana dopo torno nella mischia rugbystica. Miracolosamente, ci sono di nuovo i tagliandi. Qualche centinaio di quelli da 100 euro. Vado. Accaparro. Inserisco il numero di carta del Principe. Anzi, ex Principe, dovrei dire.

    Infatti, è andato sotto in banca, la Visa non risponde. Proviamo la verde American Express. Quella dovrebbe funzionare. Ma il rivenditore on line accetta solo Visa e simili, perché Visa è tra gli sponsor della manifestazione. Clicco, riclicco. Niente. La mia, di Amex, esiste, ma ancora non mi è stata ancora recapitata. Uno dopo l'altro, vedo diminuire i biglietti sotto gli occhi. Fino al sold out. Sotto un certo punto di vista, il bello di internet. Tutto real time. Poi dice perché uno vuole cambiare lavoro.

    Ora lo so. Non ho una davvero scusa valida per fuggire la Notte Bianca. Mi vendico e passo in rassegna i prossimi eventi sportivi. Gli Europei di volley sono a Mosca. Troppo tardi. Guardo al futuro. 2008, anno olimpico. Pechino. Il meglio dello sport in uno dei posti più affascinanti del mondo. La Cina va vista prima che sia troppo tardi, dico da tempo. Forse è già tardi. Diciamo che sarebbe l'occasione per vedere un Paese antico entrare definitivamente nella modernità. Il sito ufficiale dice che la vendita di biglietti è andata a gonfie vele. Ma solo ai cinesi. Il resto del mondo rimanga in ascolto, novità solo a ottobre.

    Prossimo obiettivo, gli Europei di calcio "alpini": organizzano Austria e Svizzera. E un pensierino proiettato agli Europei di atletica in programma a Berlino nel 2009. La disciplina lo merita, la città ancora di più. E poi c'è abbastanza tempo per non farsi sorprendere. Consoliamoci così.
    La mia Notte Bianca? Fondata sullo storico pomeriggio azzurro. In campo, una dopo l'altra, le nazionali di rugby, pallavolo, basket e calcio. Mai successo. Poi, dopo la sciatta Italia di Donadoni, un kebab con vista sul flusso notturno in direzione centro. Ma con in testa un bel viaggio sportivo. Suggerimento?

    pensato da: eric7 alle ore 23:42 | link | commenti (6)
    categorie: in viaggio, tempo scaduto
    domenica, 09 settembre 2007

    I doveri di un uomo. Anche il più veloce del mondo

    "Un po' come accade in certi amori. L'adori, ma solo dopo sai che non era quello della vita". I dieci secondi di panico che gli avevano fatto perdere l'oro a Osaka erano stati una vera delusione. Riducendo il primatista del mondo a uomo da meeting, e non da gradino più alto del podio. Uno che non sa reggere la pressione di un grande evento. La delusione sembrava far dimenticare che Asafa Powell non è ancora 25enne.

    Fino a qualche anno fa, non gli piaceva correre. A lungo il giamaicano ha giocato a calcio, con ambizioni professionistiche. La corsa era stare in campo a prendere a calci un pallone. Allenarsi coi compagni, per poi scoprire che dopo uno scatto te li eri lasciati tutti alle spalle. Ecco, Asafa è un atleta da gioco di squadra. Un atleta da sport solidale, non da disciplina dove sei da solo, e un po' narciso, sul palcoscenico. Ma è ancora giovane.

    E intanto è sempre di più l'uomo più veloce del mondo. Ai tre 9.77 ottenuti negli ultimi due anni, ha aggiunto a Rieti il nuovo primato: 9.74. Una corsa disarmante, nella sua leggerezza. Merito di muscoli distribuiti con grazia in un metro e novanta centimetri. Fra tutti i record del mondo dei 100 metri che ricordo, quello odierno mi è sembrato il più pieno di armonia e serenità, come se la potenza fosse una dote opzionale. Negli ultimi metri, il giamaicano ha addirittura mollato. Passato il traguardo in scioltezza, quasi si è disinteressato del tempo, mentre i più stupiti sembravano i suoi avversari.

    Proprio perché giovane, perché il più forte, Powell va amato. Ha ancora bisogno che si creda in lui. Sa che è bello stupire, mostrando di essere i migliori in situazioni inattese. Ma è anche facile. Per questo, si deve essere migliori quando tutti se lo aspettano. E' il dovere di un uomo. Anche per il più veloce del mondo. Anche per uno che preferiva il gioco di squadra.

    pensato da: eric7 alle ore 21:33 | link | commenti
    categorie: tempo scaduto, colpi di testa, lanci salti corse
    sabato, 08 settembre 2007

    Sabato sacro

    L'ultimo sport sacro. O l'ultimo momento sacro dello sport. Guardi la haka neozelandese, la ascolti. Ed è silenzio. Eccetto le espressioni, i gesti e le urla di quindici uomini, maori o bianchi, che hanno scelto lo stesso destino. In una danza che non è solo di guerra. Ma di libere emozioni. Se il rugby è ancora una religione, la haka è l'inno più alto elevato al cielo e a divinità pagane. E i mondiali una celebrazione pura.

    La Coppa del Mondo è una manifestazione giovane (esiste solo da vent'anni) e incontaminata. Dove anche la tecnologia, adottata per preparare le partite, per comunicare o per vestire i giocatori, è una presenza rispettosa. Lo sfondo per una battaglia di trincea, una lotta di corpo a corpo, che è quella su cui si è misurata l'umanità per millenni.

    A noi italiani il rugby non viene ancora bene, perché non siamo britannici, dunque non lo abbiamo inventato noi. E poi perché di guerre non ne abbiamo fatte molte. E quelle poche erano pure sbagliate. Però lo giochiamo con amore. Però stiamo migliorando. Un progresso che non si misura dai 76 punti a 14 contro la Nuova Zelanda, nell'esordio in Coppa. Ma dal rispetto della migliore squadra del mondo, che ha schierato i suoi quindici giocatori migliori in una partita dal pronostico scontato, e in 28 minuti era 43-0.

    Nel ranking mondiale l'Italia è nona. Per entrare negli otto, c'è da sconfiggere la Scozia (impresa già riuscita nel Sei Nazioni 2007), nell'ultima partita del girone. Quel giorno sarà sport. Oggi è stata solo la più bella delle celebrazioni di uno sport. Non è poco.

    pensato da: eric7 alle ore 16:03 | link | commenti (5)
    categorie: maestri, ovali, giochi di mano
    venerdì, 07 settembre 2007

    Azzurri con la valigia in mano

    Il caso lavorativo ha voluto che scrivessi un paio di pezzi sugli Europei di basket. Ne dovrebbero seguire altri. Come fanno i giornalisti dotati di blog, pubblico la mia opera qui sul mio. Nulla che passerà alla storia del giornalismo, naturalmente. Ma scritto in estrema scioltezza.

    In un momento in cui passato e presente si avvinghiano come nella lotta greco-romana e il mio futuro è sempre limitato a domani, un banale pezzo buttato giù dopo aver seguito le prime tre partite dell'Italia, si pianta come un punto interrogativo. Su un mestiere che era mio. E che poi ho lasciato scivolare via. O cadere.
     
    Lo pubblico, insomma. Anche per non lasciare questo blog non aggiornato. "Tanto per muovere la classifica", come si direbbe di una provinciale dopo un pareggio ottenuto senza troppo impegno.

    PS: Ci sono un paio di ritocchi (titolo compreso), tanto per evitare riferimenti al committente del pezzo.


    Si ricomincia da zero. Ma con intatte le ambizioni di qualificazione olimpica. Agli Europei di basket, in corso in Francia, l'Italia raggiunge il secondo turno, dopo aver battuto la Polonia nell'ultima partita del girone C. Nel nuovo raggruppamento gli Azzurri si troveranno di fronte – in ordine cronologico – Lituania, Turchia e Germania. A completare il girone, Slovenia e Francia, le due squadre che hanno già battuto i ragazzi di Recalcati, e che quindi li costringono allo zero in classifica.

    Per raggiungere i quarti di finale, l'Italia è chiamata comunque a una grande impresa, quella di vincere tutti e tre gli incontri, poiché due successi potrebbero non bastare. Altrimenti si va a casa. E il sogno Olimpiadi torna in valigia. Contro la Polonia, avversario di poca tecnica e molto peso atletico, gli Azzurri hanno fatto vedere qualche progresso. Meglio il gioco di squadra, un po' di continuità in difesa e finalmente il coinvolgimento attivo delle due giovani stelle Nba, Andrea Bargnani e Marco Belinelli.

    Bargnani, prima scelta assoluta e secondo miglior esordiente nel campionato professionistico americano, ha messo a segno 19 punti, mostrando determinazione nell'attaccare il canestro. Belinelli, 18° scelto questa estate dai professionisti, ha finalmente liberato il proprio imprevedibile talento, con 20 punti. Decisiva la regia di Massimo Bulleri e il ritorno a canestri importanti per il capitano Gianluca Basile, autore di tre “bombe” consecutive in meno di due minuti.

    Due giorni di riposo, poi si ricomincia sabato con la Lituania. L'Italia non parte favorita ma, come si sapeva alla vigilia del torneo, è in grado di battere tutti. Servono determinazione, collaborazione e talento. Serve essere squadra. Nonostante i giovani dal grande futuro, è stato sempre il sudore a segnare i successi degli Azzurri di Recalcati.

    pensato da: eric7 alle ore 14:02 | link | commenti (7)
    categorie: arance, tempo scaduto
    martedì, 04 settembre 2007

    Il sogno della volontà

    Trentatre centimetri e mezzo più su. Questa la differenza tra l'altezza di Antonietta Di Martino e quella dell'asticella superata sulla pedana di Osaka. 169,5 contro 203. Anzi, lei che ci teneva a conteggiarsi quei cinque millimetri in più, è sincera nel confessare di averli persi, forse col lavoro in palestra. Non era la prima volta che raggiungeva la misura di 2,03, che a giugno gli era valsa il primato italiano. Ma stavolta di fronte c'erano un bel po' di avversarie di valore, fra campionesse mondiali, europee e giovani fuoriclasse.

    Antonietta la riconosci subito in pedana. E' quella che si porta addosso i colori del Mediterraneo, e anche l'altezza. E' quella che ripete il gesto tecnico nella mente, lo mima, dialoga ripetutamente col suo giovane allenatore in tribuna. Le altre scambiano poche parole coi tecnici, e vagano serie sulla pista in cerca della concentrazione. Ognuna con lo slancio della gente d'origine: gli occhi della russa Chicherova, dal profilo scolpito nel freddo, gli esagerati 194 centimetri della campionessa croata Vlasic, una che da lì in alto per vincere non fa una gran fatica, e te lo fa pure pesare.

    Dopo averla vista gareggiare in Italia, per Antonietta si era profilato il sogno di medaglia mondiale. Poi tutte le sue antagoniste sono migliorate, e lei infortunata. La vedevi tra un salto e l'altro fasciarsi e unire le dita dei piedi. A venti giorni dai Mondiali, un sovraccarico al quinto metatarso del piede sinistro (quello con cui stacca per saltare) e una lacerazione fibromuscolare al soleo. Poco allenamento e il dubbio di molti sul risultato di Osaka, manifestato in silenzio. Un pronostico lieve e imprevedibile, per non appesantirle la possibile delusione. Invece, a 29 anni, è salita a 203 centimetri, ha vinto l'argento e iniziato davvero una carriera a un'età in cui molte atlete hanno già dato il massimo.

    La parola d'ordine di oggi, e fino a Pechino, è: volontà. Me la segno anche io, anche se non devo andare alle Olimpiadi.

    pensato da: eric7 alle ore 00:53 | link | commenti
    categorie: lanci salti corse
    sabato, 01 settembre 2007

    La festa, un po' mesta, di Alex

    Mi piace l'incazzatura di Alex Schwazer. Adesso no, ma forse un giorno piacerà anche a lui. L'altoatesino, 22 anni, medaglia di bronzo nei 50 km di marcia ai Mondiali di atletica di Osaka, ai quali si era presentato col miglior tempo dell'anno. Scontroso all'arrivo, poi in lacrime. Senza un filo di sorriso sul gradino più basso del podio. In questi casi, sorridono sempre tutti. Il primo, campione. Ma anche gli altri che vedono consegnati agli albi d'oro il proprio nome e la fatica.

    Prendete Andrew Howe, un predestinato della nostra atletica. Lui ancora non sa cosa farà da grande. Non il triplista, dove si diverte ma mette a rischio le caviglie. Forse il velocista, ma servono allenamenti dedicati, e programmi che permettano di recuperare tra una gara e l'altra nelle grandi manifestazioni. Per ora, fa il salto il lungo. Dove è il secondo al mondo. Per ora, è gioia e rabbia liberatoria. Anche se davanti a lui c'è uno più vecchio solo di due anni, che sembra il suo sosia panamense, che fa incetta di ori. Howe dall'alto dei suoi 22 anni è contento.

    Alex Schwazer no. Anche se ha il futuro davanti a sé. Nella 20 km di domenica, si era allenato, tanto per prendere confidenza con il caldo umido di Osaka. Ed era finito decimo. Aveva fatto finta di niente, ma in fondo gli era rimasto il dubbio di poterla vincere. Nella 50 km, la gara che già gli aveva dato il bronzo due anni fa ai Mondiali di Helsinki, è rimasto in attesa. Per paura del clima. E i primi di due se ne sono andati. Non gli è bastato il miglior tempo negli ultimi 20 km, né il migliore nell'ultimo. Sul traguardo ha scagliato il cappellino in terra.

    Bella presunzione, quella di essere il migliore e non averlo dimostrato. Alex sa di avere un nuova possibilità, fra poco meno di un anno a Pechino. Stesso caldo, stessa umidità. Alex sa che ce la farà. Fosse a Pechino, fosse dopo.

    pensato da: eric7 alle ore 12:58 | link | commenti
    categorie: tempo scaduto, colpi di testa, lanci salti corse