Ci sono molti modi per buttare via tutto. Fatica e sacrifici, sogni e aspirazioni. Presunzione e depressione: ai Mondiali di atletica di Osaka, due atleti hanno scelto due maniere differenti. Con gli stessi risultati.
Ivano Brugnetti, 30enne milanese, è stato medaglia d'oro nella 20 chilometri di marcia alle Olimpiadi di Atene e al Campionato del mondo del '99. La marcia, uno sport antico e dall'apparenza improbabile, con il suo passo spigoloso nell'aspetto e ritmico nel risultato. Una disciplina in cui l'Italia che fatica ha sempre trovato successo.
Domenica mattina era tra i favoriti della sua gara. Anche se nella marcia il risultato è una puntata labile, influenzato dal clima, dalle forze spinte allo stremo e dal giudizio tecnico della giuria, che vigila sul rispetto dello stile. Di solito le gare vivono di ritmi più o meno alti, ma sempre in gruppo. Chi vuole provare a vincere, accelera dopo i tre quarti.
Non Brugnetti, che al quinto chilometro se n'è andato in solitudine. Staccando tutti. Un suicidio tattico. Per la fatica e, soprattutto, per l'esposizione in solitudine, quasi narcisistica, all'occhio dei giudici. Per questo, molto meglio nascondersi nell'anonimato del gruppo. Come gli consigliavano gli allenatori lungo il circuito.
Ma lui fa di testa sua e, come prevedibile, colleziona due ammonizioni, rallenta, si fa riprendere dai migliori e poi becca il terzo e definitivo avviso, facendosi squalificare. Una possibile medaglia butatata via. Un suicidio, lucido e quasi provocatorio.
Non molto diversamente è andata ad Asafa Powell. Non il velocista migliore della storia. Ma attualmente uomo più veloce del mondo. Un po' come accade in certi amori. L'adori, ma solo dopo sai che non era quello della vita. Il giamaicano è l'attuale detentore del primato mondiale, e ha in mano le tre migliori prestazioni della storia.
Però non ha mai lasciato il segno nelle manifestazioni più importanti. Sempre vincente nei meeting, quelli in cui si ingrossa il portafogli, sempre perdente il giorno della medaglia. Quello in cui metti la tua firma in calce alla memoria di uno sport. Squalificato ai Mondiali 2003, quinto alle Olimpiadi del 2004, infortunato alla rassegna iridata del 2005.
Domenica è sceso in pista da favorito, nella sfida dei 100 metri contro il giovane americano Tyson Gay. Cinque a zero nei confronti diretti. Belle qualificazioni, corsa impressionante e sciolta. Il record del mondo nell'aria. Ma, in finale, dopo 60 metri testa a testa il giamaicano non ha cambiato marcia, ed è finito impotente terzo. E' bastato vedere i replay per capire cosa era successo.
Ai blocchi di partenza, Powell aveva gli occhi persi nel vuoto. Gay fissava dritto la linea d'arrivo. Tutti concordi nell'analisi. Non ha retto la pressione della gara. Anche lui, lucidamente: "Quando mi sono sentito rimontare, mi ha preso il panico". C'era da correre per cento metri come lo aveva fatto chissà quante volte nella vita. Liberando il proprio corpo, in uno dei gesti più naturali per un uomo. Asafa Powell non lo ha fatto. Buttando via mesi di sudore. E molto di ciò in cui aveva creduto. Ora non sembra abbia voglia di ricominciare.
Visto che la sintonia con Anonimoimustato sopravvive anche a qualche migliaio di chilometri di distanza, vado a pescare il ricordo di un altro straniero che non ha fatto faville in Italia. Ma non facile da dimenticare. Il fatto che il magico Florin abbia vestito la maglia del Bari mi ricorda un altro biancorosso, e una chiacchierata che feci con mister Materazzi poco prima del campionato 95-96.
Lo incontrai a passeggio per Bari, con accanto due ragazzi di colore dagli occhi assai intimiditi. Intimiditi più da una città tanto bella quanto anarchica (eufemismo), che dall'impatto col nostro campionato. Uno era Gerson, onesto cursore di centrocampo e decente straniero nella nostra Serie A.
L'altro era uno spilungone con la faccia da adolescente, si chiamava Abel Xavier. Origini mozambicane, veniva dal Benfica. Era il terzino destro della nazionale portoghese Under 21. Ma era bravo anche come regista davanti alla difesa, grazie a piedi buoni e visione di gioco.
Chiesi al Materazzi se il giovane si stesse inserendo, in vista del campionato. Il Mister rispose paterno. Naturalmente sì. Altrettanto naturalmente, alla fine della stagione, fu venduto in Spagna. Quattro anni dopo, lo ritrovai con la maglia dell'Everton. In Inghilterra piacque. Tanto che la stagione seguente passò da una riva all'altra del Mersey, finendo al Liverpool.
Sembrava il cugino del ragazzo timido di Bari. Fisico più strutturato, una chioma leonina e il pizzo, tutti tinti di biondo platino (eccolo al meglio del suo look). Davvero un modello (credo che un modello simile esista veramente, ma non so come si chiama). Alla fine di quella stagione, poi, decise senza volerlo il destino della nostra nazionale.
Nella semifinale dell'Europeo del 2000, durante i supplementari della semifinale Portogallo-Francia, parò con la mano un tiro di Trezeguet. Il bello è che la palla non sembrava diretta in porta. Rigore e gol di Zidane, anzi Golden gol. I blu avanzano in finale. Ma i lusitani non la prendono bene. Fra i quattro che protestano, il biondo è quello che becca dalla Uefa la squalifica più lunga: nove mesi.
Il resto della storia è nota. L'Italia in finale crolla al Golden gol e Berlusconi pensa tuttora che sia stata colpa di Zoff, che non fece marcare a uomo Zidane. Ma una mano ce la diede, indirettamente, pure il nostro Abel Xavier.
Che nel 2004 rimase senza squadra. Ma, in una delle sue stagioni più disgraziate, la Roma, che in un anno riuscì a mettere insieme quattro allenatori (Voller-Sella-Del Neri-Bruno Conti), lo chiamò a sé. "I provini li ho fatti ad 8 anni". Fu la modesta affermazione con cui si presentò a Trigoria. Le tre partite collezionate da Abel Xavier in giallorosso furono troppo anche per una squadra disperata che quasi sfiorò la B.
Eppure, biondo e ineffabile ("Porto i capelli così per farmi notare e ricordare all'Uefa, che mi ha squalificato per molto tempo, che esisto ancora"), trova un ingaggio per altri due anni in Inghilterra, nel Middlesbrough. In mezzo, riesce a infilarci un'altra squalifica, fra il novembre del 2005 e il novembre 2006: doping.
Ma non è finita qui. Avete presente David Beckham, il modello-calciatore? Anche chi è allergico al calcio sa che da luglio gioca negli Usa, nei Los Angeles Galaxy. Non molti sanno che, fra i suoi compagni di squadra, c'è un lungagnone portoghese dalla criniera blondo platino.
Non ne avrà azzeccate molte, ma Abel Xavier non ha mai smesso di scegliere. E di sbagliare. Oltre che di fare e disfare le valigie.
Bei gol, qualche errore arbitrale, un allenatore che prende a calci un collega. Non male come inizio per il campionato di calcio.
Siccome, nonostante il tempo che passa, le miserie sono sempre le stesse (dilettantismo dei dirigenti, calciatori viziati, giornalisti tifosi, maleducazione diffusa, sportiva e non solo), per difendersi e goderselo negli anni ho fatto ricorso a qualche antidoto.
Grazie alla Gialappas Band ho imparato a ridere degli errori, degli strafalcioni tecnici e verbali, dando un senso alle sgrammaticature e ai passaggi sbagliati. Grazie al Fantacalcio, ho tolto la sciarpa del tifoso, per vestire la maglia dell'appassionato, mettendo alla prova la conoscenza dei giocatori. Ci sarà tempo per parlarne, in questo periodo in cui gli adepti si incontrano per mettere all'asta la propria competenza.
La Gialappa's m'è tornata in mente leggendo "Bidoni", gustoso libro di Furio Zara, dedicato a un centinaio tra ex campioni, bufale e pseudo-giocatori provenienti dall'estero che hanno assaggiato il palcoscenico italiano. Due pagine a profilo, in cui Zara concentra emozioni, immagini e tanta ironia. Una cavalcata che a volte regala un pensiero profondo.
La biografia di Florin Raducioiu, romeno tutto velocità e piedi sghembi, è fra le più divertenti. Il ragazzo (fra Bari, Verona, Brescia e Milan) fu un assoluto idolo della Gialappa's, nella classifica "Questo lo segnavo anche io" di Mai dire gol. Eccone un estratto. Fa sorridere. Per qualche motivo, in questo momento mi ci vedo. E me lo dedico. Oggi ho voglia di un sorriso.
Era il più bravo di tutti ad arrivare davanti alla porta. Ci metteva la classe, l'eleganza, la rapidità, la scaltrezza. E arrivava all'appuntamento con il destino. Però poi si inceppava. Balbettava. Crollava, esausto di fronte a tanta responsabilità. Incespicava sui pensieri: tiro a destra o a sinistra? Si attorcigliava nei dubbi: di piatto o di punta? Diventò celebre non per quello che fece. Ma per quello che sbagliò. Ci vuole talento anche in quello. Lui sbagliava nei modi più impensabili. Sempre per eccesso, mai per difetto. Meglio la cazzata colossale che la sciocchezza minimalista [...] Nell'errore, era il più generoso di tutti.
Il Principe mi dice che è una buona ragione per campare. Il Principe è più tifoso ora, a 37 anni, di quando ci siamo conosciuti nell'87, e di quando poi abbiamo condiviso i seggiolini dell'Olimpico. E' il campionato di calcio. Lui ci crede, e dal suo punto di vista ha ragione.
La nostra Roma è un bel caleidoscopio su cui posare l'occhio, sempre imprevedibile. Io mi limito allo spettacolo, anche quello delle altre squadre, se ci riescono. Basta che il pallone rotoli, e nelle vene scorre la giusta dose di sollievo. Alla fine, tutti quanti chiediamo che ci alleggerisca la vita. Più o meno a ragione.
Certo, dal punto di vista tecnico e organizzativo, il campionato italiano non è più l'Impero, ma una capitale decaduta. Si parte con uno stadio chiuso alla tifoseria ospite (Genoa-Milan), alcuni ancora non a norma, pochi soldi spesi sul mercato in confronto a spagnoli e inglesi, i giovani che vanno all'estero (Bianchi, Rossi, Pellè), i campioni del mondo pure (Toni e Grosso).
Più altre miserie varie, con l'illusione che una bella mano di vernice alla facciata cambi tutto. Ma la malattia è negli organi, non sulla pelle. Ne abbiamo visti di temporali, noi che amiamo il calcio e quelli che lo dirigono. La differenza è che loro pensano di averlo scampato, io il Diluvio me lo aspetterei ancora.
Per quanto riguarda il campo, in ordine di forza: l'Inter strafavorita ma Mancini, solito bimbo quarantenne viziato, chiede rinforzi. Il Milan è sempre lo stesso, nonostante Emerson (a cui bisognerà trovare posto). Squadra vecchia era, e vecchia rimane (lo stesso Emerson e Ronaldo sono sopra i trenta), sempre potenzialmente acciaccata, una sola punta in campo, il resto lo farà Kakà. La Roma ha gioco e rosa, ma non l'esperienza e la tenuta mentale. Ma se per caso non fosse così, da queste parti la festa è già pronta.
La Juve è scarsina per sognare, ma almeno col giusto atteggiamento ogni domenica può sorprendere e sorprendersi. La Fiorentina imita la Roma, ma è piena di giovani. La Lazio il miracolo (come il Milan in Champions) lo ha già fatto lo scorso anno. Il Palermo ha entusiasmo e tecnica, ma un presidente che può distruggere tutto al primo risultato storto.
La Samp "solo" Montella e Cassano, cioé gol e spettacolo o depressione offensiva. L'Udinese ha un attacco stimolante, ma bassotto, il Toro nonostante i cambiamenti è destinato a soffrire, ma ha un allenatore da Toro. Napoli e Genova, con tifosi meno esigenti, dovrebbero puntare alla salvezza e vivere felici.
L'Empoli parte dalle imprese della scorsa stagione: sarebbe un vantaggio, se non ci fosse maggiore concorrenza. In ordine alfabetico, Cagliari, Catania, Livorno, Parma, Reggina e Siena si giocano la salvezza. Chi di queste ha cambiato allenatore, potrebbe pure tirarsi fuori presto, o affondare ancora prima.
Sollevarsi o affondare presto, proprio come nella vita.
Non porto l'orologio da un po' di anni. Tra computer e cellulari, mi arrangio. Poi se non ci sono, il tempo riesco a misurarlo lo stesso. Quanto al calendario, invece, ho un problema con le date. Tanto che i compleanni che dimentico sono più degli auguri che invio. Per i ricordi, mi affido alle partite di calcio. Che a volte sembra ti aiutino a far venire in mente dove eri e chi eri.
Prendete la Supercoppa fra Inter e Roma. Da tifoso giallorosso ricordo dov'ero sei anni fa, in occasione della prima vittoria nella manifestazione, un facile successo sulla Fiorentina. Casetta alpina, fuori dall'Italia, in un paese tranquillamente turistico, nonostante la fama. Passeggiate lungo salite che d'inverno fanno la gioia degli sciatori, visite alle ricerca di segnali medievali, sereni. Un nuovo lavoro, il cuore a posto, tanto fare da immaginare. La vita pareva facile.
Agli incontri con l'Inter, lego un'altra finale: Coppa Uefa 1991. Un anno vissuto allo stadio, tra campionato e torneo europeo. Vinsero i nerazzurri, la Roma giocò una di quelle partite generose e furiose che ne segnano la storia. Perché poi ti lasciano solo la sconfitta. Avevo 20 anni, i primi esami universitari che si avvicinavano. Quella sera, all'Olimpico, persi la patente (il duplicato, in autoscuola, costò 120mila lire di allora...). Il resto andava costruito. La vita pareva ancora più facile.
Ce ne sarebbero di ricordi. Mi fermo all'ultimo anno. Alla finale di Coppa Italia del 2006. Molta speranza, con la Roma reduce da una seconda parte di stagione straordinaria, con un record di vittorie che l'Inter è stata capace di battere in un campionato senza Juve. Molta speranza, anche, in ciò che avevo costruito. Ma le piante di cui dovevo prendermi cura cominciavano a chiedere acqua.
Al ritorno dalle vacanze, arrivò la Supercoppa. Assistetti alla rimonta dell'Inter (da 0-3 a 4-3) da un divano suadente, dove il cuore ha cominciato ad assopirsi, cadendo in un freddo cupo. E tre mesi fa, la rivincita dell'anno precedente, aperta da un 6-2 per i giallorossi. Una delle partite che accompagnano la memoria spensierata e rabbiosa di un tifoso. Ricordo di aver urlato, come ai tempi dello stadio. Stavo per dare un calcio alla vita. E calpestare impietosamente le mie piante.
Siamo alla partita di stasera fra Inter e Roma, la nona in meno di due anni. Dire che si conoscono a memoria è dire poco. Una Coppa Italia, una Supercoppa e uno Scudetto a favore dei nerazzurri. Bella Roma, giostra di azioni da gol, ma nessuna rete, e l'Inter che decide di colpire solo col pugno da ko. Tutto già visto. Invece, arriva il rigore di De Rossi. Anche se la trama era nota, per una volta (anzi la seconda), l'assassino non è il maggiordomo.
Per quanto conta la prima partita ufficiale della stagione, i nerazzurri sono lontani da una forma accettabile, manca un playmaker offensivo se Ibrahimovic è costretto a giocare largo, Chivu è un terzino sinistro normale, Suazo ha bisogno di praterie per segnare, ma sbaglia molto. E' bene che Mancini lo tenga presente, se vuole assecondare i sogni del suo presidente.
I giallorossi si aggiudicano il secondo trofeo in tre mesi, da queste parti non è che si siamo molto abituati. Il futuro è appeso a un gioco spettacolare e dispendioso, concentrazione e umiltà difficili da mantenere per una stagione. Confermare secondo posto, quarti di Champions e Coppa Italia sarebbe un successo. La vedo complicata.
Stavolta ha vinto la Roma. Ogni tanto il destino apre una finestra e ti fa sorridere, prima di venire a chiedere il conto. La vita non è così facile. Per i tifosi e non solo.