In teoria ce ne sarebbe abbastanza per impacchettare sogni e passioni, fare un bel fiocco e consegnargli il tutto, fiduciosi. Alberto Contador ha 24 anni e mezzo, professionista da quattro, fisico asciutto da scalatore, ma abile a pedalare contro il tempo. In qualcosa mi ricorda Indurain, con qualche centimetro in meno. Sarà per quella espressione da spagnolo triste, tanto per parafrasare Paolo Conte. Alla sua età, solo Merckx, Anquetil, Gimondi e Hinault hanno vinto il Tour. Non uomini qualsiasi.
Tra anni fa, gli hanno aperto la testa, per un aneurisma che lo aveva colpito durante il Giro delle Asturie. Non sapeva se sarebbe tornato a vivere, sei mesi dopo era in bici, ora ha vinto la corsa a tappe più importante. Ha quattro fratelli, il minore con una paralisi cerebrale. Viene dalla periferia povera di Madrid. Ce ne sarebbe per scrivere una sceneggiatura bella ed emozionante. Se non fosse che il suo nome è finito nella documentazione della Operacion Puerto. Due volte in 39 pagine. Ma in giro, ce ne sono altre seimila. Non ancora rese pubbliche.
Se non fosse che sopra al comodino in ospedale avesse la biografia di Lance Armstrong. Se non fosse che corre nella stessa squadra di Lance Armstrong. Se non fosse che nella crono decisiva proprio l'americano era nell'ammiraglia della squadra a sostenerlo. Quel Lance Armstrong, che ha vinto sette volte il Tour, come nessuno mai prima. Che stupì, appena passato professionista, portandosi a casa la maglia iridata nel 1993. Che stupì di nuovo. Un cancro ai testicoli. La cura e il miracolo. Nella vita e nello sport. In pratica un mistero, che per ben sette anni ha lasciato molti freddi di fronte alle imprese dell'americano. In giro, la convinzione che le cure per tenere lontane il male gli abbiano dato una bella mano.
Classe, drammi, vittorie, squadra, sospetti di doping. Ecco cosa unisce Contador e Armstrong. Sarebbe un bel futuro, se non ci fosse da fare i conti col passato.
Anche se al peggio non c'è mai fine, credo che tornerò a parlare di ciclismo solo in occasione dei mondiali di Stoccarda, a settembre. Per una volta l'anno, si può far finta che sia ancora una cosa seria.
Anche gli eroi piangono. Quando hanno dimenticato di esserlo stati. O quando non interessa più loro.
Non c'ero alla festa degli 80 anni della Roma. Era roba da lacrime e pelle d'oca. Sarei stato a mio agio. Ma dovevo curare il cuore. E, per una volta, nessun rimpianto. Mi accontento della tv.
Qualcuno dirà che è stata la solita festa alla romana, con pretese hollywoodiane e cadute da Festa de Noantri. Tra sushi e coda alla vaccinara. Magari sì. Però, accanto alla presentazione di una squadra che si propone alla nuova stagione chissà quanto compiuta, alle canzoni e agli sketch, abbiamo potuto sprofondare nei ricordi. In generazioni.
Mio padre che vede i reduci malfermi del primo scudetto del '42, quando neanche lui era mai nato. Poi quelli della sua gioventù. Riconosce un fantastico gol in diagonale di Alcides Ghiggia. E Ghiggia, piccolo, scuro, con gli stessi baffi sottili di cinquanta anni fa, è in campo con le lacrime agli occhi. Così come Giacomo Losi, un lombardo che il calcio ha trasformato in una bandiera della Roma. "La" bandiera insieme a Totti, per presenze.
Alla generazione di noi a cavallo dei 30, il gioco è vedere come si sono ridotti i nostri di eroi. Rotondi e spelacchiati come Falcao, una volta Divino, identici come Iorio, più magri di allora, come Pruzzo e Nela. Alcuni erano solo figurine da scambiare, altri hanno vinto e dato gioie, doni non comuni per noi tifosi giallorossi. Piange anche Bruno Conti, ma lui ha un cuore grande, sensibile.
Io però ricordo le lacrime di Ghiggia. Campione del mondo con l'Uruguay, nel 1950. Quattro gol in quattro presenze nella manifestazione. Ma, soprattutto, un assist e una rete dell'ultima partita contro il Brasile, padrone di casa. In quella che in pratica fu la finale. Più o meno tutti sanno come andò, al Maracanà.
I verdeoro con un pareggio avrebbero vinto la Coppa, ma vanno in vantaggio e continuano ad attaccare. I vicini della Celeste attendono e colpiscono. E' la partita che fa piangere una nazione, suicidi a catena. Ghiggia entra nella storia con un diagonale consegnato alla memoria da una inquadratura cinematografica dal basso, alle spalle del portiere, che abbraccia il pallone diretto in rete.
Ecco, Ghiggia è stato un eroe. Però non credo che ieri sera gli interessasse molto. Vedeva solo la vita. Tanta vita alle sue spalle.
Due giorni così preferisci dimenticarli. O tenerli a mente, per sempre, come monito. Tre squadre in meno, ritirate a causa della positività di due corridori e delle bugie del terzo, niente meno che la maglia gialla. Un Tour de France da incubo.
Dopo Vinokourov, grande favorito della vigilia (emoautotrasfusione), Moreni (testosterone), uno dei soli 18 italiani al via (numero deprimente, ma che fa pensare), nella tarda serata di mercoledì, tocca al danese Rasmussen, praticamente il dominatore della corsa.
Uno che, però, non aveva comunicato il proprio recapito all'antidoping durante recenti allenamenti (per questo escluso dalla sua nazionale). Uno in un clamoroso, e mai visto, stato di grazia. Roba che l'organizzazione del Tour e la federazione internazionale speravano si togliesse di mezzo da solo. Ma non lo ha fatto, anzi ha continuato a vincere. Finché non lo ha "ritirato" la sua stessa squadra. Sfacciataggine o inconscienza?
C'è sempre una possibilità per dare un nuovo senso a un amore finito. Passione, stima, stimoli, attrazione, affetto, ricordi, gesti, emozioni. Non conta dove ti portano. Ma riviverle.
Chissà se i ciclisti hanno ancora voglia di mostrarci come si fa.
Che ce lo tolgano, che ci sottraggano la possibilità di scegliere. Altrimenti finisce che, noi innamorati, cadiamo facilmente in tentazione.
La tv pubblica tedesca ha oscurato il Tour dalla programmazione, dopo la positività del corridore Patrick Sinkewitz. La telecronaca di ieri è stata sostituita da un'inchiesta sul doping.
"Siamo dalla parte di chi paga il canone ed è stanco di vedersi raccontare imprese fasulle. Se il ciclismo non si allontana con decsione dalla via del doping, non gli si può fare da cassa di risonanza - hanno detto - Non potevamo non lanciare un messaggio ai corridori, agli sponsor, ai tifosi".
Qualcuno deve rompere il cerchio morboso e suicida. Non lo fanno i corridori (quelli che rischiano la vita), non lo fanno gli addetti ai lavori (che temono per lo stipendio), e neanche i giornalisti (sotto implicito ricatto), che in mezzo al gruppo ci devono lavorare.
Siccome è solo una questione di denaro, l'ha fatto la televisione. Da ieri, gli sponsor dovranno pensarci due volte prima di investire in uno sport che può perdere visibilità. Da domani, possono aprire il portafogli chiedendo anche pulizia. Anche la cattiva pubblicità può essere una forma di pubblicità. Nessuna pubblicità, invece, è un bel problema.
Sarò ingenuo, ma da qualche parte si doveva cominciare. L'ha fatto gente seria, i tedeschi. L'hanno fatto perché il ciclismo in tv da loro non tira più? Magari anche quello.
A volte servono scelte drastiche, per fare del bene.
Questo appartiene alla seconda categoria.
Il fatto. Oscar Pistorius è uno strepitoso quattrocentista di 21 anni. Un campione nel suo ambito, l'atletica leggera paralimpica. Lui ha un sogno, correre insieme a tutti gli altri, quelli normali. Proverà a farlo ai Mondiali di Osaka, in agosto. Deve raggiungere il tempo minimo. Non lo vogliono invece gli organizzatori delle Olimpiadi di Pechino 2008. La federazione internazionale ritiene sia troppo aiutato dalle sue protesi al carbonio.
Intanto venerdì al Golden Gala di Roma, è riuscito a gareggiare con gli altri, arrivando secondo in una batteria dei 400. Nei telegiornali, che cominciano a occuparsi di lui, badando solo alla retorica del disabile, omettendo che nella batteria principale si sfidavano i due migliori al mondo, almeno al momento.
Oscar, per chi non avesse avuto tempo per approfondire la storia, è nato con una malformazione congenita agli arti inferiori (apro una parentesi polemica. Negli ultimi due anni, tre giornali italiani diversi sono riusciti a dare tre versioni differenti: nato senza tibia, senza perone, senza tallone. Fortunatamente, su Wired sanno fare giornalismo). Certo è che a 11 mesi gli hanno amputato gli arti fino al ginocchio.
Da allora si è comportato come un bambino normale. Amando il movimento, vivacità e velocità. Ha giocato a tennis e pallanuoto, poi a rugby. Un infortunio al ginocchio, solo nel 2004 ha fatto ripiegare sull'atletica leggera, dove detiene i record mondiali paralimpici di 100, 200 e 400 metri. Polemiche anche qui, perché gli avversari con una sola gamba amputata ritengono sia favorito dalla doppia protesi.
Pare che la federazione internazionale non gradisca. Pare che neanche volessero che la sua gara a Roma fosse ripresa dal circuito internazionale. Di sicuro c'è che le sue protesi non sono ritenute regolamentari per gareggiare con gli atleti normodotati. Affinché sia puro, il gesto atletico non deve essere condizionato da elementi tecnologici, le due lamine di carbonio che la prima volta Pistorius si costruì da solo lo favoriscono. Va anche detto che proprio questo aiuto in partenza non si vede e in curva mettono in discussione il suo equilibrio. In rettilineo, però, è una freccia. Ha una progressione bionica.
"Come se la forza si misurasse solamente all'interno di quella protesi e nella sua volontà e nel suo cuore di atleta". L'ho letto su Mediavideo. Ma ai telegiornali non è che sia andata meglio. Il tg1 ha avviato una petizione on line. Nessuno che si pone una domanda forse polticamente scorretta (finalmente l'ho scritto!), ma sincera: Oscar è sì o no favorito? Penso che la sua gara l'ha vinta: correre insieme agli altri.
È giusto che ci si confronti ancora nei meeting internazionali, dove può essere invitato dagli organizzatori. Ho molti dubbi che non tragga vantaggio dalle sue lamine. Retorica per retorica: perché dovrebbe prendere il posto di un atleta che si sacrifica per quattro anni per raggiugere i Giochi Olimpici? E poi, perché Pistorius sì, e un giocatore di pallacanestro in carrozzina infallibile da tre punti no?
La veronese Paola Fantato è stata campionessa del mondo di tiro con l'arco. Ha partecipato alle Paralimpiadi Olimpiadi e alle . Da una sedia a rotelle. Ma non ne ha tratto alcun vantaggio. Le braccia, la mira, la concentrazione, l'arco, l'accomunavano a tutte le avversarie. Non conosco il parere della Fantato in proposito. Sicuramente appoggia lo sforzo e la sfida di questo ragazzo sudafricano.
L'importante, nella storia di Oscar Pistorius, è dimostrare che ce la si può fare. Anche quando è buio. Anche senza la carità dei giornalisti.
Altro che velocità. Il bello del motociclismo sono le pieghe. Non come vedi il mondo, quando vai dritto a oltre duecento all'ora, ma lo sguardo obliquo sull'asfalto, quando sei inclinato di 50 gradi. Al Sachsenring è tutta una curva. Si va a sinistra, a destra (un po' meno) a e poco dritti. Un circuito tortuoso dove appendersi a una scommessa di equilibrio.
In Germania, si sono visti due modi per dire addio. Loris Capirossi, che per quattro anni ha sviluppato una Ducati potente, imprevedibile e scorbutica, è andato in crisi proprio nella stagione in cui aveva sotto il culo la moto da Mondiale. Solo oggi ha trovato il modo e la convinzione per dire chi è, con un secondo posto prepotente. Un modo per urlare al mondo che è troppo presto per dedicarsi alla famiglia. La voglia di un contratto e una penna. La mano che lo firma e poi torna ad aprire il gas.
Vivendo sul filo dell'asfalto, con una piega esagerata, Valentino Rossi è invece finito fuori in un sorpasso a De Puniet. Poca pazienza e un errore da corridore comune. Ora il Mondiale è lontano 32 punti. E Stoner arriva, arriva sempre, anche con le gomme slabbrate.
Ogni volta che ha sbagliato, in questi due anni, e messo in discussione il titolo (sarebbe il secondo consecutivo a sfuggirgli), Vale s'è mostrato umano. E, per questo, svelato la vera grandezza di un campione.
A volte anche i fuoriclasse non sanno come finire. Però ci provano fino alla fine.
Auro Bulbarelli, bravo e competente. Innamorato di ciclismo, come si deve, per fare questo mestiere. La giusta dose di morbida retorica paternalistica alla Adriano De Zan. E, come scoprì la Gialappas qualche anno fa, uno che aveva le idee chiare sul futuro. Adolescente, partecipò a un quiz pomeridiano di Canale 5, condotto da Corrado Tedeschi, Doppio Slalom. Presentandosi, disse che voleva fare il giornalista sportivo.
Bene, il sogno lo ha coronato e da dieci anni è la voce Rai del ciclismo. Evidentemente in debito di ossigeno per la prima tappa estiva, nella telecronaca di oggi il nostro figlio d'arte (va comunque specificato, quando si parla di questo mestiere) è riuscito a infilare una serie di perle che neanche i Restauratori del Congresso di Vienna. Accendo un minuto la televisione. Me ne pento.
"Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio". "La stragrande maggioranza dei ciclisti è pulita (peccato che mediamente il sangue di un corridore sia più denso di una persona normale, cosa che non prova il doping, ma lascia dubbi sui motivi. Peccato che fra di loro c'è una percentuale di sofferenti di asma superiore alla media, visto l'uso autorizzato di spray al cortisone). "Ci vorrebbe una bella amnistia". Il tutto detto con un tono che voleva imitare il parlato (il virgolettato non è fotocopiato, ma quasi).
Queste confessioni a scoppio ritardato non servono a nulla, i controlli c'erano, se non hanno trovato niente... (il riferimento era a Riis e Zabel che, dopo aver ammesso di essersi dopati, sono stati privati dei titoli vinti al Tour: uno maglia gialla, l'altro maglia verde). Una sfilza di luoghi comuni che neanche i diretti interessati hanno il coraggio di pronunciare. Almeno in pubblico. Per fortuna che il suo compagno di telecronache, l'onesto e competente Davide Cassani, un ex cliclista professionista, per qualche secondo tace imbarazzato.
Insomma, spiega Bulbarelli, a cosa serve togliere i nomi dall'albo d'oro. A cosa serve? A dire, la lotta al doping è sempre in ritardo. Ma sappi, caro corridore, che se ti becchiamo, ti cancelliamo dalla storia dello sport. Certo, non è molto. Ma intanto vieni rimosso dalla memoria degli appassionati. Non poco, però, per chi sfida la natura e gli uomini con la fatica delle gambe. Per soldi, sì. Ma anche per quella parola retorica, così vuota e così affascinante, la gloria.
A meno che le confessioni di queste settimane non appartengono a un piano per distogliere l'attenzione dai fatti di oggi. Mostrando indirettamente che, ora che ci sono controlli continui, sono tutti puliti. Sarebbe una interessante strategia dei professionisti del doping e dei loro difensori, quelli convinti e interessati, quelli causali e involontari. Chissà cosa ne pensano il nostro telecronista della Rai.
Sfogo. Noi innamorati delusi siamo fatti così.
A un certo punto qualcosa non funziona. Lo chiamano ingranaggio. Se non fosse che la testa è animata da impulsi chimici, emozioni.
Forse non è un caso se accade nello stesso sport. Una disciplina fra le più violentate dai soldi e dal bisogno di spettacolo. Un mondo ingrassato dagli sponsor e dalla televisione, i cui abitanti però sono i ragazzi di campagna e di provincia di sempre. Il ciclismo.
Nel giro di poche settimane abbiamo saputo del tentativo di suicidio di Frank Vandenbroucke e del ritiro di Giuliano Figueras. Due talenti che dovevano essere campioni. Vandenbroucke era stato paragonato a Merckx, aveva vinto la Liegi-Bastogne-Liegi e la Gand-Wevelgem sulle strade di casa. Poi un buco nero, la depressione e il ricovero in una clinica specializzata. Anzi, due buchi neri. Il secondo quando, nel 2002, la polizia trova casa sua una scorta impressionante di sostanze dopanti. La ripresa è dura, e il belga lo scorso anno, in cerca di un ingaggio, si ritrova a correre fra i dilettanti, in Italia, dove si era trasferito. "Le giornate sono lunghe - spiegò - In gruppo passano meglio". Quest'anno era tornato fra i pro. Poi un problema al ginocchio lo ha tagliato fuori dal Giro d'Italia. Il 6 giugno, il tentativo di suicidio. Il solito cocktail di farmaci e droga. Le vene da spalancare. "Non vedevo più futuro", ha detto uscendo dall'ospedale. Ed è tornato a casa sua, in Belgio.
A Giuliano Figueras è andata meglio. Giro del Veneto, Giro dell'Appennino, il Giro del Lazio, nello scorso settembre. Ma soprattutto, campione del mondo Under 23, nel 1996. Ha mollato tutto cinque mesi fa, prima dell'avvio della stagione agonistica, a 31 anni. Si è ritrovato addosso dieci chili in più, la voglia di non passare la vita in sella, lontano dalla famiglia, di non rispondere al telefono. "La frustrazione di non essere diventato un campione ha accompagnato tutta la mia carriera da pro", ha detto alla Gazzetta dello Sport, che martedì è andata a cercarlo a casa, nella campagna bolognese. Depressione, specifica lui, ma solo come conseguenza dell'addio. A settembre si troverà un lavoro. Lontano dai pedali e dai rapporti.
Sentire queste storie porta il pensiero alla morte di Pantani, nella sua devastante solitudine. A quella di Jose Maria Jimenez, nel 2003. Lo spagnolo, grande scalatore che non riuscì mai ad aver successo in un grande giro. Depressione, il ritiro, la cocaina e la morte per un collasso cardiocircolatorio. Su tutto, il fantasma del doping, quello confessato di recente da campioni come Zabel e Riis, o negato (ottusamente?) da gente come Basso. Al quale dopo il Pirata, come innamorati convalescenti, avevamo affidato le chiavi di casa.
Fa male, perché a cadere non sono più sportivi che non sanno appendere il loro strumento "a qualche tipo di muro". A sfiorare la morte, quelli che credi siano attori puri e felici della loro passione.
Lunedì è stato un anno. Domani saranno 25. Sono le due vittorie ai Mondiali dell'Italia nel dopoguerra. Quella del 2006 non riesce a farmi innamorare (come a molti, a giudicare dai sondaggi). Diversamente dall'82. Non so perché. Ma credo abbia a che fare con la memoria. E con la ragione.
Ai tempi dei Mondiali di Spagna avevo 11 anni. Era l'estate degli esami di quinta elementare e di vacanze infinite. Lo scorso anno ero un uomo. Con la sua leggerezza e le sue miserie. Che di calcio ne ha visto abbastanza, per giudicare meriti, impegno ed estetica del gioco. Per non meravigliarsi più come alla vigilia dell'adolescenza.
Nei cinque anni dalle suore, ero ormai abituato agli esami. Visto che si trattava di una scuola privata, ci toccavano ogni anno. Quella volta fu speciale. Come il tema sorteggiato, che fu praticamente un libero sfogo della fantasia: "Oggi parlo di...". A ripensarci ora, vista la facilità della traccia (a cui non eravamo paradossalmente preparati), chissà se il commissario lo aveva fatto davvero, quel sorteggio. Magari nelle buste, c'era sempre lo stesso titolo.
Il mio tema fu una tesi sui Mondiali di calcio del 1982. Un'analisi sui motivi tecnici e psicologici per cui avrebbe vinto l'Italia. I nostri giocatori li conoscevo, alcuni visti giocare dal vivo, tutti in tv. Delle nazionali straniere avevo letto molto, ne conoscevo le facce, come tutti quelli della mia generazione, grazie al Guerin Sportivo. L'orale ci fu il giorno dell'esordio, la mediocre partita con la Polonia. Naturalmente, l'interrogazione partì da lì. E dall'uomo in cui più credevo, Paolo Rossi.
La previsione rischiò di essere sbagliata, per quello e per gli altri due incontri della prima fase. Poi venne Gentile, gli artigli su Maradona, la difesa intelligente e il contropiede. E quel Brasile da sogno non faceva paura. Fra una partita e l'altra, piantammo le tende in campeggio in Calabria, per due bei mesetti di vacanza. I miei due cugini più grandi mi adottarono e mi portarono in paese, con la comitiva dei grandi. In macchina, addirittura. Bel colpo per un 11enne, in mezzo agli adolescenti.
Rossano Calabro era impazzita. Come Paolo Rossi e molti di noi. Pensavano che la partita fosse finita 4-2. Invece il gol di Antognoni era stato annullato dall'arbitro israeliano Klein. "Ebreo!", fu l'offesa più leggera che si beccò. Risparmio le altre. E anche questa, forse, non è il massimo del politicamente corretto. La parata di Zoff all'ultimo minuto su Paulo Isidoro, poi, è qualcosa che chi l'ha vissuta porterà con sé per sempre. Paura e fiato sospeso, la fine e la salvezza in un solo secondo. Condivisa.
A quel punto tutto è in discesa. La semifinale con la Polonia, leggera come la luce di quel pomeriggio a Barcellona. Per la finale, doccia, cena anticipata e tutto il campeggio davanti a un solo televisore, nella pista da ballo. Neanche il rigore ciancicato a lato da Cabrini fa paura. Ritarda solo l'esplosione attesa. Poi la gioia pura.
Mi è capitato di rivedere interviste a tifosi italiani al Sarrià, il giorno di Italia-Brasile, e al Bernabeu, per l'incontro con la Germania. Imbarazzati davanti alle telecamere. Accenti dello Stivale che si accavallavano. Migliaia di chilometri improvvisati all'ultimo momento. Provano a descrivere l'attesa e la soddisfazione. Sono felici, contenti, tutto è splendido, fantastico.
Io ripenso a mio padre, che un po' la faccia da emigrato pugliese ce l'ha, dato che pugliese lo è davvero. Quando due giorni dopo la finale ci raggiunge in campeggio, non ha i baffi. Li ha tagliati, per scommessa coi colleghi. E un po' con me. Lui diceva che l'Italia non ce l'avrebbe mai fatta. Piango. Non lo avevo mai visto prima senza baffi, dopo non l'ho mai più visto senza baffi.
Felicità, contentezza, Pensate invece agli aggettivi che si usano ora, oltre all'acquisita dimestichezza della gente normale con telecamere e microfoni. Un gol in diagonale è strepitoso, un intervento straordinario, una partita su tre è un capolavoro. Tutti parlano iperbolici, come un titolo di giornale, come un telecronista. La Gazzetta titolò "Fantastico!" per la vittoria col Brasile, forse la più grande impresa nella storia del nostro calcio. Ora un titolo del genere viene sprecato per una vittoria in campionato contro una squadra di metà classifica.
Sarà per questo che la vittoria in Germania non mi ha esaltato. Pur facendo qualche sforzo di buona volontà emotiva. Perché la gioia e le festa erano insincere, non liberatorie, una sorta di rito collettivo ad uso dei giovani. Perché Lippi ha creato ad arte un clima di tensione per motivare i giocatori, imitando Bearzot, come se fosse l'unico modo per far rendere al massimo un gruppo di professionisti. Perché il calcio italiano non meritava di essere lì. Ma ha rappresentati così forti che il mondiale dovrebbero vincerlo ogni otto anni.
Le partite serali, in una casa che mi accoglieva con la personalità unica della donna che mi apriva la porta. Per le pomeridiane siamo tutti in ufficio, come tanti italiani. Così come quattro anni prima in Giappone-Corea. Allora, mettevo il televisore alle mie spalle, sul davanzale della finestra, unico luogo dove riceveva il segnale, a volume basso per non disturbare le colleghe (difficile disintossicarsi dopo aver visto tutti i mondiali e gli europei dal 1978). Stavolta si va in sala riunioni. Abbiamo il satellite. Si lavora due ore di meno. Un lavoro che allora, dopo cinque anni, è diventato poco divertente e poco stimolante (ora siamo al sesto, e le sensazioni sono consapevolmente peggiori).
Anche per questo, forse, è impossibile ricordare una bella partita intera. Eccitante il contropiede di Iaquinta col Ghana e quello di Grosso con l'Australia. La terza con la Repubblica Ceca è delicata come un cristallo, che poi improvvisamente cede alla voglia italiana. Il quarto passeggiato con l'Ucraina, proprio come 24 anni prima col Brasile, ci fa capire che è fatta, anche se gli azzurri dovranno ancora afforntare padroni di casa e Francia.
Per un mese, gagliarda, ai limiti dell'umano, la difesa di Cannavaro, abbagliante la sicurezza di Buffon. E poi Italia-Germania. Almeno quella. Partita da pugili a guardia bassa, come solo con i tedeschi sanno concederti. Per una volta, sono contento. Per Del Piero, che sigilla la partita, dopo non aver retto per anni il peso della nazionale nelle manifestazioni ufficiali. Quei tempi supplementari, finalmente, mi fanno fare i conti con la pelle d'oca. Al prossimo Italia-Germania (perché ce ne sarà sempre un altro, così va la storia), farò i conti col passato. Quel divano dove sedevo il 4 luglio del 2006.
Un giorno ricorderò anche la vittoria dell'Italia di Lippi, proprio come quella di Bearzot. Basta che la memoria faccia il suo corso. E suggerisca quanto bello è stato anche quel periodo. Anche quello, fatto di scoperte ed emozioni, adeguate all'età. Mi piace credere che capiti per ogni momento della vita. Senza lasciarci mai un buco nero.
PS: Alla fine è solo un fatto generazionale. Mio padre metterà in cima ai ricordi l'Italia di Messico '70, anche se scofitta. Noi trentenni/quarantenni quella di Spagna. Quelli di adesso, gli azzurri di Germania 2006.
Per amore di verità storica, Bearzot si difese anche con tre stopper (Gentile, Bergomi, Collovati), un libero e un terzino destro. Quando ci fu da rinunciare ad Antognoni, mise dentro il medianaccio Marini. Oggettivamente, un capolavoro di catenaccio mica da poco, ma per fortuna che c'erano Bruno Conti e Paolo Rossi.
Lippi ha adottato solo stesso atteggiamento, solo raffinato da 24 anni di conoscenze calcistiche in più, ma senza toccare la difesa a quattro e ruotando il più possibile gli uomini. Grande gestione del gruppo e motivazioni sempre al massimo.
Ma voi siete per il pressing o per l'attesa? No, perché è importante. E' un approccio alla vita, ma soprattutto al Subbuteo. Io ho sempre preferito l'opzione senza aggressione. O almeno così si giocava col Principe, fra una versione di greco e una di latino (non i compiti di matematica, perché all'interrogazione noi due sceglievamo l'obiezione di coscienza, cioé scena muta alla lavagna). Pomeriggi in punta di dito sul panno verde. A volte io in trasferta da lui, a volte lui da me, indoor al chiuso di una stanza o all'aperto in un giardino.
Noi eravamo per i tre tocchi di ogni attaccante, la difesa difesa ferma, e il cambio di possesso solo se la palla finiva fuori o sul giocatore avversario. Un po' statico, ma gustosissimo. Lui si schierava, cercando di imitare le squadre di calcio vere. Ci provavo anche io, scimmiottando i profeti della zona del tempo, come l'Eriksson della Roma (prima che diventasse un abile minestraro, come si dice da queste parti), Sacchi e Maifredi. Ma l'atteggiamento offensivo non pagava, ed esponeva la difesa. Fu così che, col tempo, sviluppai un gioco assai scarno, ma efficace.
Otto giocatori sulla linea difensiva di tiro, un paio poco più avanti: un muro quasi impossibile da superare. Una volta ripreso il possesso, si andava in porta con pochi tocchi. O con due giocatori in coppia, o lanciando la pallina direttamente nell'area di tiro avversaria. A quel punto, provavo la botta da distanza siderale. Naturalmente, le percentuali di segnatura non erano altissime, ma ogni azione era pericolosa. Se ero in giornata, dovevo solo fare da spettatore, in attesa dell'occasione giusta. Non che fossi un fuoriclasse. La tecnica di tiro è tuttora casuale, molto meglio quella di recupero del pallone, grazie alle parabole impresse al giocatore. Anche perché, giocando spesso con questi passaggi lunghi, dovevo per forza imparare. Io che amavo la modernità della zona, mi ritrovai a fare il catenacciaro.
C'era invece, chi giocava col pressing, la contromossa, o come si vuole chiamarla. Praticamente, a ogni tocco dell'attacco, corrisponde un aggiustamento della difesa. Molto più realistico, ma meno spettacolare. Perché l'armonia del gioco veniva spezzata dall'avversario che, con la giusta malizia, era in grado di disturbare qualunque azione, mettendosi tra giocatore e pallina. Paradossalmente, l'utilizzo del pressing era più conservativo e meno fantasioso di stare in attesa del proprio turno per finalizzare il contropiede. Paolo e il suo fratellone mi confermano che loro, già nel '77, giocavano con la contromossa. Così come previsto dai regolamenti attuali. Resta da stabilire quando fu adottata nelle partite ufficiali. Il dibattito è aperto.
Anche al tempo dell'università, qualcuno con cui giocare e distrarsi dagli esami si trovava. Ma avevo chiaro in mente il vero obiettivo: i miei cugini. Quelli a cui i miei genitori regalarono il Subbuteo, e non a me (vedere post precedente). Quelli che oggi definiremo "utenti advanced". Difatti giocavano con la contromossa (anche se ricordo che ancora all'inizio degli anni '80 non l'adottavano). Quando fui pronto io alla sfida, loro erano ormai fuori quota. Ma una volta, io nei venti e lui nei trenta, sono finalmente riuscito ad affrontare il più grande dei due. Partita tesa, equilibrio e difesa, approfittando del dito arruginito del consanguineo. Come un pugile perennemente con la schiena sulle corde, ho subìto tutto il tempo. Strappando uno storico 0-0, con tanto di rigore sventato all'ultimo minuto.
La vendetta, in un certo senso, era compiuta. Avevo eguagliato il modello inseguito per vent'anni. Ma, pensandoci bene, non era accaduto quando avrei voluto. Quel tempo era passato.