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    lunedì, 26 marzo 2007

    Febbre da trasferta

    La sera prima, giro perlustrativo. La Roma si allena per la partita con l'Arsenal. Sbirciamo qualcosa fra gli spifferi delle recinzioni. Poi passeggiata per Islington. Sembra di essere sul set di Febbre a 90'. Aspetto da un momento all'altro Nick Hornby che esce per svuotare la pattumiera. Curiosiamo nelle case a due piani, i salotti illuminati dalle tv.

    C'è ordine e silenzio, e un'accogliente atmosfera da cena. Più ci allontaniamo, senza meta, dallo stadio, più aumenta la sporcizia. Niente casette e tanti take-away di ogni angolo di mondo.

    Sono quasi le otto di sera e le facce che incontriamo si fanno asiatiche, medio e lontano oriente, o italiane. Anzi, romane. Incrociamo infatti tifosi, come noi, e qualche giornalista in avanscoperta.

    Alla fine ceniamo dalle parti di Harrod's, decisamente lontani dallo stadio. Affoghiamo l'ansia prepartita in un osso buco alla comasca, in un lussuoso ristorante italiano. Spennati e a rischio mucca pazza. Si paga anche con gli spiccioli e non riusciamo a tirare fuori un penny di mancia. Se ci hanno augurato l'Encefalopatia Bovina Spongiforme lo scopriremo fra qualche anno.

    La mattina prepartita si va a Stanford Bridge, lussuosa casa del Chelsea. Entriamo nello stadio, l'erba verde trionfa di verde, foto di rito e shopping nel negozio interno.

    Il pomeriggio ci si incammina verso Highbury, sciarpa giallorossa per i miei due compagni di viaggio, cappello rosso pompeiano per me. Sono i Washington Redskins, adottati all'Olimpico per i colori omologhi a quelli romanisti. Tanto che un romano che vive a Dublino ferma me, e non loro, per chiedere se abbiamo un biglietto da vendergli...

    Ci si infila in metro coi primi che raggiungono lo stadio e gli ultimi che lasciano il lavoro. Sguardi complici coi tifosi avversari e l'immancabile "Mind the gap" in sottofondo.

    Siamo fra i pochi arrivati fuori dai viaggi organizzati. In mezzo al biancorosso dei tifosi inglesi, risaliamo in superficie, con l'emozionata curiosità di mettere piede in uno stadio londinese e la serenità di farlo mischiati ai sudditi di Sua Maestà.

    Vediamo la luce della sera e quella dei venditori di articoli per tifosi. La fermata, manco a dirlo, si chiama Arsenal. E la foto-ricordo, come degli giapponesi del culto calcistico, è di rito.

    È presto. Passeggiamo circumnavigando lo stadio, mentre la vita del quartiere scorre placida. I tifosi dei Gunners ci guardano con la stessa normalità con cui si imbatterebbero nel più eccentrico e arcaico rappresentante del punk anni '70.

    I pulman coi tifosi romanisti, giunti a Londra in la trasferta organizzata, ci riportano alla realtà della sfida Champions. Sono vivaci come studenti in all'estero. Qualcuno si agita incollato al vetro, in uno scambio culturale e senza confini di dita medie alzate coi pedoni londinesi.

    Alla fine, ci convinciamo a entrare. Prima i famosi tornelli, una gabbia sconsigliata a chi ha difficili rapporti con la claustrofobia. Il settore ospiti è dotato di una confortevole area dove sottoporsi al controllo discreto dei bobbies. Qualcono canta, anzi sussurra per non stuzzicare l'ottima accoglienza. Le mura di Highbury sono a un passo.

    Sopra l'entrata, lo stemma dell'Arsenal. Io e il mio vecchio compagno di liceo Luca, soprannominato il Principe per la dolcezza del tocco di palla nonostante gli oltre 80 chili, ci abbracciamo. Naturalmente, per una nuova foto di rito.

    Prendiamo posto, ligi alle indicazioni del biglietto. Siamo dietro la porta, sulla sinistra, dal palo verso la bandierina (una posizione che indicherò fino alla noia agli sfortunatin che negli anni a venire vedranno una partita dell'Arsenal con me). Siamo separati dagli inglesi da una balaustra mobile, dagli steward e da un cuscinetto di sedie vuote. Di fronte a noi, la North Bank, la curva dei tifosi più caldi dell'Arsenal, piccola e imponente, che osserviamo riempirsi lentamente.

    C'è chi nel mentre telefona a casa, altri immortalano Highbury. Io unisco il mio flash al concerto di luci. È ancora tempo di foto ricordo. Si chiacchiera fra di noi e con lo steward più vicino e amichevole, capelli rossi e simpatia. Qualcuno gli mostra le mirabilie dei cellulari di terza generazione, e invia mms, orgoglioso del primato italiano nella telefonia.

    Le squadre scendono in campo per il riscaldamento pre-partita. Provo a salutare il mio idolo, Panucci (mi sono scelto il più antipatico di tutti, almeno in campo). L'arbitro, il bravo svizzero Meier, corre ripetutamente, facendo la spola da metà campo A di noi. E i tifosi giallorossi, forse contagiati dall'aura di fair play e festa che abbracciano lo stadio, fanno salire un boato in crescendo ogni volta che si avvicina. Meier sorride, saluta e ringrazia ripetutamente.

    Finalmente arriva la partita. Lo stadio è pieno, l'illuminazione tradisce una impercettibile foschia. Siamo abbastanza bassi, non si capisce granché. Però mi rendo conto di quanto siano giganteschi certi giocatori dell'Arsenal. Sapevo che Vieira e Campbell superavano (e superano) il metro e novanta, ma dal vivo fanno impressione, soprattutto sui calci da fermo.

    A metà tempo l'Arsenal passa in vantaggio, proprio sotto i nostri occhi. Ma non ricordo come (il gol è stato rimosso dai miei ricordi). Dopo un po' (se la memoria non mi inganna), Totti si fa espellere, saltando col gomito alto contro Keown. In realtà, l'inglese, una faccia poco raccomandabile e una carriera passata a pestare le caviglie altrui, fa scena e l'arbitro ci casca. Eppure avevamo stretto amicizia prima della partita.

    La nebbiolina si dirada e l'umida notte di Londra si fa elettrica. Scattano insulti reciproci. Gli spettatori, di entrambe le fedi calcistiche, scelgono un bersaglio casuale da offendere. Un tipo, due file sotto di me, punta una bionda esagitata, in compagnia del marito.

    Lui misurato, lei, che sembra la versione inglese di Patti Smith, coi capelli che chiedono le carezze di uno shampoo, il viso che non sente trucco dai tempi del ballo della maturità e qualche ruga sparsa e felice. Il mio concittadino e la londinese sembrano contenti di insultarsi sguaiati, e anche di non capire cosa si stanno dicendo. Le parolacce volano sopra le teste degli steward, che invitano i tifosi in trasferta a sedersi. Penso agli hooligan, ma la visione della vichinga mi tranquillizza.

    Lo steward, però, fa il suo lavoro e indica il mio concittadino a un bobby. Il poliziotto annuisce e comincia a tenerlo sott'occhio per qualche minuto, con discrezzione tutta british.

    Comincio a capire come funziona l'ordine negli stadi inglesi. Scaduto un tempo stabilito, se l'esagitato non si è tranquillizzato, viene prelevato e invitato a vedere la partita altrove. Magari in una stanza coi tutori dell'ordine.

    Poi, improvviso, un contropiede. Cassano scatta solitario sul più tradizionale filo del fuorigioco. Fiato sospeso dei miei vicini. Siamo a 12 chilometri dall'azione. Ho l'impressione che tutti attendono il fischio dell'arbitro a fermare il gioco.

    Fisso il guardalinee che corre parallelo al genio di Bari Vecchia e comincio a urlare: "E' regolare, è regolare, è regolare, è regolare".  E mi porto dietro gli altri scettici. Cassano, spinto - chissà - dalle mie parole, insacca il pareggio.

    Il Principe mi abbraccia e bacia, e mi fa il verso ("E' regolare, è regolare, è regolare, è regolare"). Rimessa la partita in equilibrio, posso concentrarmi sul tipo due gradini più sotto e sulla Patti Smith londinese. Stavolta il codice di comunicazione non ha bisogno di traduzioni: il gesto dell'ombrello, pieno, ripetuto e soddisfatto. Il boato da curva sud fa paura. Vedo i nostri vicini inglesi vagamente preoccupati, forse temono per gli antichi confini fissati da Adriano. O semplicemnte, stavolta sono loro che pensano agli hooligans italiani.

    Finisce il primo tempo e chiamo Roma. Mio fratello, con distacco britannico, invece di solidarizzare empaticamente, afferma che non sta vedendo la partita. Roaming sprecato. "Fuck off", penso, ormai calato nell'atmosfera da stadio inglese. Il tabellone elettronico alla nostra estrema destra ritrasmette le immagini dei primi 45 minuti. Un po' di torcicollo, ma ne vale la pena, almeno capiamo qualcosa di più del gol del pareggio. Non dell'espulsione, censurata per non scaldare gli animi (altra finezza britannica).

    Si riprende. L'Arsenal è stanco e la Roma, in dieci e arroccata dall'italianista Capello, attende per affidarsi al contropiede. Ci proverà in almeno tre occasioni. In un caso, Montella sbaglia il colpo del ko e si becca gli insulti dei tifosi arrivati fino al Londra. Esplodiamo, quasi come per un gol, ma solo di parolacce. Gli inglesi ci guardano perplessi e preoccupati. Per loro è incomprensibile offendere un proprio giocatore.

    Mi distinguo, sgolandomi contro l'attaccante napoletano. Stavolta, sono io quello indicato dallo steward. Siccome non voglio finire in cronaca, mi allungo verso di lui e provo a spiegarmi: "It's not against your players, but against ours, Montella". Non so se capisce l'inglese improvvisato, ma funziona. Esco dall'occhio discreto delle forze dell'ordine. Il fischio finale arriva presto. Uno a uno giusto: qualche posibilità di affondare, e qualcun'altra di ribaltare la partita.

    Improvvisi gli applausi. Sono i vicini di tribuna londinesi. Ricambiamo. La Patti Smith bionda si avvicina col marito ("Scatta la provocazione", penso). Invece, allunga la mano verso il tipo con cui si era beccata tutta la partita. Baci e abbracci. Il saluto si estende un po' a tutti. Vorrei anche io, ma non ci riesco. La signora, proprio come la cantante americana, ha il suo fascino.

    Mi avvicino allo steward e gli urlo nell'orecchio: "Great job, thank you". Mi dà il cinque, dicendo "Respect", e indica tutti noi romanisti presenti. Ormai siamo amici. Mi allargo e gli chiedo se gli tocca sempre lavorare così, risponde che durante il campionato inglese è peggio.
     
    Ultimo sguardo all'erba di Highbury e si esce. Ci infiliamo di nuovo in metro coi londinesi e qualche romanista. Sparuti commenti ad alta voce, ma l'atmosfera
    resta tranquilla. Difficile capirsi, anche nelle offese, se il britannico parla un inglese etilico e l'italiano un romanesco da fermata dell'autobus. Torniamo in zona albergo e andiamo a cercare un posto dove rifocillarsi.

    Il Principe ripete: "E' regolare, è regolare, è regolare, è regolare", e m'abbraccia. Non so se riuscirò ad acchiappare i biglietti per Manchester. Ma è un regalo che mi farei. E che donerei a chiunque ama il calcio, davvero.

    pensato da: eric7 alle ore 15:42 | link | commenti (4)
    categorie: in viaggio, palle, colpi di testa
    sabato, 24 marzo 2007

    La cultura in un applauso

    Cultura è sapere godere di uno spettacolo. Riconoscere l'interpretazione degli attori e il contesto. Vivere lo stadio come un teatro.

    La società, con la sua crisi e le difficoltà di adattamento, rimane fuori. Questo è il calcio degli inglesi, che duramente hanno pagato la violenza. E con durezza l'hanno curata.

    Cultura è applaudire l'avversario (alcuni alzandosi anche in piedi), che esce dal campo. Perchè ha onorato lo spettacolo e il palcoscenico.

    I tre gol di Giampaolo Pazzini, centravanti dell'Italia Under 21, hanno permesso agli azzurri di pareggiare 3-3 contro i pari età inglesi, nel giorno in cui lo stadio di Wembley, ricostruito dopo sette anni di lavori, riapre le porte.

    Qui il Milan ha vinto la Coppa dei Campioni nel 1963, Wembley è la casa della nazionale inglese, che ci ha trionfato ai Mondiali '66, aperta solo per i bianchi e per le finali di manifestazioni calcistiche nazionali (ma anche rugby, football Usa e musica). Una leggenda di 76 anni e 386 partite. "E' la chiesa del football, la capitale del football e il cuore del football", ha detto Pelè.

    Pazzini, 23enne toscano, in quattro campionati di serie A ha messo insieme 14 reti in 69 partite. Attaccante che mette insieme la potenza e il colpo di testa del centravanti e velocità e tecnica della seconda punta, è capace di vincere una partita da solo e di non infilare la porta per mesi. Ma proprio a Wembley ha lasciato la firma.

    Un applauso al teatro, gioiello d'architettura sportiva. Un applauso all'attore protagonista. E un altro agli spettatori.

    pensato da: eric7 alle ore 15:41 | link | commenti (2)
    categorie: culture, palle
    lunedì, 19 marzo 2007

    Quarantun minuti di differenza

    Un tempo e un minuto. Questo è mancato all'Italia di rugby nell'edizione 2006 del Sei Nazioni per dipingere il capolavoro. Dal 12-13 del 39º minuto al 12-46 del 59º. Decisiva la metà subìta a meno di 60 secondi dalla fine del primo tempo. Una segnatura da annullare per un passaggio in avanti degli irlandesi. Ma il fair play della palla ovale impone nessuna recriminazione.

    L'Irlanda, con determinazione e maggiore esperienza, ha così preso il largo verso il torneo sognato da 22 anni. Nulla da fare però. All'ultimo minuto, la Francia ha segnato contro la Scozia la meta decisiva, in una classifica che la vedeva a pari punti coi verdi.

    Perché, proprio nel giorno di San Patrizio, gli irlandesi hanno perso a causa della loro annebbiata fierezza. Invece di gestire il netto vantaggio, accontentandosi di qualche calcio piazzato in più, hanno lasciato spazio all'orgoglio dell'Italia. Che, con De Marigny, ha segnato la meta dell'onore e del saluto al pubblico di casa, proprio sul fischio finale. Il rugby è anche questo.

    Due vittorie in cinque partite (mai successo in sette anni), Galles e Scozia ormai affrontate alla pari (e sorpassate nella classifica mondiale), un gioco più aperto, una mischia di altissimo livello, un movimento in crescita, l'interesse degli appassionati, mezza nazionale che gioca all'estero. Questo il bilancio positivo dell'Italia.

    Però, c'è da lavorare, in vista dei Mondiali di settembre in Francia, ad esempio sul placcaggio, e sull'esperienza in ogni singola giocata, anche la più semplice. Di ciò, per primi, sono consapevoli i giocatori. L'umile educazione sportiva che hanno ricevuto dalla palla ovale lo prevede.

    Ora che tutti si sono innamorati del rugby c'è solo un augurio. Non che questo sport non si rovini, come accade nel nostro Paese quando un fenomeno abbandona la nicchia in cui è cresciuto solido. Ma, più sottilmente, che il pubblico più esteso, che ne è diventato spettatore, sia contagiato dal virus di una sportività diffusa.

    Correttezza e rispetto. E cultura. Questo Paese ne ha bisogno. E la lezione del rugby potrebbe essere un buon inizio.   

    pensato da: eric7 alle ore 17:10 | link | commenti (2)
    categorie: culture, palle, ovali
    venerdì, 16 marzo 2007

    Il Super Talento e i suoi fantasmi

    I flash, etichette di sponsor alle spalle, sposta il peso del corpo da una gamba all'altra, quasi tentennando. E gli occhi che si muovono bassi.

    La conferenza stampa d'addio di uno sportivo è ormai un evento comune. Un po' meno se sei un ragazzo di 26 anni, con ginocchia di cristallo e fantasmi nella testa.

    Tanto più se non sei uno qualsiasi, ma quello che veniva chiamato Das Supertalent, il futuro del calcio tedesco, che non è mai stato. Perchè il fisico e la mente non hanno retto. Per questo, Sebastian Deisler ha detto basta.

    Longilineo, tecnico, bravo nel dribling, un gran piede destro, preciso e potente nei cross, nelle punizioni e nei tiri da lontano. Un gioiello di lusso per i quadrati standard teutonici.

    I tifosi della Juve lo ricordano bene, perchè nell'autunno del 2005 firmò la vittoria del Bayern Monaco in una partita di Champions League contro la solita versione mediocre dei bianconeri di Capello, almeno in Europa.

    È stato il suo ultimo avvistamento sui radar del grande calcio, prima dell'ennesimo infortunio. Addio al resto della stagione e addio ai Mondiali da giocare in casa. Per la seconda volta, visto che aveva rinunciato anche ai campionati di Corea-Giappone 2002.

    In tutta la giovane carriera, Sebastian Deisler ha messo insieme cinque operazioni al ginocchio. E due ricoveri per depressione. È successo nell'ottobre 2003 e nel dicembre dell'anno seguente.

    Con l'inizio del 2007, e nonostante un contratto garantito fino al 2009, Basti Fantasti ha confessato che testa e fisico non andavano. Definitivamente.

    Incapaci di reggere le attese di un calcio tedesco ormai immediocrito e di credere di poter recuperare il dolore e la fatica della rieducazione. Con il coraggio di scrivere nel vocabolario dello sport la parola depressione.

    pensato da: eric7 alle ore 22:16 | link | commenti
    categorie: palle, colpi di testa
    lunedì, 12 marzo 2007

    La crociata contro il Diavolo... rosso

    La battaglia contro il Male non è ancora vinta. I Diavoli Rossi andranno sconfitti. Ogni romano, romanista e figlio di Santa Romana Chiesa è chiamato a fare la sua parte. E aiutare il Partito Cristiano Scozzese.

    George Hargreaves, leader della compagine, ha invitato il Manchester United ad abbandonare il diavolo dal proprio logo, pena il boicottaggio dei tifosi di fede cristiana.

    Il leader dello Scottish Christian Party ha rincarato la dose, dicendo che Rooney, il più talentuoso e pagato dei Red Devils, non deve più onorare il diavolo, vestendo quella casacca o baciare lo stemma dopo i gol.

    Piuttosto, il Manchester dovrebbe adottare sulla maglia la croce di Cristo o la stella di David, perchè lo United non può essere unito sotto Satana, ma sotto il dio cristiano-giudaico.

    Quello che Hargreaves forse non sa è che lo stemma con il diavolo è una conquista degli anni '70. Prima, per quasi un secolo, c'è stato solo lo stemma della città: una nave che sormontava uno scudetto con tre strisce, i fiumi locali. Satana col forcone arrivò molto più tardi, quando l'allenatore Matt Busby si innamorò dello stemma di una squadra di rugby.

    Busby soppravvisse a una tragedia aerea che decimò la sua squadra nel '58. Ricostruì lo United, partendo dai giovani, fino a portarli sul tetto d'Europa dieci anni dopo. Ma questa è una drammatica e, al tempo stesso, entusiasmante storia da raccontare a parte.

    Certo è che dopo quel trionfo, come nel più classico patto col diavolo, dagli anni '90 il Manchester è diventata una delle squadre più forti e più ricche del mondo, vincendo otto campionati inglesi (va per il nono), cinque coppe nazionali, due coppa di lega, una coppa delle coppe, una supercoppa europea, una coppa dei campioni e una coppa intercontinentale.

    In ogni caso, ad aprile sarà possibile dare una mano al Partito Cristiano Scozzese. L'occasione è offerta dai quarti di finale di Champions League, quando la Roma affronterà il Manchester United, i Red Devils, per l'appunto.

    Io farò la mia parte. Identificato volo e albergo, sono già in fila per accaparrarmi il biglietto settore ospiti dell'Old Trafford. 

    pensato da: eric7 alle ore 10:32 | link | commenti (6)
    categorie: palle, colpi di testa
    giovedì, 08 marzo 2007

    L'Irlanda chiamò

    Trombe, tamburi e lacrime. I cinque minuti che precedono Irlanda-Inghilterra del 6 Nazioni non sono solo l'introduzione di una partita di rugby. Ma storia e sangue che riaffiorano sul campo umido di Dublino.


    Non ho visto la partita, andata in scena lo scorso 24 febbraio, ma è bastato il calcio d'inizio per capire come sarebbe andata a finire: 43-13 per i verdi, uno scarto di 30 punti mai visto nella storia dei confronti fra le due squadre.

     

    Vengono suonati tre inni: quello in onore di Sua Maestà, uno per l'Eire e l'altro per l'Irlanda unita, che solo in occasione della palla ovale veste la stessa maglia. Uno parla della preziosa Regina protetta da Dio, l'altro è la canzone del soldato (A soldier's song), l'ultimo (Ireland's call) urla: "insieme stando in piedi, spalla contro spalla, risponderemo alla chiamata dell'Irlanda".          

     

    Che non sia una partita normale lo dicono le lacrime dei giocatori irlandesi prima di cominciare. Emozioni che ti sollevano la pelle. Oppressione, ingiustizia, dolore lancinante per un Paese diviso.

     

    Per la seconda volta il Croke Park, il terzo stadio più capiente d'Europa, apre le porte al rugby, dopo averlo fatto negli anni '90 al football americano. Non sembri strano. Dal 1920 la Gaelic Athletic Association ha stabilito che nessuno sport straniero, tantomeno britannico, fosse rappresentato in quel teatro.

     

    Perché il 21 novembre di quell'anno, lo stadio visse la prima "Bloody Sunday" del conflitto fra Irlanda e Inghilterra. La mattina, un commando dell'Ira uccise 14 agenti inglesi della cosiddetta Cairo Gang, una forza di spionaggio, che doveva il nome al servizio reso in Egitto durante la Prima Guerra Mondiale. La rappresaglia arriva nel pomeriggio, quando al Croke Park è in programma una partita di calcio gaelico fra Dublino e Tipperary.

     

    Sui dettagli le versioni divergono. Di certo, lo stadio fu circondato, e quello che sarebbe dovuto essere solo un rastrellamento di soldati dell'Ira, divenne un massacro. Senza alcun avviso, le forze inglesi aprirono il fuoco per un minuto e mezzo.

    Sotto le migliaia di colpi sparati, caddero 14 persone, compresi due bambini e un giocatore del Tipperary, Michael Hogan, a cui da quel giorno verrà intitolata una delle tribune del Croke Park. Pur se non precisa nella ricostruzione, la vicenda viene ripresa nel film Michael Collins, con Liam Neeson.

     

    Comprensibile che la partita abbia assunto un significato storico e doloroso, una ferita come il confine che separa l'Ulster dal resto dell'Irlanda. Nei giorni precedenti l'incontro, gli eredi di Joe Barrett, grande campione del calcio gaelico degli anni '20 e membro dell'Ira, hanno ritirato le sue medaglie dal museo dello stadio, per protesta. Impossibile accettare che al Croke Park venisse suonato God Save the Queen.

     

    Il rugby, poi, è il più britannico degli sport britannici. Battaglia di trincea, lacrime sudore sangue, e fango per conquistare pochi metri, calpestare ed essere calpestati da avversari e compagni per guadagnare o difendere terreno. Insomma, i giocatori come metafora della carne da macello per l'Impero di Sua Maestà.

     

    Ma anche lealtà e virilità anglosassoni: sopraffare l'avversario, prendendolo anche a pugni, durante gli 80 minuti di partita, poi stretta di mano a fine partita e birra tutti insieme in serata. Uno sport che ricorda all'uomo da dove viene: la lotta per la sopravvivenza contro gli elementi e contro il nemico tribale. Quanto basta per amarlo o per non innamorarsi mai del tutto.

     

    Sabato 10 marzo, il 6 Nazioni torna, in cerca di un vincitore. Con le speranze dell'umile Italia, le ambizioni della Francia, la rivincita di Scozia, Inghilterra e Galles, i sogni dell'Irlanda. Ma anche con il suo carico di nazionalismo e riscatto.

     

    Quelli di uno paese che è stato impero, in un passato ormai declinato, e di culture e genti che sono state sudditi, senza nascerlo. Una storia molto più grande di una mischia per la palla ovale. Ma anche uno dei significati più nascosti, e atavici, di oltre un secolo di rugby.

    pensato da: eric7 alle ore 22:03 | link | commenti (2)
    categorie: palle, inni, ovali
    mercoledì, 07 marzo 2007

    Caro cugino ti scrivo

    Oggi è giorno di pagelle. Hanno un sapore particolare, visto che il virus di Francia-Italia e del testa a testa Zidane-Materazzi si è diffuso fino a Lione. Ma, a differenza dei cugini d’Oltralpe, gli italiani continuano a esserne immuni.

    Una squadra vince in trasferta in Champions League, con la tranquillità del bel gioco, la sicurezza dell’organizzazione, la consapevolezza della propria tecnica (nonostante un gol annullato e un altro quasi fatto, interrotto per un misterioso fuorigioco).

    L’altra picchia a sangue (nel vero senso della parola), entra con violenza sulle ginocchia avversarie, provoca e fa scena. Per una volta gli italiani sono quelli che giocano bene e si comportano da 10 in condotta, ai francesi tocca la parte dei cattivi e la brutta figura dei comportamenti.
    Ecco in sintesi Lione-Roma, ritorno degli ottavi di finale della Champions.

    LIONE
    Coupet 6. Assiste gratuitamente allo spettacolo romanista.
    Revelleire 5. Entrerà a suo modo negli highlights della Champions. Lui è quello col mal di testa mentre Mancini sta per raddoppiare.
    Abidal 5. Terzino sinistro dal grande futuro e titolare della nazionale, parte bene. Sulla lunga distanza, mostra tutta la sua inadeguatezza al grande calcio
    Squillaci 5,5. Decente solo nell’area avversaria. Un po’ poco per un difensore centrale di cui si dice un gran bene.
    Cris 5. Brasiliano. Ma deve aver falsificato il passaporto. Forse, è paraguaiano. Già ammonito, viene invitato al fallo da Totti, che sente l’odore del rosso. Ma l’arbitro, impietosito, gli risparmia la doccia anticipata.
    Tiago 5. Certi giocatori godono di misteriosa buona fama fra gli addetti ai lavori del calcio internazionale. Bravo, ma solo nelle maniere spicciole.
    Diarra 5. Abile nelle provocazioni verbali della vigilia, viene sostituito a metà partita. Il che la dice lunga. Doveva andare alla Roma, che poi scelse Pizarro: forse crolla nell'impotenza del confronto.
    Govou 6. mette molto pepe sulla fascia destra, ma sbaglia sotto porta. Anche lui dura un tempo.
    Juninho 5. Ci sarà una ragione se ha raggiunto la nazionale brasiliano solo in età matura. Stavolta non lo sorreggono neanche le sue straordinarie punizioni. Lo ricorderemo per una scarpinata sul ginocchio di Perrotta.
    Malouda 6,5. Nel primo tempo dà spettacolo per classe e velocità. Nel secondo, subisce la vendetta di Cassetti.
    Fred 4. Un altro brasiliano col passaporto taroccato. Veloce e tecnico, sarebbe un buon esterno, ma da centravanti fa danni. Con la Roma batte il record planetario di falli fatti, collezionando più gomitate che tiri in porta. Se si pensa che era la prima riserva di Adriano e Ronaldo ai Mondiali, ci si spiega perché il Brasile è uscito presto.
    Kallstrom 6,5. tecnica e fantasia: dotti innaturali per uno svedese. Entra e mette in ansia la Roma. Se gli allenatori gli trovano la giusta posizione al suo talento, diventa un fuoriclasse.
    Wiltord: 5,5. Si mangia un gol e poi sparisce dalla partita. Fu il giustiziere dell’Italia agli Europei del 2000: forse è ora di ritirarsi per raccontarlo ai nipotini. 
    All. Houllier 6. La squadra è in frenata da un paio di mesi, da quando tutti la davano favorita per il successo finale. Lui non riesce a correre ai ripari. Stavolta non fa il bis del 2001, quando col suo Liverpool fece fuori la Roma in Uefa. Merita la sufficienza per il commento finale e la più francese delle frasi francesi: "C'est le vie".

    ROMA
    Doni 7,5. Uno dei portieri più improbabili della storia della Roma, tira fuori un paio di parate da campione.
    Cassetti 6,5. Nel primo tempo fa maledire la febbre di Panucci. Poi si ricorda i chilometri percorsi sui campi di provincia italiani e spegne la stellina Malouda.
    Tonetto 7. Reggiana, Empoili, Bologna, Lecce, Sampdoria nel bagaglio, e a 30 anni i quarti di finale di Champions. Dal suo sinistro l’assist del vantaggio. Inesauribile, è la sorpresa della Roma di quest’anno.
    Mexes 7,5. Lotta e vola sugli avversari, come la versione nordica di Cannavaro. È in missione per conto dei Galletti. Gioca nella sua nazione e vuole prendersi la maglia della sua nazionale.
    Chivu 7,5. Assolutamente principesco. Combatte di forza e di classe e, insieme a Mexes, ridicolizza Fred. È il manuale vivente del fuoriclasse difensivo: ogni intervento è mai banale e denso di tecnica.  
    De Rossi 6,5. ha passeggiato per un mese in mezzo al campo senza lasciare tracce. A Lione si riprende le chiavi del centrocampo.
    Pizzaro 6,5. Si assenta a metà primo tempo. Quando torna, oltre a dispensare la sua regia, va a ringhiare sugli avversari. Peccato per l’ammonizione, beccata in un litigio da comari, che gli farà saltare l’andata dei quarti (e gli costa il 7).
    Taddei 6,5. Nel primo tempo corre molto, ma contribuisce al buco in cui si scorazzano Abidal e Malouda. Poi sale di colpi e regala una perla brasiliana che neanche Ronaldinho.
    Perrotta 6,5. è l’arma segreta del gioco della Roma. Nell’unica incursione della partita, lo fermano per un fuorigioco inesistente. Per il resto, corre dietro a tutti gli avversari.
    Mancini 7. finta e controfinta, moltiplicate per quattro o per cinque, poi la botta all’incrocio. Roba da perdere il conto e la testa. Un po’ come il povero terzino che lo affronta.
    Totti 7,5. Partita da leader: gol, assist e nervi saldi. Prende le botte e non reclama, gioca da fuoriclasse e da duro. Sa fare anche le cose semplici. Questa è la differenza fra lui e gli altri grandi del mondo.
    All. Spalletti 8. È il suo trionfo. Ha messo in piedi una squadra che ha in mente la vittoria attraverso il gioco e l'organizzazione. Perché è sullo spartito che i geni possono improvvisare, come sosteneva Sacchi. Ma il suo più grande risultato è il comportamento corretto dei giocatori in campo. Una novità dalle parti di Roma. Speriamo duri. 

    pensato da: eric7 alle ore 16:47 | link | commenti (4)
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    giovedì, 01 marzo 2007

    Chiamalo, se vuoi, Maestro

    Come si deve ai decani del giornalismo, lo chiamammo Maestro. Giorgio Tosatti si schermì. Con la discrezione di chi aveva consumato l'unico paio di scarpe buone su strade polverose e il rigore di chi, in quarant'anni di mestiere, aveva passato in rassegna truppe di sognatori e plotoni di cialtroni della macchina da scrivere.

    La voce era ferma, a tratti solleticata dall'emozione, il cuore già ballerino. Da anni, ormai, era un personaggio televisivo e qualcosa si intuiva, vedendolo vistosamente scendere e riguadagnare peso nel giro di pochi mesi.

    Non ricordo molto della sua lezione e delle domande di noi aspiranti giornalisti. Con coraggio e misura, però, ci raccontò la sua vicenda. Lui che non voleva fare il giornalista. Ma che un giorno seguì le orme del padre.

    Renato Tosatti, cronista sportivo della Gazzetta del Popolo, morì il 4 maggio del 1949 nel disastro aereo di Superga. Insieme a lui persero la vita altre 24 persone, fra dirigenti, allenatori, giornalisti e i 18 giocatori del Grande Torino. Evento che ha dato il suo verso alla storia del calcio italiano, e forse la vicenda di cronaca che più ha segnato e unito l'Italia del secondo Dopoguerra.

    Il figlio Giorgio ha undici anni. Deve rimboccarsi le maniche per aiutare la famiglia e va presto a lavorare, altro che sogni da biologo. Arriva anche l'aiuto degli amici e colleghi del padre. Entra nella redazione di Tuttosport a 19 anni e con determinazione ferrea si mette i cammino verso una inimitabile carriera.

    Giorgio Tosatti non è solo l'opinionista puntuto e autorevole, televisto negli ultimi 15 anni, di certo non quello dei numeri a volte utilizzati strumentalmente (a mio avviso) nei suoi editoriali in tv e sulla carta stampata. Né quello che inclina la penna, sbafando l'inchiostro in favore del bacino d'utenza della propria testata (da Milano critica il vittimismo romano, alimentato però negli anni di direzione del Corriere dello Sport capitolino). E neppure quello che telefona a Moggi per sparlare di arbitri, diventando, negli ultimi tempi, troppo comprensivo con gli arroganti (la Juve e Capello).

    Il suo era il rigore dell'analisi, la cavalcata composta e tutta d'un fiato, la sintesi lucida e robusta, la prosa composta, tendente all'aggettivo romantico (ma uno solo, si badi bene) nella cronaca, asciutta nei commenti. Moderato calore, rinfrescato da una corrente di numeri e statistiche. Fino a questa estate ho continuato a cercarlo sul Corsera, per pensare, confrontarmi ed essere in disaccordo.

    Perché un po' di quello che so scrivere lo debbo a lui. Ai pomeriggi e le serate passati a spulciare i suoi editoriali sul Corriere dello Sport (quelli che continuavano in ultima, prima che fosse mangiata dalla pubblicità). A emozionarmi per misura, vigore e coraggio.

    pensato da: eric7 alle ore 13:53 | link | commenti (10)
    categorie: maestri